Don Giovanni. Nuovo Teatro Ariberto di Milano, 17 febbraio 2017
Recensione di Carlo Tomeo
Un Don Giovanni di oggi con abiti d’epoca: è quello adattato e portato in scena al Nuovo Teatro Ariberto da Marco Filatori, che ha avuto il merito di avvicinare ai giovani una commedia classica e, nello stesso tempo, di far scoprire ai meno giovani, che già conoscono l’opera, delle insospettate novità, proprio dovute al suo adattamento. Pur mantenendone la sua trama essenziale, egli ha portato alla luce le caratteristiche che potevano apparire più nascoste nell’originale e che ora invece vengono meglio comprese, e non solo perché nel frattempo, da quando fu rappresentata la prima volta (1665), sono trascorsi tre secoli e mezzo, ma anche perché l’età dei lumi aveva dato i suoi contributi a modificare il modo di vedere la morale del protagonista che, ricordiamolo, al debutto, aveva scandalizzato soprattutto il mondo ecclesiastico.
Tuttavia, nelle messe in scena di questo classico che si sono susseguite nei secoli, a parte una rivisitazione più illuministica della morale come si è detto, non ci sono stati molti accostamenti più diretti alle realtà delle società coeve alle varie rappresentazioni.
Nell’adattamento di Filatori, invece, ci sono elementi innovativi che sono i punti di forza di questo ennesimo “Don Giovanni”: in primis la riduzione in circa 80 minuti dell’opera che è stata sfrangiata di dialoghi e di scene che potrebbero stancare il pubblico di oggi, senza per questo ridurre la qualità dell’opera. L’essenziale è il tema che è quello che costituisce la caratteristica predominante in Don Giovanni, oserei dire l’unica: l’affermazione di un proprio pensiero che si discosta da quello della maggioranza perbenista. Egli sa di essere un libertino e vuole esserlo, non è neanche un timorato di Dio, non essendo credente, e questo è un motivo in più di autoaffermazione. Le sue azioni non le vede come malefatte ma piuttosto come appagamento dei suoi desideri anche se sono purtroppo necessarie a creare dispiaceri e torti a chi ne rimane vittima, anzi in alcuni casi se ne compiace con il servo Sganarello che fa il moralista e in più occasioni lo biasima.
Ma chi è Sganarello che ha bisogno di usare una maschera per esprimere il proprio pensiero al suo padrone? Cosa si rivela sotto quella maschera? Un volto che non sa nascondere il liberalismo e l’egoismo simile a quello di Don Giovanni ma tenuto nascosto per opportunità? I personaggi che non hanno timore di mostrare il proprio volto sono quelli che dicono la verità, lo stesso Don Giovanni, quando parla con il suo servo, non ha bisogno di nascondersi dietro una maschera perché il proprio volto è ciò che esprime realmente il suo carattere: compiaciuto di essere un libertino perché troppo affascinato dalla donna. E questo compiacimento è talmente la sua vera natura da non esitare a raccontare bugie, continuando a usare il suo volto reale, ormai assuefatto totalmente al personaggio. Userà la maschera, in un’unica occasione, su consiglio di Sganarello, perché deve nascondere ciò che non può mostrare alla luce del sole in quanto non facente parte del suo vero essere.
Anche il padre di Don Giovanni usa una maschera quando si compiace con il figlio che finalmente sembra essere pentito del suo mal comportamento e pronto finalmente a ravvedersi. In questo caso la maschera viene usata per motivi scenici, ma chi ci assicura che questi motivi non coincidano con quelli degli altri personaggi che non osano apparire quali siano realmente? Come, per esempio, i fratelli di Elvira che la consuetudine vuole che essi si vendichino del torto che Don Giovanni ha fatto alla loro sorella: ma chi può dire che in realtà essi stessi siano molto simili per indole al loro nemico?
Per rendere meglio questo concetto il regista si serve di un’altra trovata: quella in cui, durante le sue affermazioni di libero arbitrio e di voler continuare a essere se stesso, Don Giovanni rovescerà la poltrona che mostra dalla parte opposta delle seduta uno specchio rivolto contro il pubblico: siamo tutti quindi persone che, più o meno e quando le circostanze lo richiedono, usiamo una maschera da porre sul nostro volto affinché al prossimo non giunga altro messaggio se non quello vocale, che potrebbe essere non veritiero? Ecco la modernità dell’opera con il mondo contemporaneo: l’aggancio all’uomo della società odierna che non solo vuole essere libero di rappresentare quale si sente di essere, ma avere anche la possibilità di nascondere il vero se stesso.
Portare in scena, infine, in scena solo quattro personaggi a rappresentare una commedia che ne richiederebbe diciassette è un altro merito che va riconosciuto al regista ma anche ai bravissimi attori, in particolare Mirko Lanfredini e Silvia Ripamonti, rispettivamente nei panni di Don Giovanni e Sganarello.
Altro plauso al creatore dei diversi e originali costumi, Luciano Daniele, e agli ottimi interventi musicali della Banda Fenice.
Il pubblico ha dimostrato non poco interesse, si è divertito e non ha lesinato i più che giusti applausi. Si augura sia al Teatro che alla Compagnia una ripresa del meritevole spettacolo.
Don Giovanni
di Molière
adattamento e regia di Marco Filatori
con Mirko Lanfredini, Silvia Ripamonti, Claudia Campani e Paride Beretta
musiche originali Banda Fenice
collaborazione ai costumi Luciano Daniele
foto di scena di Beatrice Lo Proto
Produzione Teatro del Battito / Teatro della Verità
in scena al Nuovo Teatro Ariberto di Milano fino al 19 febbraio.
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