Luca Ricci: intervista per Kilowatt Festival 2026
Torna a luglio, dal 17 al 25, Kilowatt Festival, il festival internazionale e multidisciplinare di teatro, danza, circo, musica diretto da Lucia Franchi e Luca Ricci dell’Associazione CapoTrave/Kilowatt, giunto quest’anno alla 24esima edizione.
CapoTrave/Kilowatt è un progetto internazionale di produzione, formazione, rigenerazione urbana e ospitalità dedicato alla scena contemporanea (teatro, danza, circo, musica, arti visive e multimediali).
CapoTrave/Kilowatt ha vinto due premi Ubu, il primo nel 2010 come progetto speciale e il secondo nel 2021 a Lucia Franchi e Luca Ricci come miglior progetto curatoriale, il premio Nico Garrone nel 2013, il premio Il Teatro del Sacro nel 2015, e il premio della Critica ANCT nel 2021.
Ne parliamo con uno dei due direttori artistici, Luca Ricci.
Il sottotitolo scelto per l’edizione di quest’anno è Nuovo respiro del mondo – World’s New Breath. Cosa vuole significare?
Viviamo in un’epoca in cui c’è un clima avvelenato e un’atmosfera tossica intorno a noi. Il messaggio pubblico sembra concentrato nel creare fratture e divisioni sociali. In questo senso, è molto comune una sensazione di asfissia e di mancanza di serenità in tanti di noi. “Nuovo respiro del mondo” vuole essere una boccata d’aria fresca, l’idea di poter mettere assieme persone che hanno una prospettiva di vita comune, accogliente, inclusiva, aperta e rispettosa delle differenze.
Saranno Eugenio Barba e Julia Varley – cuori e menti dell’Odin Teatret, maestri della scena internazionale – il padrino e la madrina di Kilowatt Festival 2026, che rimarranno in città dal 17 al 19 luglio per un ricco programma di appuntamenti, che approfondirà il loro importante contributo al teatro contemporaneo. Luca, perché questa scelta e cosa dovremo aspettarci?
Il perché della scelta di Barba e Varley non è complesso da spiegare: sono due dei più importanti maestri del teatro mondiale del Novecento. In questa galleria di personalità preziose per la storia della scena che, negli anni scorsi ha omaggiato nomi come Virgilio Sieni, Antonio Latella, Scimone Sframeli, Pippo Delbono, era imprescindibile dedicare uno spazio a due personalità così influenti per chiunque faccia teatro oggi. Quello che dovremo aspettarci è una celebrazione di Barba e Varley senza il “barbismo”, nel senso che siamo andati a cercare tutte quelle fioriture del messaggio dell’Odin Teatret che sono germogliate senza una affiliazione diretta dal magistero di Barba e Varley, ma attraverso un’influenza culturale che spesso genera connessioni indirette, ma proprio per questo profonde. Davide Iodice, il Teatro delle Albe, Armando Punzo, Nicola Borghesi, Licia Lanera e Liv Ferracchiati sono alcune delle personalità che si connetteranno con Barba e Varley per raccontare come la loro pratica teatrale si sia nutrita degli spettacoli, dei libri e delle idee diffuse a partire dall’esperienza dell’Odin.
Teatro, danza, musica, incontri, workshop per un totale quest’anno di 102 appuntamenti. Perché scegliere Kilowatt?
Probabilmente perché, per numeri, è il più ampio evento italiano dedicato alla scena contemporanea. Spero anche che sia uno dei più significativi per quanto riguarda la qualità delle proposte artistiche. Noi ce la mettiamo tutta ogni anno, vedendo quasi mille spettacoli e girando per i teatri d’Italia e d’Europa, per andare a selezionare un teatro che ci sembra capace di parlare al presente. Quest’anno ricorrono i20 anni dalla nascita del format dei Visionari, il progetto di cittadinanza attiva che ogni anno coinvolge un gruppo di cittadini della Valtiberina (“spettatori-non-addetti-ai-lavori”) nella selezione di 9 spettacoli da inserire nel cartellone di Kilowatt Festival.
Chi sono i Visionari e che apporto hanno fornito negli anni al festival?
I Visionari sono stati e continuano a essere l’elemento identitario più specifico del nostro festival, la sua caratteristica di maggiore originalità. Il confronto costante con oltre cinquanta cittadini di Sansepolcro e dintorni, la loro crescita culturale, il dialogo interno hanno creato una comunità di persone che sentono il festival come un’avventura che li riguarda, della quale sono parte e che non sarebbe la stessa senza la loro presenza.
Kilowatt Festival è anche residenze artistiche. Cosa è accaduto quest’anno, che tipo di lavoro è stato fatto e che restituzioni troveremo?
Ogni anno ospitiamo venti compagnie che restano a Sansepolcro in residenza per circa dieci-quindici giorni. Sono occasioni preziose di studio, ricerca e approfondimento, ma anche di connessione tra la creazione contemporanea e la comunità locale. Noi cerchiamo sempre di organizzare laboratori, workshop e prove aperte, nelle quali le persone di Sansepolcro possano entrare dentro il laboratorio di creazione degli artisti in residenza. Alcuni di questi spettacoli arrivano poi anche al festival, soprattutto quelli che più di altri ci hanno colpito per la forza della ricerca espressa. Tra gli altri, quest’anno c’è Yuri Casagrande Conti e poi Parini Secondo, Mara Oscar Cassiani, Gaetano Palermo e Michele Petrosino, Dino Lopardo, YoY Performing Arts con Ivona e Michele Ifigenia/Tyche, Vittorio Pagani. Un numero consistente di proposte che sono passate a Sansepolcro in inverno e qui hanno sviluppato la loro ricerca.
Qual è la sfida più difficile nell’organizzazione del KIlowatt Festival?
La sfida più difficile credo che sia mantenere alto il livello d’innovazione della proposta artistica e, nello stesso tempo, mantenere alto anche il livello di passione e di energia con cui il festival viene realizzato. Io penso che, grazie a una squadra giovane e molto preparata, non corriamo rischi sul secondo aspetto. Per quanto riguarda il primo, come dicevo sopra, Lucia e io non ci fermiamo mai nel tentativo di andare a cercare le proposte più vive e innovative del panorama italiano e internazionale.
Qual è il riscontro ricevuto in tutti questi anni? Come è cambiata la percezione del pubblico e degli artisti e tecnici coinvolti verso il festival?
Il festival ha avuto una profondissima crescita sul territorio e un innervamento nel contesto sociale di Sansepolcro che ha richiesto tanto tempo, ma che adesso mi sembra profondo e ricco di connessioni e condivisioni. In questo senso, se nei primi anni la città di Sansepolcro viveva il festival con una certa diffidenza, che alle volte confinava con l’ostilità, come spesso accade per chi produce contenuti legati ai linguaggi del contemporaneo, oggi accade esattamente il contrario. Le persone attendono il festival come un momento di grande vivacità umana e culturale per Sansepolcro.
Quanto conta il coinvolgimento della popolazione? Come siete riusciti a diventare presenza attiva e costante?
Se c’è una cosa che Kilowatt ha reso strutturale e identitaria è proprio il tentativo di essere un festival aperto alle opinioni, alle impressioni e ai punti di vista dei cittadini di Sansepolcro e dintorni. Questo è il nostro marchio di fabbrica più originale, che tra l’altro ha germinato in decine di progetti che, da quando lo cominciammo vent’anni fa a oggi, si sono ispirati alla nostra esperienza dei Visionari e ad altre azioni di partecipazione che abbiamo inventato.
C’è qualcosa che non vi aspettavate accadesse e che vi ha piacevolmente stupito?
La cosa più curiosa che accade oggi è che la domanda di nuovi linguaggi è altissima nel contesto di Sansepolcro. Mi capita spesso che alcuni dei nostri Visionari, all’uscita di uno spettacolo, mi dicano: «Bello, sì, però è una cosa già vista. Avrei preferito qualche rischio in più». Ecco, io credo che questo sia un punto di ricaduta molto importante del lavoro che abbiamo fatto in questi anni, che sì, non lo nego, è molto più di quanto avremmo potuto sperare quando abbiamo iniziato questo progetto ventiquattro anni fa.
Ringraziando Luca Ricci per la sua disponibilità, ricordiamo che quest’anno 2026 Kilowatt Festival si svolgerà a Sansepolcro dal 17 al 25 luglio.
A seguire, la lettera aperta dell’Associazione culturale CapoTrave/Kilowatt
I direttori di Kilowatt Festival Lucia Franchi e Luca Ricci
lanciano l’allarme: “Così si chiude la cultura”.
La situazione di chi organizza eventi culturali è sempre più complessa: da un lato i contributi pubblici subiscono tagli e ridimensionamenti, per attivare invece una politica di finanziamenti a pioggia. Dall’altro lato, ogni anno vengono richiesti ulteriori permessi e incrementati nuovi costi, e ognuno di essi diventa imprescindibile, altrimenti i festival culturali e le attività di spettacolo rischiano di chiudere.
L’ombrello sotto il quale ricade questa continua richiesta di nuovi pagamenti è quello della “sicurezza”, mito e miraggio dietro il quale, in realtà, si nascondono migliaia di euro che devono essere versati a professionisti vari (geometri, ingegneri, esperti di sicurezza), che vengono a mettere qualche firma; nel migliore dei casi, servirà a condividere qualche responsabilità con i soggetti organizzatori che, pur pagando e ripagando, finiranno per assumersi sempre e comunque tutte le colpe del caso.
Perché per organizzare un’azione culturale, oggi, ci vuole veramente una grande motivazione e la disposizione a prendersi infinite responsabilità. Soprattutto, è importante che si capisca che questo continuo imporre nuovi costi e tasse non serve ad aumentare la sicurezza di chi partecipa a un festival, a un concerto o a uno spettacolo, ma solo ad arricchire i professionisti che firmano, asseverano, approvano.
La sicurezza di un’attività culturale la garantiscono da sempre i suoi organizzatori che, con competenza ed esperienza, operano nell’interesse dei propri spettatori e degli artisti, per far sentire tutti sicuri e accolti.
Un festival come Kilowatt, fatto di tanti spettacoli e concerti che hanno 100-150-200 partecipanti l’uno, viene assimilato a un evento con più di 2.000 persone. Noi crediamo che non sia giusto. E invece le richieste sono sempre più esorbitanti e, a volte, assurde: ingegneri che firmano che hai montato bene una tribuna, che devi aver fatto montare da persone munite di certificazioni, che li rendono adatti a operare al montaggio di tribune già certificate… Insomma, tre persone finiscono per controllare la stessa cosa, e ogni volta sono parcelle da 1.000, 2.000, 3.000 euro.
E tutto questo va ripetuto per i palchi, per le sale di teatro, per gli spazi dei concerti.
Ovunque servono autorizzazioni per il primo soccorso, ambulanze, noleggio di defibrillatori, permessi per l’antincendio, sorveglianza, buttafuori, limiti alla capienza, versamenti da fare alla Usl, al Suap, e chi più ne ha più ne metta.
Neanche fossimo al concerto di Ultimo con 250.000 persone tutte insieme!!!
E anche dopo aver adottato ognuno di questi accorgimenti, si ha il dubbio che, comunque, non si sia fatto tutto perfettamente in regola e che quindi, qualunque ente di controllo (carabinieri, forestali, vigili, ecc.) decidesse di fare un’ispezione, troverebbe sempre un cavillo per muovere l’accusa di non aver rispettato tutte le regole fino in fondo. Ormai non lavoriamo più per il pubblico e per gli artisti, ma per rispondere a un modello di controllo che non ha nulla a che fare con la nostra vocazione.
Noi facciamo un festival per creare contatti tra le persone, per promuovere un modello sociale di relazione e di empatia, per favorire scambio e dialogo.
Questa è la nostra garanzia di sicurezza: è un patto tra organizzatori e partecipanti per creare spazi del benessere.
Noi non siamo discoteche, bensì siamo soggetti associativi senza fini di lucro, e per valutare il nostro livello di sicurezza non può esistere solo il modello che si applica al business. La conseguenza è davanti ai nostri occhi: sempre minori occasioni di socialità, spazi che chiudono, mercificazione della cultura in eventi.
Non è questo che vogliamo.
Sarebbe opportuno capire che le associazioni senza fini di lucro fanno un altro tipo di lavoro, rispetto a chi fa attività commerciale, e che per loro servirebbero regole diverse, tarate sulle loro specificità, dove si riconosca prima di tutto la funzione sociale e il valore etico dei loro progetti.
Sindaci, Assessori, Parlamentari, Ministri, aspettiamo prese di posizione concrete da parte vostra: se continuiamo così chiuderà la cultura prodotta dal basso, quella basata su valori come partecipazione, sperimentazione, prezzi bassi per favorire l’accessibilità di tutti, sostenibilità, volontariato, crescita delle competenze dei giovani; resteranno solo i fantomatici “grandi eventi” che sono sempre un paravento per usare la cultura come mezzo per fare soldi.
Foto di copertina Ilaria Longo
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