Recensione di Carlo Tomeo
Da qualche tempo stanno aumentando le proposte teatrali di opere di Shakespeare, specialmente da due anni per celebrare i quattrocento anni della sua morte, avvenuta nel 1616: già dal 2015 ci si preparava, nel 2016 ci fu una vera e propria profusione delle sue opere e sta continuando quest’anno. Naturalmente il teatro di oggi, per avvicinare di più i giovani, tende a presentare opere di ambientazione contemporanea e, se si propongono dei classici (e questo è il caso di Shakespeare) si vanno a prendere le opere più famose la cui trama è nota più o meno a tutti. Difficilmente qualcuno pensa a “Troilo e Cressida” o a “Timone d’Atene”, tanto per citare un paio di titoli.
“Macbeth” è una delle opere più “saccheggiate” perché è una delle più note, anche ai non frequentatori dei teatri ma appassionati di cinema (basti pensare a Orson Welles, Roman Polanski e, buona ultima, la versione di Justin Kurzel presentata a Cannes due anni fa e, che si avvalse dell’attore bello del momento Michael Fassbender, giusto per fare cassa.
In effetti “Macbeth” ha una storia che avvince e che può piacere in modo particolare dalla seconda metà del ‘900 in poi dove prendono piede certi temi con maggior passione: l’apparizione di streghe con i loro vaticini sul futuro, c’è il mistero della profezia che in realtà si rivela essere un enigma per chi l’ascolta. Tema, questo, che ha sempre di più affascinato gli spettatori: com’è possibile che esista un uomo non nato da una donna? E che un’intera foresta possa muoversi contro una persona? Il povero Macbeth che, diciamocelo una volta per tutte, non è poi così coraggioso, e il pubblico lo preferisce a Lady Macbeth, che si rivela essere uno dei personaggi più cattivi di Shakespeare. Lo capì bene anche Francesco Maria Piave quando scrisse il libretto del suo “Macbeth” musicale, tanto che nel primo atto scrisse per il soprano che interpreta la Lady che legge il messaggio del marito il quale le annuncia che diventerà re, una delle sue romanze più belle (“Vieni t’affretta, accendere ti vo quel freddo cor!”) che interpreta pienamente le parole di Shakespeare (“Corri da me! Ch’io possa fissarti nell’orecchio il mio ardimento”).
Perché Lady Macbeth lo sa che il marito non è un essere ardimentoso e pronto a tutto, mentre lei prega i diavoli affinché le tolgano dalla mente ogni ripensamento, ogni briciolo di bontà, affinché possa compiere il delitto senza ripensamento. E questo è un altro motivo perché l’opera Macbeth, suscita molta ammirazione tra gli spettatori: perché ha come co-protagonista una donna perfida che, si sa, “vende” molto meglio di un uomo semplicemente cattivo.
Il Macbeth di Shakespeare ha anche una trama che narra la storia d’Inghilterra in un particolare periodo, l’amore forsennato per il potere che porta alla tirannide, il senso della precarietà della vita umana, molto sentito proprio nel ‘600.
I tre drammaturghi di “Psychedelic Macbeth”, sempre nell’ottica di accorciare, tolgono alcune parti ritenute ininfluenti al loro scopo ma non tagliano però i versi originale di Shakespeare che vengono recitati così come erano stati scritti. Questo accade nei discorsi più attinenti alla visuale che vogliono dare dei protagonisti dell’opera. Infatti la pièce si concentra sulla psicologia dei personaggi principali e, prevalentemente su Macbeth e sua moglie. L’azione si svolge in un locale dei nostri giorni: potrebbe essere un pub, con sul fondale uno schermo che riporta varie immagini astratte o spesso inerenti all’argomento che viene trattato. Una musica diffusa quasi in continuazione di genere trance-elettronica che alterna il volume in tonalità più alte con altre più basse I personaggi sono quattro: Macbeth, sua moglie, Banquo e un disc-jockey che funge anche da cameriere e che interpreta i discorsi essenziali delle streghe che predicono il futuro di Macbeth e Banquo. I personaggi all’inizio accennano a dei passi di danza, bevono del vino, e con il passare dei momenti dell’azione si muovono in maniera contorta specialmente Macbeth, dopo che è stato commesso da parte di sua moglie, l’uccisione del re che è stato loro ospite una notte.
Ma quello che vediamo e che sentiamo dire accade realmente? Non può appartenere al presente, eppure la storia di Macbeth viene rivissuta, come se fosse un back-ground. O addirittura ci troviamo in una dimensione speculare dove i personaggi non sono in carne e ossa ma potrebbero essere le loro anime che rivivono le loro azioni di quando erano in vita?
La vicenda cui si assiste rimane affascinante, pur conoscendone la fine. E se la fine, però, non ci fosse, ma quello che abbiamo assistito è solo una storia che avrà il suo replay in continuazione, senza soluzione di continuità? In fondo, in una delle ultime scene, Lady Macbeth nomina l’inferno, mentre cerca di pulirsi la mano dalla macchia di sangue del re ucciso (e anche Francesco Maria Piave ce lo ricorda, oltre che Shakespeare, in “Una macchia è qui tuttora”). La coscienza della Lady finalmente conosce il pentimento, Macbeth rimane rinchiuso nella sua armatura di paura, come Shakespeare comanda.
Eccellenti le prestazioni dei quattro attori, in particolare i protagonisti, Jacopo M. Pagliari e Sonia Burgarello.
La regia di Francesco Leschiera è stata condotta con maestria se si pensa che ha dato un’ulteriore interpretazione di un personaggio molto abusato.
Pubblico plaudente e molto soddisfatto alla prima.
Psychedelic Macbeth
da William Shakespeare
regia Francesco Leschiera
assistente alla regia Giulia Pes
con Sonia Burgarello, Alessandro Macchi, Andrea Magnelli e Jacopo M. Pagliari,
elaborazione drammaturgica Antonello Antinolfi, Giulia Pes,
e Francesco Leschiera
scene e costumi Paola Ghiano
luci Luca Lombardi
grafica Valter Minelli
scenografie digitali Dora VisualArt
produzione Teatro del Simposio
si ringrazia la Sig.ra Marta Ienco dell’ufficio stampa
in scena al Teatro Spazio Avirex Tertulliano di Milano fino al 7 maggio.
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