Teatro greco di Siracusa
8 maggio 2026
Prima
Alcesti, una straniera che muore per amore
Alcesti è lo spettacolo con cui la Fondazione Inda ha inaugurato la 61esima Stagione del Teatro Greco di Siracusa.
L’Alcesti è la più antica opera euripidea che conosciamo (rappresentata probabilmente alle Dionisie del 438 a.C.) che chiude la tetralogia dopo Le Cretesi, Alcmeone a Psofide, Telefo.
In queste competizioni la prassi voleva che le tetralogie si chiudessero con un dramma satiresco. Il caso di Alcesti è diverso: l’opera non è certo un dramma satiresco né può definirsi commedia, quanto, piuttosto, una tragedia a lieto fine.
Alcesti occuperebbe il quarto posto nella tetralogia per l’elemento “comico” rappresentato dalla figura di Eracle e per quel lieto fine che vede tornare Alcesti dal mondo dei morti.
Questa, in maniera breve e non esaustiva, la storia dell’opera.
Il dio Apollo concede ad Admeto di sfuggire alla morte nel caso trovi qualcuno che si sacrifichi per lui.
Né gli amici, né i genitori si presteranno a tale sacrificio. Sarà la moglie Alcesti a scegliere di morire per lui.
Nel momento più drammatico e intenso del lutto, presso la casa di Admeto giunge Eracle a chiedere accoglienza. Pur devastato dalla morte della moglie, Admeto, rispettoso del culto dell’ospitalità, nasconde all’ospite il proprio dolore e lo accoglie in casa.
Eracle approfitterà dell’ospitalità ubriacandosi. A quel punto verrà affrontato da un servo risentito dal suo atteggiamento che gli rivelerà la verità.
Dapprima offeso per il comportamento di Admeto, Eracle deciderà poi di onorare il proprio ospite riportandogli la moglie dal mondo dei morti.
Alcesti è un’opera molto complessa e controversa. Si è discusso molto e si discute ancora sulla sua natura di tragedia a lieto fine e sugli elementi “comici” che la caratterizzano.
Fondamentali, allora, nella sua messa in scena, sono la lettura e l’interpretazione che ne dà il regista e il punto di vista a partire dal quale viene rappresentata.
Possono essere fatte mille considerazioni in merito all’Alcesti: si può discutere del ruolo della donna al tempo; si può analizzare la figura di Amleto, uomo e marito che manda la moglie a morire al suo posto per poi rimpiangerla.
Quello che certamente il regista Filippo Dini fa per quest’opera è prendere una posizione netta.
Prima scelta è quella di portare Alcesti ai giorni nostri, non solo per quanto concerne l’ambientazione, scenografia e costumi (questi di Alessio Rosati), ma anche dal punto di vista del “sentire”.
Nella visione di Filippo Dini, il carattere femminile è molto marcato e le donne in qualche modo assumono una consapevolezza dello stare al mondo.
La sua Alcesti è sicuramente un potente invito a vivere i sentimenti in maniera meno superficiale.
Per Dini, Alcesti non è sacrificabile in quanto donna e, quindi, perché la sua vita fosse considerata meno importante di quella di un uomo.
Il regista concentra l’attenzione sul suo essere straniera, una straniera che entra in una famiglia potente e antica il cui sacrificio consapevole è quello di una donna che ama molto.
Il sacrificio di Alcesti, attraverso la lettura di Dini, rivela l’essenza stessa dell’amore: Alcesti ci insegna a vivere l’amore in maniera più profonda e meno superficiale; a scegliere di amare e ad essere responsabili delle nostre scelte.
Dini con Alcesti intende indagare la condizione femminile contemporanea. Il suo ritorno dalla morte viene presentato come simbolo di riscatto dall’orrore delle violenze e dei femminicidi.
Altra scelta netta e felicemente condivisa è quella di seguire la linea di un Admeto che, una volta resosi conto di quello che sta accadendo, cade in uno sconforto reale, consapevole che la propria vita proseguita oltre il proprio destino sia stato un grandissimo errore.
L’allestimento, dicevamo, è decisamente contemporaneo. Mentre il numerosissimo pubblico prende posto, lentamente entrano in scena ragazze in intimo fucsia, pigre, lente, sonnolenti e altre donne (in tutto ne abbiamo contate 21) a fare le pulizie nel grande palazzo di Admeto.
La scena di Gregorio Zurla ricostruisce una residenza ricca e modernissima a misura di maschio, con palestra e spa, eleganti arredamenti da giardino con lettini prendisole. Alle spalle una grande cabina armadio doppia a vista. Tutto sui colori del grigio e del nero a contrasto con il rosso e il color mattone degli abiti delle donne.
Un Apollo bleso (Alessio Del Mastro) si presenta tutto dipinto di oro.
Thanatos (un bravissimo Luigi Bignone) viene presentato come un contabile viscido e capriccioso dalle fattezze andreottiane che indossa un trench e si aggira con tre schiavi zombie, laidi e lascivi, che ululano e rantolano come bestie. Una delle scelte più azzeccate di questo allestimento.
Alcesti (Deniz Ozdogan) entra in scena intonando dei potenti vocalizzi e va incontro alla morte rantolando, come posseduta da Thanatos.
Gli stessi vocalizzi saranno ripresi alla fine, quando uscirà di scena una volta tornata dall’aldilà.
L’interpretazione della Ozdogan è potente, intensa, ma particolare, sopra le righe. La sua Alcesti annaspa, ansima; la voce è alterata; nei suoi occhi si vede la disperazione, eppure Alcesti, mentre esprime il suo ultimo saluto e impone al marito la promessa di non sostituirla con un’altra donna, più che impaurita o addolorata, sembra ubriaca.
Admeto, nell’interpretazione calzante e ficcante di Aldo Ottobrino, è perfettamente aderente al punto di vista registico che si è descritto sopra e capace di mantenere il proprio personaggio credibile per tutto il tempo della rappresentazione presentandolo come un uomo fiero e orgoglioso che ha tutte le debolezze e le fragilità di un maschio contemporaneo e si dimostra vigliacco nel voler scampare alla morte.
Il suol dolore per la morte della moglie, però, è vero, sentito.
Piace molto Sandra Toffolatti nei panni della Ancella: misurata, precisa, restituisce perfettamente la tensione del personaggio.
Troviamo in scena Filippo Dini nei panni di Ferete, padre di Admeto, potente e deciso nell’invettiva contro il figlio dopo che questi gli ha furiosamente inveito contro.
Molto interessanti i movimenti coreografici del Coro che adottano una gestualità molto espressiva opera di Alessio Maria Romano.
Dini opta per diversificare il coro, creando un coro del popolo e un coro della casa di Admeto. Due cori che costituiscono non due masse indistinte, bensì individui ben determinati nel proprio ruolo sociale.
Su tutto gioca il disegno luci di Pasquale Mari.



A rendere speciale questa nuova produzione anche le musiche di Paolo Fresu, autore delle musiche dello spettacolo, che in occasione della serata di debutto sono state eseguite dal vivo dallo stesso Fresu.
La sua tromba, strumento insolito per una tragedia greca, suona un lento motivo funesto, funebre e malinconico.
Molto apprezzata la traduzione di Elena Fabbro che dà il giusto spessore alle parole chiave di questa tragedia.
Dispiace dover constatare, però, i forti limiti di questo spettacolo.
L’Alcesti di Dini è una tragedia urlata per tutto il tempo.
Più che seguire la via della disperazione e dello strazio per il lutto, è stata scelta la via del lamento e del rimpianto espressi a voce alta.
Alcuni personaggi sono esageratamente esasperati. Eracle (Denis Fasolo) entra in scena in bici indossando un cappotto giallo con pellicciotto che ricorda la pelle del leone di una delle sue fatiche. Parla in veneto, è alticcio, poi si ubriaca e sembra un esaltato.
Gli fa da contraltare il servo offeso (Bruno Ricci) che lo rimprovera in pugliese.
Dini sceglie una regia con un indirizzo molto netto e preciso sapendo di esporsi al giudizio del pubblico. Lo spettacolo, infatti, risulta divisivo per le scelte registiche applicate.
Quando si fanno scelte così particolari, estreme, si è inevitabilmente consapevoli di esporsi ai commenti e alle critiche.
Va riconosciuto, senza voler offendere alcuno, ma per manifestare il nostro dissenso in merito alla direzione di questo spettacolo, che molte soluzioni adottate si rivelano ridicole, non nel senso etimologico di ciò che provoca una risata, ma nel senso esteso di imbarazzante.
Non condividiamo l’idea di voler rendere a tutti costi contemporaneo il classico, che già possiede in sé la caratteristica di resistere nel tempo e parlare a tutti in ogni epoca, esasperandone alcuni elementi decisivi. L’estremizzazione applicata a blocchi non funziona.
Anche il pubblico ha dimostrato di non aver gradito questa versione dell’Alcesti di Filippo Dini.
Resta poi una grande preoccupazione per le migliaia di giovani studenti che si avvicinano al teatro in genere e alla tragedia greca in particolare per la prima volta e si imbattono in spettacoli così controversi senza avere ancora gli strumenti necessari per saper leggere uno spettacolo e saper contestualizzare le scelte applicate.
Alcesti
Di Euripide
Regia Filippo Dini
Traduzione a Elena Fabbro
Scena – Gregorio Zurla
Costumi – Alessio Rosati
Musiche – Paolo Fresu
Movimenti – Alessio Maria Romano
Disegno luci – Pasquale Mari
Assistente alla regia – Arianna Sorci
Assistente costumista – Giulia Giannino
Con:
Alcesti – Deniz Ozdogan
Admeto – Aldo Ottobrino
Apollo – Alessio Del Mastro
Thanatos – Luigi Bignone
Eracle – Denis Fasolo
Ferete – Filippo Dini
Ancella – Sandra Toffolatti
Servo – Bruno Ricci
Capo coro – Carlo Orlando
Coro – Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba, Lucia Limonta, Margherita Mannino, Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo, Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino, Dalila Toscanelli
Foto di Franca Centaro
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