Teatro India
24 aprile 2026
Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III e sul Teatro
Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III è un monologo che attraversa, sviscera, scompone e ricompone in un contesto contemporaneo e specifico il Riccardo III di Shakespeare attraverso la scrittura del pluripremiato drammaturgo e regista uruguaiano Gabriel Calderón.
A dare anima e corpo a questo complesso e affascinante personaggio è Francesco Montanari che, attraverso un’interpretazione magistrale, lo vive ardentemente dal di dentro, abitandolo con passione e traporto, modellandolo sulle proprie corde e restituendo con amore e passione un personaggio avvincente e contemporaneo.

Il testo racconta di un attore che, dopo aver ricoperto solo ruoli marginali, ha finalmente l’opportunità di interpretare un ruolo da protagonista ed è seriamente intenzionato a sfruttarlo al meglio.
L’occasione lo porta al centro di dinamiche da cui fino a quel momento era rimasto escluso e si trova a giudicare, con fermezza e spesso disprezzo, colleghi e colleghe.
Passo dopo passo, emergono sconvolgenti affinità tra l’attore e il personaggio.
Intrerpretandone il celebre monologo, l’attore ritrova in se stesso i tratti oscuri e malvagi del Duca di Gloucester e sovrano di York.
Ambizione, rabbia repressa, desiderio di riscatto, mano pronta alla violenza, calcolo sembrano trasfondersi dal personaggio all’attore in un monologo incalzante che mano a mano riduce la distanza tra le epoche e sovrappone le singole identità.
Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III è un monologo affascinante, suggestivo, intimo, in un certo senso irruento e per certi versi violento, così come violente sono le più forti passioni dell’animo umano.
Nella sua forma, alterna, con precisione chirurgica e perfetta concatenazione, il pentametro giambico, i versi in rima e una prosa veloce e martellante.
In questo modo, il personaggio e l’attore si avvicendano rapidamente, dandosi il cambio a più riprese fino quasi a confondersi (da cum fondere = fondere insieme) l’uno con l’altro.
Montanari interpreta, con carattere, carisma e magnetismo, un attore ambizioso e sanguigno che, per la prima volta alle prese con un ruolo da protagonista, si sente di dividere il palco con una manica di incompetenti.
Contesta il regista, disprezza colleghi e colleghe.
Più l’attore si cala nel personaggio di Riccardo, più ne vive i sentimenti e le passioni violente riportandole nel proprio tempo, anzi ORA, nell’immediatezza di quell’istante.
Entrando e uscendo continuamente dal personaggio, Montanari è più del solo Riccardo e lo stesso Riccardo è molto di più del suo personaggio e della sua storia; Riccardo è molto di più di se stesso e anche di Shakespeare.
Allo stesso modo Montanari non è solo l’attore, quello specifico attore, ma diventa l’Attore, assurgendo a modello di qualcosa di più grande e profondo, prodigandosi in una meditazione critica sulla condizione dell’attore nel contesto teatrale contemporaneo.
Perché il cinghiale? Perché “creare note mentali per la costruzione del cinghiale”?
Perché il cinghiale richiama i tratti animaleschi di Riccardo e dello stesso Montanari.
Un po’ suino, un po’ topo, il cinghiale è animale selvatico, artiodattilo, non propriamente bello, ma d’effetto, efficace potremmo dire, sicuramente forte.
In questo modo, il meraviglioso monologo di Calderón diviene una lezione di teatro magistrale che non risparmia nessuno e che rivendica la necessità assoluta per un attore intelligente di avere davanti a sé spettatori intelligenti.
Via i mediocri, via gli stupidi, via gli approfittatori: il teatro richiede rispetto, intelligenza e capacità di spirito critico.
Calderón trova in Francesco Montanari l’attore che con passione, trasporto e talento entra nel testo, lo abita, lo vive e lo restituisce al pubblico con immediatezza, con energia, anche irruenza, delineando un viaggio che vuole uscire dalla mappa disegnata per farsi autonomo e portare alla scoperta del territorio teatrale.
La sua esibizione è superba. Montanari esprime una vis interpretativa potente, mantenendo per tutto il tempo un ritmo incalzante, restituendo l’energia della parola e del verso.
Lo spettatore resta appeso alle sue labbra, sprofondato nel suo sguardo e non può smarrirsi né smarrire il senso.
Le parole sono accompagnate e sostenute da significativi cambi di espressività e palpabile è la capacità di Montanari di coinvolgere il pubblico, con uno sguardo, un gesto o con domande.
La scenografia di Paolo Di Benedetto si concentra in una struttura a baldacchino piena di corde e ingranaggi, con pedane e impalcature in cui Montanari si muove e si agita con padronanza e sicurezza.
Sopra a questo piccolo teatro, una carrucola raccoglie tutti i capi delle corde ad una estremità.
Davanti un vecchio e polveroso sipario verde, sbiadito e rovinato dal tempo. A terra dei libri, le opere di “Agita Lancia” (Shake speare).
L’insieme evoca la precarietà e la vulnerabilità del sistema teatrale.
Un “piccolo” teatro, una scenografia misurata, ma che restituisce un respiro universale.
Il verde del sipario è richiamato dalla giacca che il protagonista indossa nella prima parte dello spettacolo, questa, come tutti i bei costumi, opera di Gianluca Sbicca.
Montanari gioca col disegno luci di Maneul Frenda, dialogando col datore luci in un gioco al chiaro scuro che rientra in questo continuo essere dentro e fuori, vero e falso, persona e personaggio.
L’ombra, lo scuro vela Riccardo che recita versi in rima davanti ad una platea al buio, mentre Francesco si spoglia della giacca e della camicia e resta in luce davanti ad una platea anch’essa illuminata.
Storia di un cinghiale è uno spettacolo illuminante, sincero, diretto, provocatorio estimolante che invita alla riflessione, ma anche all’azione.
La scrittura di Calderón è intensa e mescola registri diversi, uno più quotidiano, reale, l’altro lirico e visionario.
Portavoce di un pensiero metateatrale, Calderón riflette spesso sul teatro, sul ruolo dell’attore e sulla rappresentazione, mettendo in discussione ciò che è “reale” sulla scena.
In Montanari trova un perfetto interprete che coniuga fisicità a presenza e forza interpretativa. Montanari restituisce la complessità e la grandezza del testo amplificandone la potenza e contribuendo alla creazione di un senso che si manifesta in quell’istante sulla scena.
Storia di un cinghiale Qualcosa su Riccardo III
liberamente ispirato a Riccardo III di William Shakespeare
scritto e diretto da Gabriel Calderón
traduzione Teresa Vila
con Francesco Montanari
scene Paolo Di Benedetto
costumi Gianluca Sbicca
luci Manuel Frenda
foto Masiar Pasquali
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Carnezzeria
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