Sansepolcro
23 – 25 luglio 2026
Kilowatt Festival 2026: diario di tre giorni di festival
Kilowatt Festival 2026 chiude il sipario della 24esima edizione registrando un successo di presenze, la soddisfazione delle compagnie partecipanti, l’alto gradimento del pubblico e una significativa partecipazione della critica.
Svoltosi dal 17 al 25 luglio 2026, a Sansepolcro, Kilowatt Festival è il festival internazionale e multidisciplinare di teatro, danza, circo, musica diretto da Lucia Franchi e Luca Ricci dell’Associazione CapoTrave/Kiowatt.
CapoTrave/Kiowatt è un progetto internazionale di produzione, formazione, rigenerazione urbana e ospitalità dedicato alla scena contemporanea (teatro, danza, circo, musica, arti visive e multimediali) che ha vinto due premi Ubu, il primo nel 2010 come progetto speciale e il secondo nel 2021 a Lucia Franchi e Luca Ricci come miglior progetto curatoriale, il premio Nico Garrone nel 2013, il premio Il Teatro del Sacro nel 2015, e il premio della Critica ANCT nel 2021.
Abbiamo avuto la felice opportunità di partecipare a tre giorni di festival e di poterci immergere nel clima di fermento culturale e artistico che questo evento genera, offrendo l’opportunità non solo di assistere a spettacoli e performance della scena contemporanea, ma anche di entrare in contatto e mettersi in relazione con le compagnie, addetti ai lavori e operatori teatrali in genere, inserendoci, inoltre, nella realtà territoriale e tra il pubblico locale, composto da spettatori partecipanti e attivi.
In questo articolo vi raccontiamo le nostre impressioni di questi tre giorni di festival.
Kilowatt Festival 2026
La prima nostra giornata di festival si apre con la lettura scenica del testo vincitore del Premio Nazionale di Drammaturgia Omissis 2025 con il sostegno di Teatro 2.0.
SEG MEN TAR SI, dis-integrazione dell’umano è un testo di Chiara Arrigoni portato in scena in forma di reading con la regia di Ivonne Capece e gli attori Stefano Carenza, Silvia Di Cesare, Ion Donà, Pasquale Montemurro.
Anna è una giovane ragazza di 22 anni che vuole andare all’università, ma non ha i soldi e decide di vendere parti del proprio corpo che verranno utilizzate per umanizzare degli androidi. In questo processo di umanizzazione, Anna incontrerà vari personaggi, in particolare un androide con il quale instaurerà un rapporto intimo.
L’idea originale fonda le radici nel mondo dell’horror per poi seguire una suggestione fantascientifica in cui l’uomo e gli androidi si mescolano donandosi parti con la conseguenza di creare una umanità ibrida.
La domanda, allora, è: quanto perderanno di se stessi?
Trattandosi solo di una lettura scenica, sarà poi interessante vedere come verrà sviluppato lo spettacolo teatrale per il quale è stato svelato che si vorrebbero utilizzare uomini insieme a robot.
Kittens, di Angelo Petracca è una performance molto originale che affonda le proprie radici nel mondo dei manga, mescolando movimenti glitchati e controllati al senso estetico del fumetto giapponese, in particolare la mondo di Hello Kitty.
Inserendo lo stile kawaii, corrente culturale ed estetica nata in Giappone che significa letteralmente “carino”, “grazioso” o “adorabile”, in un contesto in cui tecnologia e intelligenza artificiale rischiano di eliminare le emozioni e limitare l’identità e la percezione del corpo, la performance esplora il confine tra fascino e disagio del mondo online.
Completamente lontana dalla nostra concezione di danza contemporanea, l’esibizione rappresenta una performance poco dinamica in cui Angelo Petracca, anche coreografo del lavoro, e Verdiana Gelao dimostrano di possedere una tecnica eccezionale e un sorprendente controllo del corpo e dei movimenti che vengono eseguiti lenti, ritmici e ripetitivi in un processo che avanza e cresce lentamente.
Elemento fondamentale di questa performance è l’espressività dei volti, le “smorfie” con cui i due professionisti accompagnano i loro gesti precisi e apparentemente meccanici.
TACET
In Tacet, scritto da Jacopo Giacomoni e diretto da Silvia Costa, il silenzio si concretizza e il tempo prende forma.
Sei performer, come metronomi umani, tengono il tempo battendo il ritmo con mani, piedi, lo schioccare delle dita, piccoli oggetti e la voce, trasformando pause e gesti in materia scenica.
Un grande disco sospeso sullo sfondo fa da schermo. Un altro disco a terra è come una grande meridiana intorno alla quale gira una delle performer contando il tempo con la voce e passi corti e lenti.
Due i concetti fondamentali sviluppati in questo lavoro.
L’uno il tempo, con gli eventi che lo hanno riempito, abitato.
L’altro, i piccoli (brevi) grandi silenzi della storia, della poesia, della letteratura e della musica.
TACET è un lavoro molto suggestivo sul valore del tempo e del silenzio, un silenzio che, però, non è mai assoluto perché viene riempito sempre da parole e pensieri. Un silenzio che non sta mai zitto.
Un lavoro poetico ed evocativo, ma che, strana ironia, nel parlare del tempo, si dilunga troppo senza evolversi in ulteriori passaggi.
In scena Silvia Costa, Jacopo Giacomoni, Gaia Ginevra Giorgi, Dylan Guzowski, Elena Rivoltini, Matteo Zoppi.
Lo spettacolo ha vinto il Premio Riccione per il Teatro 2025, Biennale College Teatro Drammaturgia Under 40 (2024 -2025).
SEX.EXE
Il Gruppo Voluptas porta in scena una performance concepita e realizzata da Pablo Ezequiel Rizzo (creazione, coreografia, arrangiamento musicale, video editing e proiezioni), con Alessandra Cozzi, Elena Della Manna, Eleonora Gambini, e dramaturg Eliana Rotella.
SEX.EXE è una performance di video mapping su corpi nudi che colpisce dal punto di vista visivo.
Centrale non sembra essere il corpo danzante quanto, piuttosto, il corpo come tela bianca e nuda sulla quale poter lavorare attraverso le immagini proiettate che si muovono sui corpi ridefinendoli in un contesto bidimensionale.
Una performance in cui forse è meglio parlare di movimenti coreografici piuttosto che di danza, sicuramente interessante dal punto di vista visivo, ma difficile da sostenere fino alla fine.
Kilowatt Festival 2026
Il teatro arriva finalmente con Rigetto, il nuovo spettacolo di Dino Lopardo (regia, drammaturgia, scene e luci), con Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano, assistente alla regia Valentina Medda, ambienti sonori di Mario Russo.
Già visto e apprezzato a Castrovillari in occasione di Primavera dei Teatri, Rigetto è una storia nera ad alta tensione emotiva, che alterna momenti di cupa drammaticità a incursioni nel grottesco.
Le protagoniste sono due sorellastre, Anna e Clara, prigioniere di un inganno mentale feroce e letale che si manifesta attraverso due diversi disturbi del comportamento alimentare. Entrambe vivono un rapporto distorto e patologico con il cibo e con il proprio corpo, intrappolate in una lotta interiore costante alimentata anche da una perversa competizione reciproca. Anna è bulimica; Clara, invece, è obesa e affamata d’amore.
Rigetto è uno spettacolo sfrontato, feroce, coraggioso, autentico e doloroso, capace di affrontare con forza e sensibilità temi profondamente umani.
Lopardo racconta la vita senza censure, rifiutandosi di addolcirne gli aspetti più duri. Al contrario, affonda il colpo attraverso parole taglienti, azioni esasperate e immagini potenti, senza rinunciare a un umorismo nero che trasforma il tragico in grottesco.
Rivelazione di questa tre giorni di festival è Bandiera, il nuovo lavoro di Lucia Franchi e Luca Ricci.
Presentato come uno studio, Bandiera rivela una solidità drammaturgica, una complessità creativa e costruttiva importante, ma già ampiamente risolta e un’interpretazione coinvolgente da poter essere già considerato uno spettacolo a tutti gli effetti, eventualmente da rimodulare in alcuni passaggi narrativi.
Bandiera affronta i temi del capitalismo e del comunismo ipotizzando un giubileo che azzeri i debiti di ognuno come avveniva a volte in Mesopotamia e Egitto.
Motosega alla mano, un giovane uomo irrompe nella casa del Primo Ministro sequestrandone la moglie e la governante lettone.
Alle due donne, che si trovano in posizioni sociali e ideologiche completamente opposte, viene proposto un giubileo per la salvezza dell’intero genere umano.
Il giubileo prevederebbe l’annullamento di tutti i debiti, ma per far questo le due donne dovrebbero trovare un accordo reale e profondo.
Mentre sul fuoco cuoce una una peperonata, si parla di macro-economia, di come il vantaggio dei più ricchi poggi sullo sfruttamento dei poveri, di come un mondo senza debiti sarebbe un disastro per l’economia capitalistica contemporanea per la quale le differenze sono fondamentali.
A dare corpo e voce ai protagonisti di questo lavoro, la straordinaria Antonella Attili, attrice di grande carisma; il poliedrico Giancarlo Commare, che qui dà ulteriore prova della sua capacità di essere sempre diverso e sempre convincente; la bravissima Ania Rizzi Bogdan.
Aspetteremo con curiosità il momento di poter assistere allo spettacolo nella sua forma completa e definitiva.
Si è rivelata, invece, un’occasione persa lo spettacolo Perfect Days, di Teatro Da Bar.
In una provincia remota del Veneto, Leone è il gestore di una stazione di servizio aperta h24. Egli controlla un piccolo mondo fatto di solitudine, alcool e dipendenze abitato ogni notte dagli stessi personaggi. Poi, l’equilibrio si spezza, e tutto il mondo di Leone crolla drammaticamente.
Lo spettacolo di Nicolò Sordo ed Enrico Ferrari, diretto da Enoch Marrella e interpretato da Enrico Ferrari, Michele Lonardi e Nicolò Sordo affronta con passione e sentimento il tema della ludopatia e delle dipendenze in genere riuscendo a rappresentare il dramma dell’uomo nel momento del suo fallimento, ma anche la solidarietà tra uomini semplici.
Ne emerge la vita di una provincia remota e chiusa in se stessa in cui i personaggi vivono vite di disperazione senza alcuna aspettativa verso il futuro.
Il grosso limite di questo spettacolo così sensibile e ben interpretato è l’uso del dialetto veneto stretto che ne rende difficile la comprensione.
Il dialetto a teatro ha spesso il merito di caratterizzare meglio e più precisamente i personaggi, definendone la provenienza e il contesto, ma, soprattutto, restituendo l’esistenza con immediatezza.
Deve essere, però, sempre un dialetto chiaro, scandito, che, anche laddove non dovesse essere immediatamente comprensibile nel significato della singola parola o del singolo verbo, deve rendere l’idea del contesto generale.
In questo caso, manca questa immediatezza, forse anche perché il veneto non tra i dialetti più sentiti a teatro, in televisione e nemmeno per strada.
Eppure anche noi che abbiamo familiarità con questo dialetto, abbiamo trovato che l’uso risultasse respingente per lo spettatore.
musicALL
La Compagnia di Danza Lost Movement ha portato a Sansepolcro e al festival una ventata di freschezza ed energia coinvolgendo il pubblico attraverso un’esibizione in piazza altamente dinamica e frizzante.
Ispirato al mondo del musical, il lavoro passa da Flashdance a Dirty Dancing, da Fame a Saturday Night Fever avendo in mente un’idea precisa e sviluppando un concetto chiaro e netto che vede i movimenti iconici della cultura pop degli anni ’80 invadere lo spazio urbano.
Il lavoro potrebbe sembrare prevedibile a chi ne leggesse su un manifesto, invece dimostra una programmatici e rivela grande impegno e sforzo da parte di questo corpo di ballo giovane, dinamico ed effervescente.
Le coreografie sono di Nicolò Abbattista, la drammaturgia di Christian Consalvo, le composizioni e ricomposizioni musicali originali di Filippo Ripamonti, i costumi di Mariantonietta Gattulli e Alice Musso.
Il carismatico corpo di ballo è costituito da Alessandro Bonacina, Arianna Cunsolo, Enrico Luly, Francesca Lastella, Nicoletta Bellazzi.
ECHO CHAMBERS, un amore senza fine.
Bellissimo, evocativo, simpatico, divertente, ottimamente costruito è questo spettacolo che attraverso la danza, la parola, proiezioni e campionamenti, pone in risalto le tensioni tra successo, fama e rovina esplorando il potere dell’applauso e mostrando come l’applaudire possa avere effetti diversi, potendo portare all’esaltazione o alla rovina.
Di Vittorio Pagani, interpretato dai bravissimi Francesca Santamaria e Rafael Candela, con la collaborazione drammaturgica di Pietro Angelini, Echo Chambers è un lavoro che con una danza apparentemente leggera crea un tessuto narrativo suggestivo e coinvolgente.
Rimanendo in tema di danza, possiamo dire che i lavori presentati in questi tre giorni al festival mettono in crisi e ridefiniscono il concetto stesso di “danza” e di “contemporaneo”.
Preferiamo definire questi lavori, spesso sperimentali, performance, se non meri movimenti coreografici al servizio di idee e concetti che restano spesso oscuri.
Su questo ci si dovrebbe interrogare. Siamo certi che qualcuno lo stia già facendo.
Kilowatt Festival 2026
Foto di copertina Luca Del Pia
Si ringrazia l’ufficio stampa nella persona di Maria Gabriella Mansi
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