Teatro Greco di Siracusa
Inda nel Teatro Greco di Siracusa
13 giugno 2026
I Persiani: tragedia dei vinti e supremazia della democrazia ateniese
Con I Persiani di Eschilo prosegue la 61esima stagione del Teatro Greco di Siracusa a cura della Fondazione Inda.
La tragedia, rappresentata per la prima volta nel 472 a.C. ad Atene, è ambientata a Susa, capitale dell’Impero persiano, presso la residenza del re, dove si trovano riuniti la regina Atossa, madre di Serse, e i vecchi dignitari fedeli a Dario rimasti a presidiare la città.
Tutti sono in uno stato di forte ansia e preoccupazione per l’esito della grande spedizione militare che Serse ha intrapreso contro Atene, poiché dall’esercito non è ancora giunta alcuna notizia.
Ad accrescere la tensione contribuisce il racconto di un sogno angoscioso fatto da Atossa, che sembra preannunciare la sconfitta del sovrano persiano.
Poco dopo, giunge un messaggero che reca la notizia della pesante disfatta subita dalla flotta persiana nella battaglia di Salamina, nonostante la sua schiacciante superiorità numerica.
Segue una dettagliata narrazione dello scontro: le navi persiane sono state distrutte e galleggiano in mare come relitti, mentre centinaia di soldati hanno perso la vita e molti altri risultano dispersi.
Sconvolti dal dolore e dalla paura, Atossa e il Coro evocano dall’Ade l’anima di Dario, il glorioso padre di Serse.
Lo spettro dell’antico sovrano offre una spiegazione morale della sconfitta, interpretandola come una giusta punizione per la hybris di Serse.
La sua smisurata tracotanza lo ha infatti spinto a oltrepassare ogni limite: invece di accontentarsi di governare il vasto e prospero impero ereditato, ha ambito a estendere il proprio dominio oltre i confini dell’Oriente.
Infine, Serse fa ritorno in patria distrutto e con le vesti lacerate; il suo lamento disperato si unisce a quello del Coro, che piange la sorte dei giovani persiani caduti in battaglia.

I Persiani è la più antica tragedia che sia arrivata a noi per intero ed è un’opera i cui personaggi sono realmente esistiti e i fatti realmente accaduti.
Eschilo partecipò agli scontri cruciali delle guerre persiane: la battaglia di Maratona (490 a.C.), dove perse un fratello, la battaglia di Salamina (480 a.C.) e probabilmente la battaglia di Platea (479 a.C.).
Egli, ne I Persiani, fa una cosa umanamente molto difficile, soprattuto per un soldato che ha combattuto queste battaglie: mettersi nella parte degli altri.
L’opera, infatti, è da tutti considerata, a buon diritto, la tragedia dei vinti.
Eschilo, infatti, parla non tanto della vittoria dei Greci, quanto di come la battaglia sia stata vissuta e patita dai vinti.
Egli mette in scena il dolore dei vinti e ciò spinge a riflettere sulle difficoltà di un popolo e dei suoi governanti nell’affrontare una sconfitta improvvisa e il lutto che ne deriva dopo essersi creduti invincibili.
E’ anche vero, come ha detto lo stesso regista catalano Àlex Ollé, cofondatore della celebre compagnia La Fura dels Baus e recentemente insignito in Spagna del prestigioso “Oscar della lirica”, che Eschilo, pur raccontando i vinti, celebra la democrazia ateniese come modello superiore alla dittature persiana.
Si evince , quindi, come dietro a questa opera, ci sia una serie numerosa di messaggi e spunti di riflessione: si parla della guerra, del potere, della forza, della violenza, della cieca ambizione, ma anche del dolore umano.
Mettere in scena oggi I Persiani, infatti, significa far vivere un testo antico che parla ancora di cose attuali: guerra, politica, potere e dolore collettivo.
Mai come oggi questo aspetto risalta attuale, considerando che l’antica Persia corrisponde all’odierno Iran.
La visione teatrale di Àlex Ollé (con la collaborazione di Ramon Simo Vines) rivela un lavoro rigoroso e magnetico, in cui l’intensità della recitazione e l’imponente visione scenica si fondono dando vita a una rappresentazione potente.
Al centro dell’interpretazione di Ollé vi è l’illusione della perpetuità del potere: il sovrano crede di poter conservare il proprio dominio senza limiti. Tuttavia, è proprio il timore di perdere il potere e il desiderio di mantenerlo a ogni costo che lo conducono alla rovina. In questa prospettiva, il disastro nasce dall’incapacità di accettare i limiti della propria condizione e dalla volontà di preservare un’autorità che non può essere eterna.
Da qui il dramma della hybris, la rovinosa ambizione umana.
La proposta scenica colloca l’azione in un contesto contemporaneo, caratterizzato da scenografie e costumi moderni. I personaggi assumono i tratti di figure facilmente riconoscibili nel mondo di oggi — politici, militari e consiglieri — dando vita a una corte del potere priva di riferimenti a un Paese specifico e conferendo alla vicenda una dimensione universale.
L’intenzione che è alla base del lavoro del regista non è quella di cambiare il senso del dramma, ma di renderlo più vicino al pubblico.
Il potere è rappresentato come un grande tavolo di una sala riunioni con 14 sedute per lato e due centrali, spalle al pubblico,
Mentre dentro si sta svolgendo un incontro tra le più alte cariche delle varie forze armate, fuori imperversa la contestazione.
Si sentono sfrecciare auto, clacson suonare e sirene della polizia e delle ambulanze passare veloci. Dalla strada arrivano voci e urla sempre più forti e in avvicinamento che inneggiano slogan contro la guerra.
Delle telecamere riprendono in presa diretta i protagonisti proiettandone i visi su un enorme video a led disposto in fondo .
Il tutto dà un tocco cinematografico all’intera rappresentazione con un doppio effetto: se da una parte ciò consente al pubblico di cogliere le sfumature degli attori e condividere le emozioni dei personaggi, dall’altra questo stesso strumento distrae dalla visione complessiva della scena, sottraendo proprio l’elemento più specificamente teatrale.
I Persiani è una tragedia in cui l’azione è minima e centrale è la parola.
Ollè costruisce la regia attorno alla forza del testo e all’intensità emotiva degli interpreti, lavorando con gli attori su una fisicità trattenuta e valorizzando soprattutto la potenza verbale legata al peso della parola e l’espressività degli attori.
La fisicità degli attori, essenziale ma contenuta, esprime il peso della sconfitta e del lutto e sostiene l’efficacia della parola scenica.
La splendida Anna Bonaiuto interpreta la regina Atossa, madre di Serse e moglie di Dario, restituendo un personaggio molto umano, non solo regina, ma, soprattutto madre.
Il dialogo tra lei e Dario è molto doloroso: mentre il fantasma di Dario, richiamato dalla terra, condanna la hybris (tracotanza) del figlio Serse, Atossa cerca disperatamente un appiglio in un mondo che sta per crollarle addosso.
L’interpretazione dello spettro di Dario da parte di Alessio Boni non cattura particolarmente l’attenzione, non facendo adeguatamente da riscontro a quella della sua compagna in scena.
Anche la scelta del trucco di Dario e delle riprese sfocate non aiutano a centrare la scena.
Lo spettacolo prende il volo con l’arrivo del messaggero di ritorno dal campo di battaglia, interpretato magistralmente dal grandissimo Giuseppe Sartori.
Il messaggero non fornisce un semplice resoconto della battaglia, ma svolge un ruolo determinante, dovendo restituire tutta drammaticità, il dolore, la disperazione della stessa e portando la notizia di centinaia e centinaia di morti.
Nel suo racconto c’è un trasporto emotivo totale e assoluto grazie all’interpretazione di Sartori, sofferta e dolorosa, intima e appassionata.
La voce tremante, l’incedere sofferente, non solo per la ferita sanguinante, ma per la furia e la tragicità degli eventi vissuti e che ora deve riportare.
Sartori evoca con potenza le immagini della guerra e della devastante sconfitta prodigandosi in un racconto dolorosissimo patito nel cuore e nell’anima.
Altro punto di forza di questo cast è Massimo Nicolini, che non delude mai.
Il suo personaggio, Serse, è un re che si sente un dio, un uomo la cui ambizione sfrenata e tracotanza senza limiti lo porterà alla rovina.
Nicolini riesce a rappresentare il viaggio di un uomo che, credendosi un dio, ritorna a essere uomo nel peggiore dei modi.
Di grande livello tutto il resto del cast che sentiamo di dover nominare.
Marco Maria Casazza, che guida il Coro degli anziani persiani con grande piglio e determinazione; le Corifee, Simonetta Cartia e Elena Polic Greco.
I Coreuti: Francesco Biscione; Fabrizio Bordignon (sempre con quel quid in più nell’espressività e nella presenza scenica); Nicola Bortolotti, Rosario Campisi, Antonello Cossia, Michele Cipriani, Francesco Migliaccio, Giovanni Nardoni, Stefano Quatrosi, Roberto Trifirò.
I Persiani di Ollé è uno spettacolo appassionante che unisce impatto visivo, uso innovativo della tecnologia e attenzione alla dimensione politica e collettiva della scena con risultati per lo più molto soddisfacenti nonostante qualche ombra.
Ollè, per esempio, inserisce tre intermezzi contemporanei attraverso il monologo di tre diverse vittime di guerra: una giovane vedova; un reduce che ha ormai la sua vita stravolta dagli orrori a cui ha assistito e dalle cose che ha dovuto fare; una madre che ha perso un figlio che non sognava di fare il soldato.
Tre monologhi molto potenti, ottimamente interpretati, ma che nel contesto generale risultano ridondanti.
Le scenografie sono di Alfons Flores. oltre al grande tavolo e al video a led, comprendono un enorme telo che viene srotolato all’ingresso di Serse e su cui sono dipinti i due emisferi a rappresentare l’ambizione di potere di Serse non solo sul mondo orientale, già in suo dominio, ma anche su quello occidentale..
I costumi, anch’essi contemporanei, sono di Lluc Castells; il disegno luci di Marco Filibeck e le musiche originali di Josep Sanou.
La traduzione del testo è a cura di Walter Lapini, esperto grecista e professore ordinario di Lingua e Letteratura Greca.
La sua traduzione, a cui ha lavorato per un anno, è fedelissima al testo di Eschilo ed è eccellente, capace di restituire un testo di una vivacità straordinaria.
La parte del messaggero, poi, ha una potenza immaginifica straordinaria.
I Persiani di Ollé rispetta Eschilo e fornisce un’immersione totale dell’animo umano nella tragedia della guerra dal punto di vista dei vinti e non dei vincitori, insegnandoci, ancora una volta, che nessuno torna dalla guerra, nemmeno i vivi.
I Persiani
Di Eschilo
Regia Àlex Ollé
Traduzione Walter Lapini
Scena – Alfons Flores
Costumi – Lluc Castells
Musiche – Josep Sanou
Disegno luci – Marco Filibeck
Video – Joan Rodon
Assistente alla regia – Simo Ramon Vines
Assistente scenografo – Sarah Bernardy
Direzione del coro Elena Polic Greco e Simonetta Cartia
Atossa – Anna Bonaiuto
Messaggero – Giuseppe Sartori
Spettro di Dario – Alessio Boni
Capo coro – Marco Maria Casazza
Corifee – Simonetta Cartia, Elena Polic Greco
Coreuti – Francesco Biscione, Fabrizio Bordignon, Nicola Bortolotti, Rosario Campisi, Antonello Cossia, Michele Cipriani, Francesco Migliaccio, Giovanni Nardoni, Stefano Quatrosi, Roberto Trifirò
Foto Michele Pantano
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