Recensione di Carlo Tomeo
Una trilogia della villeggiatura goldoniana che passa dalla seconda metà del ‘700 agli anni 50 del secolo scorso può fare timore a un regista avvezzo alle opere contemporanee e a un pubblico appassionato del classico che non vede di buon occhio il teatro d’avanguardia. E invece lo spettacolo cui ho assistito questa sera al Teatro Leonardo e prodotto dalle Manifatture Teatrali Milanesi è riuscito ad accontentare tutti, tradizionalisti e amanti delle opere contemporanee, e, per quanto riguarda i giovani in particolare li ha avvicinati ancora di più al teatro classico al quale, quando descrive un tema universale, puoi cambiare il linguaggio, i costumi, l’ambientazione e tutto il copione addirittura, ma rimane sempre attuale.
La società borghese del settecento, cui Goldoni pur riconosceva una operosità che mancava alla nobiltà che viveva di rendite, in questa commedia viene messa in ridicolo dall’autore nel momento in cui essa desidera “sollevarsi di tono”, raggiungere un livello di vita al di sopra delle proprie possibilità, avvicinarvisi, e farle proprie, anche le abitudini nobiliari, tra le quali si può annoverare quella della partenza per la villeggiatura.
Ma questa pratica di compiere azioni che sembrano riservate solo a pochi eletti, rappresentano un punto da raggiungere per chi vuole apparire come facente parte di una società eletta. La villeggiatura è sinonimo non solo di riposo dopo undici mesi di lavoro, è uno stato di benessere che chi lo raggiunge dimostra di aver superato la barriera della persona comune e di aver raggiunto finalmente quello status symbol che apparterrebbe solo a pochi e non a tutti.
Valeria Cavalli e Claudio Intropido hanno trasposto la vicenda della trilogia goldoniana negli anni ’50, quando l’Italia stava iniziando a raccogliere e mettere insieme i cocci di una guerra che l’aveva immiserita. La borghesia cominciava pian piano a ricreare la propria fisionomia perduta e iniziava finalmente, con duro lavoro, a costruirsi una sorta di benessere. Prima le automobili, poi gli elettrodomestici più essenziali (frigorifero, televisore e infine beni che diventavano sempre più di lusso). Ma non era sufficiente il possesso di un bene mobile per dimostrare di aver raggiunto il vero benessere: occorreva ora imitare, e ad adeguarvisi. i modi di vita della gente realmente ricca. L’abitudine dell’andare in villeggiatura era la dimostrazione di essere finalmente arrivati. Passano i secoli e le abitudini cambiano, ma l’essere umano mantiene sempre, con gli opportuni aggiustamenti che il tempo richiede, il suo essere caratteriale più profondo.
La messa in scena de “La trilogia della villeggiatura” goldoniana voluta da Valeria Cavalli e Claudio Intropido ha tenuto conto proprio di questo elemento essenziale, ma non ha tradito le intenzioni di base dell’autore, ha saputo mantenere le parti comiche e anche quelle più dolenti. Due giovani che, solo per convenienza, si vedono costretti a sposare la persona non amata sacrificando il loro sentimento reale. il tutto vivendo al di là del proprio vero essere e preoccupandosi solo di fare bella figura di fronte alle persone più potenti di loro, L’apparire innanzitutto per come la società si aspetta che tu sia. Il tuo vero essere è ben segreto e tutt’al più confidabile solo a persone fidate.
È risaputo che la trilogia di Goldoni è composta in realtà da tre commedie: “le smanie per la villeggiatura”, “Le avventure della villeggiatura” e “Il ritorno dalla villeggiatura” . Il primo atto della commedia rivista dalla Cavalli e da Intropido è interamente dedicato a “Le smanie per la villeggiatura” ed è brioso, allegro, perché ci si prepara alla partenza per la villeggiatura tanto agognata. Il secondo, che è composto dalle altre due commedie è più sintetico, pur mantenendo, specialmente all’inizio, la sua vena comica, comincia a scoprire la psicologia dei vari personaggi e i primi nodi vengono al pettine, mentre si avvicina il termine della vacanza che reca sempre un’ombra di malinconia. La parte finale è quella in cui a dominare è la tristezza per la ripresa della solita vita di tutti i giorni dell’anno e non rimane, per sentire un poco di calore dentro di sé, che aspettare la prossima villeggiatura.
Insomma Goldoni dispiega la sua trama e i due registri la interpretano alla lettera. Tralasciando il fatto che la trilogia qui abbandona l’abitudine degli atti originali per ridurli a due, senza per questo tradire nulla di quelli originali, la scena del primo atto è costituita da un fondale ingombro di valigie e bauli che arrivano quasi al soffitto, e si assiste all’agitazione per la partenza dei due fratelli Leonardo e Vittoria che sono alle prese con un unico servo (che incarna i tre previsti da Goldoni: Paolo, Berto e Cecco). Finalmente tra varie discussioni e intrallazzi, si parte per la villeggiatura.
Una trovata ideata dai registi per l’intervallo è quella di far scendere tra il pubblico gli attori della Compagnia per farsi fotografare e fare dei selfing con il pubblico.
Nel secondo atto il fondale della scena diventa un grande telone che fa da ombra contro il sole. I personaggi sono al mare, è iniziata la vacanza e si scoprono i primi intrighi e i nuovi amori. Poi la vacanza finisce e dalla cima del telone scivola una sorta di tavola lunga, imbandita dove gli oggetti rimangono incollati, e resta così sospesa.
I nostri sono tornati alla loro vita quotidiana che è quella della massa che per un tratto della loro vita di quell’anno si sono sentiti degli esseri privilegiati.
La musica che, nel primo atto era allegra anche se non proprio esattamente degli anni ’50, con almeno due canzoni appartenenti al decennio successivo: più yè-yè e meno cha cha cha. Non mancavano pezzi di bossa nova, coevi degli anni rappresentati e i costumi erano in carattere, specie le larghe gonne indossate da Vittoria. Nel secondo atto la musica si è adeguata alla vicenda e verso la fine diventa un triste be-bop.
Sostanzialmente, sia i caratteri, che i modi di parlare dei personaggi sono stati in perfetta sintonia con l’epoca che vivevano, a eccezione del servo (l’attore Jacopo Fracasso) che, considerata la sua funzione più umile rispetto agli altri personaggi, era l’unico a parlare in veneto, anche se la commedia era ambientata a Livorno.
Che dire degli attori? Lo scilinguagnolo velocissimo di cui non si perdeva una sola parola recitato sia da Vittoria (l’attrice Sabrina Marforio) che da Giacinta (l’attrice Dalila Reas) è stato solo una parte in cui tutti si sono dimostrati eccezionali. E che dire di Claudio Intropido che, oltre che collaborare nella regia con Valeria Cavalli, ha recitato nella parte di Filippo e si è occupato anche delle luci e delle scene?
Gli spettatori, numerosi, si sono molto divertiti in questa messa in scena che fa onore al MTM e a tutta la Compagnia e che merita di essere vista dal più vasto pubblico.
La trilogia della villeggiatura
Da Carlo Goldoni
Regia Valeria Cavalli, Claudio Intropido
con (in o.a.) Pietro De Pascalis, Jacopo Fracasso, Claudio Intropido, Cristina Liparoto, Sabrina Marforio, Dalila Reas,
Andrea Robbiano, Simone Severgnini, Giacomo Vigentini
musiche Gipo Gurrado
scene e disegno luci Claudio Intropido
costumi Anna Bertolotti
foto di scena Alessandro Saletta
staf tecnico Walter Intropido
direttore di produzione Elisa Mondadori
produzione Manifatture Teatrali Milanesi
Si ringrazia Alessandra Paoli dell’ufficio stampa
in scena al Teatro MTM Leonardo di Milano fino al 26 novembre.









Grazie per la dettagliata e bella recensione . Complimenti sig. Tomeo