Teatro Greco di Siracusa
9 maggio 2026
Prima
Antigone, eroina della disobbedienza civile per Carsen
Antigone è il secondo spettacolo, dopo l’Alcesti, con cui la Fondazione Inda ha inaugurato la 61esima Stagione del Teatro Greco di Siracusa.
Antigone è una tragedia di Sofocle (datata circa 442 a.C.) che appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti.
L’opera rappresenta il conflitto tra la legge umana (dello Stato) e quella divina e morale.
La storia racconta che, a seguito dello scontro tra i due fratelli Eteocle e Pollice, figli di Edipo, per il potere su Tebe, in cui entrambi trovarono la morte, il nuovo sovrano Creonte stabilisse che Eteocle potesse ricevere gli onori funebre, mentre Polinice, considerato nemico dello Stato, restasse insepolto e il suo copro lasciato alla mercé degli animali selvatici.
La sorella Antigone, però, si ribella a questo editto e, trasgredendo consapevolmente la legge, dà sepoltura al corpo.
Nonostante gli interventi di Ismene, sua sorella, e di Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, Antigone viene condannata a morte e la sua morte porterà sventura sulla casa di Creonte così come aveva profetizzato Tiresia.
Antigone è l’unica tragedia a carattere politico giunta fino a noi. In genere, infatti, le tragedie raccontano dei miti.
Il suo valore politico e civile è molto alto: Antigone, sfidando il re Creonte nel dare sepoltura al fratello Polinice assurge a simbolo di resistenza civile, dimostrando pietas e ribellandosi al dispotismo autoritario del sovrano.
Creonte è un despota che non rispetta le leggi non scritte degli dei o un governatore che fa valere le leggi scritte dall’uomo?
Da sempre il pensiero dominante è che Creonte sia un tiranno, come ce ne sono stati molti e come anche oggi possiamo constatare guardando alla nostra politica mondiale.
E’ ostinato a far valere la legge mutevole dell’uomo, contro la legge non scritta, atavica, degli dei e della famiglia.
Nonostante ora ci sia anche una vasta letteratura che sovverte l’interpretazione antica in favore di una rivalutazione di Creonte e del suo attaccamento allo Stato e alla sua legge, è interessante e dà sollievo notare come Robert Carsen, regista di questo splendido e potente allestimento, appena insignito del premio Eschilo d’Oro 2026, non si discosti dalla lettura che da secoli viene data a quest’opera, anzi la attualizzi e la renda figurativamente ancora più potente.
Carsen porta l’Antigone in uno dei molteplici terreni di guerra che martoriano il nostro mondo.
Siamo a Tebe (scena di Radu Boruzescu), ma potremmo essere ovunque oggi nel mondo ci sia una guerra. Soldati dispongono a terra i sacchi che contengono i corpi dei caduti.
Dominano il grigio delle divise e il nero dei sacchi. Intorno e addosso è polvere. Un tamburo suona rintocchi di morte.
Una marea nera umana entra in scena: i volti sono disperati, le bocche urlano straziate dal dolore.
Sono i parenti delle vittime che accorrono ad abbracciare i sacchi che contengono i corpi dei loro cari.
E’ un momento corale di enorme emozione. Solo il primo. Ne seguiranno molti altri.


L’elemento contemporaneo è dato anche dai costumi di Luis Carvalho: i cappotti grigi e neri, anch’essi impolverati, del Coro e gli abiti di Creonte e di Euridice, sua moglie, che tanto ricorda la first lady americana.
Un soldato porterà notizia a Creonte che il corpo di Polinice ha ricevuto gli onori funebri. Scatta immediatamente la caccia a chi sia stato.
Si tratta di Antigone, che verrà portata a cospetto del re e condannata ad essere sepolta viva.
A nulla serviranno le parole della sorella Ismene (Mersila Sokoli), che non aveva voluto esserle a fianco nell’impresa, ma che poi tenta, senza successo, di esserle vicino nella pena.
A nulla servirà nemmeno l’intervento del promesso sposo, Emone (Gabriele Rametta).
Col suo andare contro la legge, donna e sola, Antigone diventa il simbolo della disobbedienza civile. Ella sa che andando contro il potere rischierà la morte, ma sa che deve farlo.
Antigone è una ragazza che ha attraversato il dolore: ha vissuto l’incesto dei genitori, la morte della madre, l’esilio del padre Edipo, la morte dei fratelli uccisisi a vicenda.
La sua disobbedienza civile proviene da un profondo sentimento interno, da una consapevolezza vissuta e sofferta. Ella è strettamente connessa al mondo degli dei e alle leggi della famiglia e ha un senso della morale e della giustizia radicati nell’intimo.
Camilla Semino Favro è presa, dentro la parte, eppure, la sua interpretazione non convince fino in fondo: possiede ostinazione e coraggio, ma manca di passione.
Forse perché la sua Antigone è talmente lucida che agisce più per rispetto della legge non scritta che per afflato emotivo.
Creonte è l’uomo di potere ottuso che ha paura di venire screditato da una donna. Egli non può cedere davanti alle istanze della donna. Egli è uno dei tanti tiranni come ci sono oggi.
Paolo Mazzarelli ne dà un’interpretazione asciutta, molto diretta, potente, crudele. Davvero convincente.
Poi c’è Tiresia, la figura che lega l’umano al divino; l’indovino che fa da ponte tra il terreno e il soprannaturale.

Graziano Piazza è semplicemente straordinario. La sua interpretazione è potente e coinvolgente. Il suo Tiresia attraversa una serie di accenti, da quelli più sfumati dell’uomo che si rivolge al re, a quelli più eccitati dell’indovino in preda alla propria visione.
E’ interessante come risaltino due elementi in connessione tra loro, ossia, la cecità di Tiresia che, però, vede il futuro, e la visionarietà di Antigone, che usa tanto il verbo “guardare”.
Gabriele Rametta è Emone, figlio devoto e rispettoso che cerca di far ragionare il padre, ma alla fine si suicida davanti alla sua Antigone.
Il Capo coro Rosario Tedesco e la guardia Pasquale Di Filippo costituiscono due fulcri in movimento entro i quali si svolgono degli scambi illuminanti che hanno come unico destinatario Creonte. Deve essere anche per questo, oltre che per l’evidente contesto di guerra, che si esprimono con ritmo marziale, come se battessero dei passi di marcia.
Poi c’è Euridice (Ilaria Genatiempo), moglie bella e silenziosa, che scatena con potenza il dramma, il proprio e quello di Creonte, in una manciata di battute e di minuti.
Infine il Coro. Questa presenza cosi importante, imponente. Il Coro che è d’accordo con Antigone, ma ha paura di manifestare il proprio appoggio alla posizione della donna.
Un Coro che vede una partecipazione massiccia di personaggi che creano immagini potenti e suggestive, grazie al superbo lavoro di Marco Berriel che ha pensato dei bellissimi i movimenti coreografici che costituiscono un ulteriore linguaggio dello spettacolo e che vengono eseguiti con grande coordinazione.
Conclude un allestimento di grande impatto visivo lo splendido disegno luci di Giuseppe Di Iorio e dello stesso Carsen, un disegno luci che taglia le figure e ne staglia le ombre in maniera netta.
Da citare l’attenta e precisa traduzione di Francesco Morosi.
Antigone con la regia di Robert Carsen è la tragedia dell’umanità che fa riflettere sul nostro mondo contemporaneo e ci invita a prendere posizione e a manifestare il nostro dissenso civile. Ad alta voce. Senza paura. Anche se dovessimo rimanere soli.
Antigone di Sofocle
Regia di Robert Carsen
Traduzione di Francesco Morosi,
Scena – Radu Boruzescu
Costumi – Luis Carvalho
Musiche – Cosmin Nicolae
Movimenti – Marco Berriel
Disegno luci – Giuseppe Di Iorio, Robert Carsen
Assistente alla regia – Stefano Simone Pintor
Assistente scenografo – Alison Isabel Walker
Assistente costumista – Giorgia Tomatis
Sul palcoscenico del Teatro Greco di Siracusa un cast di grande talento:
Antigone – Camilla Semino Favro
Ismene – Mersila Sokoli
Creonte – Paolo Mazzarelli
Guardia – Pasquale Di Filippo
Emone – Gabriele Rametta
Euridice – Ilaria Genatiempo
Tiresia – Graziano Piazza
Messaggero – Dario Battaglia
Capi coro – Elena Polic Greco, Rosario Tedesco
Foto di Tommaso Le Pera
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