Marbjena Imeraj

Marbjena Imeraj, in barcone dall’Albania per la libertà

Marbjena Imeraj sarà la protagonista del suo spettacolo Albania – Italia Solo Andata, prodotto dall’Associazione Culturale Maeli – Ricerca Teatrale, diretto da Melania Giglio, con scene e costumi a cura di Fabiana Di Marco e Giovanna Stinga, al suo debutto nazionale presso il Teatro Lo Spazio, dal 12 al 14 maggio 2021.

Marbjena Imeraj nel suo monologo biografico tragi-comico racconta la  sua incredibile storia, quella di una giovane donna salita su un barcone e partita dall’Albania verso l’Italia alla ricerca della propria felicità. 

Albania – Italia Solo Andata è il racconto di un viaggio tormentato da accadimenti drammatici da cui la protagonista non si è mai lasciata abbattere. 

Sarà il suo sogno di diventare un’attrice a tenerla viva e a farla sopravvivere a tutte le crudeltà che ha dovuto affrontare.

Ne parlo con la protagonista della sua vita, Marbjena Imeraj.

Marbjena, a quando risale il tuo viaggio in barcone dal’Albania e quanti anni avevi?

Era il 2001. Avevo 19 anni. Ho interrotto gli studi all’università per venire in Italia. 

Quale era la situazione in Albania in quel periodo e cosa hai dovuto vivere prima di trovare il coraggio e la forza per partire?

Per noi donne era una situazione di completa sottomissione. Non potevamo uscire da sole neanche per passeggiare, non potevamo praticare uno sport, non potevamo andare in un locale di sera nemmeno accompagnate.

Ho dovuto vivere tutto questo prima di dire basta e decidere di lasciare il mio paese nonostante l’amore per la mia terra.

Provieni da una famiglia alto borghese, eppure hai dovuto subire violenze e soprusi: dove hai trovato la forza e il coraggio per andare avanti?

L’amore per la vita, per il mio lavoro e nei confronti delle piccole cose quotidiane mi hanno sempre fatto vedere la luce.

Addirittura, per il tuo coming out hai dovuto scontrarti con le fede musulmana della tua famiglia. Come mai e come è andata?

In Albania il 60% è di religione musulmana. Ci sono voluti molti anni prima di dirlo ai miei genitori. Tanti anni di paure prima di trovarmi davanti a mio padre e sentirmi dire che la cosa più importante per lui era che io fossi felice.

Ancora oggi è un continuo di sbarchi di profughi, seppur provenienti da altre nazioni, comunque massacrate da guerre civili ed estrema povertà. Noti differenze tra ieri e oggi? Cosa pensi debba fare lo Stato italiano per queste persone.

I poveri e i bisognosi di tutto il mondo vengono trattati come esseri inferiori e questo mi fa sentire male. Lo stato sociale non può influenzare il valore di una persona e della sua anima.

Lo stato dovrebbe pensare che la terra non ci appartiene. I confini stabiliti dagli esseri umani sono finti, in realtà non esistono. 

Abbiamo costruito un mondo di finzione, si dà potere a cose o persone che in realtà non ce l’hanno.

Nel presentare il tuo testo/spettacolo si parla di leggerezza, La stessa Melania Giglio, regista della pièce, dice di essersi trovata “davanti a un grumo di luce”. Quale è la chiave narrativa dello spettacolo?

La forza! La forza del sorriso, della gentilezza, della fede, dell’amore e dell’umiltà.

Come è avvenuto l’incontro con Melania Giglio? Come l’incontro tra il tuo testo, che è la tua vita, e la direzione da parte di una terza persona, seppure grande artista, sensibile e visionaria.

Melania la conosco da tempo e conosco il rispetto che ha nei riguardi del mondo che la circonda e del lavoro. Le mandai il mio testo e lei ne rimase subito entusiasta, trattandolo con profondo rispetto e sensibilità.

Oggi si parla con superficialità e senza conoscerne bene il significato, di resilienza. Penso tu possa darcene una definizione centrata.

La fiducia nella nostra persona e nelle nostre capacità. Noi siamo unici e questo lo dobbiamo avere bene in mente quando usciamo di casa ogni mattina, anche se tutto il resto del mondo può pensare il contrario. 

La cosa più importante è ciò che noi pensiamo di essere e piano piano farlo vedere al mondo intero.

Lo spettacolo comincia con te in camerino pronta ad andare in scena con Il gabbiano di Cechov. Perché proprio Il gabbiano? Perché Cechov?

I suoi personaggi sono esseri umani e non personaggi scritti su fogli di carta stampata. Sono reali. 

Nina come me ha conosciuto bene il significato della resilienza prima di arrivare a diventare un’attrice. Lei amava il suo lavoro, come me.

A un certo punto, ti appare Dio. È la testimonianza della tua conversione dal Cristianesimo o solo un simbolo?

Dio è Allah, Gesù, è nel viso di una donna, in un bambino, nell’arte, nell’amore per il proprio lavoro. Dio è ciò che noi vogliamo che lui sia.

Quale messaggio finale vorresti arrivasse agli spettatori e alle persone che leggeranno questa intervista?

Sono una persona comune, che ha avuto una vita piena di sofferenza e di gioia. I miei dolori sono stati per me un grande arricchimento.

Io sono Marbjena, non l’albanese, non l’attrice, non la figlia di, non la scrittrice o l’amica di, non sono altro che Marbjena. Questa è la mia libertà!

Foto di Azzurra Primavera