Misurare il salto delle rane:

Teatro Vascello

27 gennaio 2026

Prima

Misurare il salto delle rane: non è possibile misurare il salto quando ci si trova sull’abisso emotivo

Misurare il salto delle rane è il nuovo spettacolo di Carrozzeria Orfeo vincitore del Premio della Critica A.N.C.T. 2025 eora in scena al Teatro Vascello di Roma. 

Scritto da Gabriele Di Luca, che è anche regista insieme a Massimiliano Setti, lo spettacolo è una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47.

Misurare il salto delle rane è una commedia cupa e amara che tratta temi dolorosi e tragici con una buona dose di ironia e cinismo.

Siamo negli anni ’90: in un piccolo paese di pescatori in montagna si ritrovano tre donne appartenenti a tre generazioni diverse, ma accomunate da una tragica morte avvenuta vent’anni prima e che nasconde ancora molti aspetti da chiarire.

Lori, Betti e Iris convivono in un paese dimenticato, circondato da un enorme lago e da una tetra palude, dove la comunità è ancorata a vecchissime usanze.

Le tre donne, che condividono un legame particolare, declinato in maniera differente per ognuna di loro, rappresentano tre mondi personali attraversati da dolori, lutti e mancanze, ma anche da rinascite.

Misurare il salto delle rane è un percorso intimo di conoscenza e consapevolezza nel cuore e nell’anima di tre donne tormentate ognuna a proprio modo, ma che si ritrovano l’una nell’altra, accomunate dal rifiuto di categorie sociali preimpostate e imposte.

Isolate in una comunità arcaica, sprofondate in una quotidianità ripetitiva e frustrante, tormentate da un’enorme sofferenza e da un doloroso rimpianto, Lori, Betti e Iris, dopo iniziali incomprensioni e forti scontri, instaureranno una profonda complicità stringendo una potente alleanza.

Sullo sfondo c’è sempre la prevaricazione dell’uomo sulla donna, che si manifesta nei modi più diversi, dalla dominazione psicologica fino agli atti di violenza verbale e fisica.

E’ sempre l’uomo a decidere del destino della donna; c’è sempre una mentalità maschilista e patriarcale che tenta di soffocare l’autonomia di pensare e agire della donna, ancora di più se ci si trova in una piccola comunità isolata dove il tempo sembra essersi fermato.

Lori è prigioniera di un lutto che non riesce ad elaborare. Betti è la “matta” del paese, con la sua fissazione per le gare di salto delle rane e i suoi comportamenti brutali e maneschi.

Iris sta sfidando se stessa abbattendo la facciata della propria comoda vita compiendo un viaggio reale e metaforico per consegnare un messaggio a Lori.

Prendendo a prestito l’ossessione di Betti per le rane e la sua dedizione nell’allenare la sua Froggy per effettuare il salto più lungo durante il campionato, anche le tre donne si troveranno a dover affrontare un “salto della rana” doloroso e molto impegnativo, ma che potrà portare loro un po’ di pace.

La rana, anfibio che vive tra terra e acqua, è qui il simbolo della transizione, della trasformazione. Il suo salto rappresenta il lasciarsi alle spalle uno status quo per approdare ad una nuova dimensione.

Il titolo, Misurare il salto delle rane, è decisamente evocativo e mette in risalto il bisogno di trasformazione e lo sforzo che essa comporta.

Misurare questo sforzo, però, quantificare la fatica e il coraggio che esso richiede, è impossibile.

Come valutare l’impatto emotivo di un atto di ribellione (anche sociale e politica) a un mondo maschilista in cui la violenza di genere è all’ordine del giorno tanto da apparire naturale?

Il salto a cui le tre protagoniste sono chiamate è quello di superare il ruolo che la società ha imposto loro per diventare altro e ogni volta qualcuna di diverso, senza rimanere intrappolate in categorie.

Misurare il salto delle rane:
Foto di S. Infantino

Misurare il salto delle rane è una storia di sofferenza e di rimpianto, un percorso duro e doloroso che conduce verso una nuova consapevolezza, verso l’accettazione di ciò che è stato e la capacità di perdonarsi, attraverso la scelta coraggiosa di fare i conti con il passato per accettare il presente e cambiare il proprio futuro.

La drammaturgia è un sapiente intreccio di racconti di vite, emozioni, sentimenti, contrasti, rimpianti e rigurgiti dell’anima.

Racconta con potenza la durezza della vita insieme anche alla sua leggerezza, alternando scene di quotidianità mesta e misera a situazioni paradossali che, seppur nella loro drammaticità, suscitano ilarità.

Dal contrasto tra la gravità dei temi trattati e la reazione comica o assurda dei personaggi scaturisce un umorismo che non ha il solo scopo di far ridere, ma che è strumento di critica della società e delle sue vecchie e stupide e convenzioni morali, destando allo stesso tempo nel pubblico un’amara consapevolezza e risvegliando un sorriso che, spesso, è di (auto)commiserazione.

Straordinarie le tre attrici in scena: Noemi Apuzzo, Elsa Bossi e Chiara Stoppa.

La Apuzzo interpreta Iris, un personaggio che parte apparentemente in sordina per poi crescere costantemente nel tempo per spessore e carattere, perfettamente incarnato dalla sua protagonista a cui dà attimi di esitazione alternati a decisioni di carattere, respiri, sospiri e sguardi a volte smarriti, altre volte decisi. Un climax davvero coinvolgente.

Elsa Bossi è Lori, la tormentata madre che non riesce a fare i conti col suicidio della figlia; è quella che vorrebbe sapere, ma allo stesso tempo ha paura di sapere. L’interpretazione sublime della Bossi ne fa una donna forte, ma ferita, piegata, anche fisicamente,  fortemente impaurita e tormentata eppure sempre pronta a esserci per le altre.

Chiara Stoppa è Betti una donna complessa, piena di problemi non risolti, vittima dell’abbandono e della solitudine, allontanata da tutti come “pazza”.

Una donna che ha dovuto fare i conti con la cattiveria e la violenza del mondo, con l’isolamento e il giudizio degli altri e che ha sviluppato un atteggiamento ribelle che sfocia spesso in atti di violenza contro gli uomini.

La Stoppa dà un’interpretazione travolgente e irresistibile di un personaggio complesso che deve essere tragico e comico allo stesso tempo rimanendo sempre credibile, reale, senza mai scadere nella caricatura o nella macchietta. 

Missione nella quale la Stoppa riesce con successo, rappresentando un personaggio sì sopra le righe, ma reale, perfettamente plausibile e che rivela un’intelligenza spiccata.

La regia di Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti abbraccia uno stile cinematografico riscontrabile nel ritmo, nei tempi, nelle mille storie che si intrecciano alla storia, nelle parole e nei gesti della quotidianità che lasciano spazio agli atti tragici e dolorosi, così come anche nelle “inquadrature” con cui i personaggi vengono rappresentati. 

Anche la scena aperta contribuisce a dare immediatezza alla storia grazie alla suggestiva creazione di Enzo Mologni che pone poco decentrato sulla scena l’interno di una vecchia baita di montagna con dentro i suoi pochi e poveri arredamenti.

Alla sua destra una piccola legnaia che funge anche da rifugio e nascondiglio. Dalla parte opposta, la solitaria panchina sul lago, sovrastata da alcuni rami secchi di un albero. E’il luogo del salto, non solo metaforicamente.

Concludono l’allestimento “pittorico” i costumi assai curati di Elisabetta Zinelli e un disegno luci davvero efficace oltre alle musiche che portano indietro agli anni ‘80 e ’90 e diventano spesso tessuto narrativo.

Carrozzeria Orfeo è una tra le compagnie più apprezzate del teatro italiano, un punto di riferimento per la drammaturgia contemporanea nazionale. 

Con Misurare il salto delle rane torna al passato per dire qualcosa di nuovo, con uno spettacolo che è profondamente intimo, ma anche decisamente sferzante.

Tra i tantissimi spunti di analisi che lo spettacolo desta, sembra centrale una riflessione sulla comunicazione affrontata nella sua mancanza e nel suo bisogno.

E’ curiosa l’ossessione di Betti di comunicare attraverso i Walkie Talkie, come se per comunicare con gli altri fosse necessario un mezzo, uno strumento, un intermediario. Come se le persone non potessero comunicare faccia a faccia, ma avessero bisogno di qualcosa dietro cui nascondersi.

Forse perché parlare certe volte è difficile; è complicato raccontarsi. Alcune cose non possono essere dette, altre non devono. E’difficile raccontarsi agli altri e amaro sentirsi raccontare dagli altri.

Le parole fanno paura e possono fare molto male. Però, le parole dette al momento giusto e nel modo giusto, possono sciogliere anche gli animi più freddi e creare ponti tra le persone.

MISURARE IL SALTO DELLE RANE

Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo

Premio della Critica A.N.C.T. 2025

Drammaturgia Gabriele Di Luca

Regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti

Con (in o.a.) Noemi Apuzzo (Iris), Elsa Bossi (Lori), Chiara Stoppa (Betti)

Assistente alla regia Matteo Berardinelli Musiche originali Massimiliano Setti

Scene Enzo Mologni Costumi Elisabetta Zinelli Ideazione luci Carrozzeria Orfeo

Direzione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi

Realizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due

Realizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due

Illustrazione locandina Federico Bassi, Giacomo Trivellini Foto di scena Simone Infantino 

Organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini Ufficio stampa Raffaella Ilari

Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival

in collaborazione con Asti Teatro 47

Foto di copertina di Andrea Morgillo

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