Teatro India
20 gennaio 2026
Prima
Finale di partita: l’assurdità della vita e dei rapporti umani di Beckett trovano espressione e sfogo nel teatro di Russo
Finale di partita è l’opera teatrale in un solo atto scritta da Samuel Beckett e in scena al Teatro India di Roma con la regia di Gabriele Russo.
Protagonisti sono Hamm (Michele Di Mauro), un vecchio malato e cieco, costretto su una sedia a rotelle, e il suo servo Clov (Giuseppe Sartori), che al contrario non è capace di sedersi.
Sopravvivono in una casa vecchissima e misera, senza mai uscirne. Dipendenti l’uno dall’altro, reiterano all’infinito una dinamica conflittuale che li porta continuamente a scontrarsi. Hamm tormenta Clov dandogli continui ordini che poi ritratta, mentre Clov obbedisce ai suoi ordini, pur minacciando continuamente di volersene andare.
In scena sono presenti anche i genitori di Hamm, Nagg (Alessio Piazza) e Nell (Anna Rita Vitolo) che vivono dentro una vasca da bagno (Beckett li pone in realtà in due bidoni della spazzatura) vecchia e scrostata.
Tutti i protagonisti di questa storia trascinano la propria vita isolati in una fatiscente casa in riva al mare, con le finestre sempre chiuse. Dai discorsi che fanno, sembra che fuori non esista più nulla.
I personaggi vivono una situazione statica ed immutabile: ogni giorno è uguale a se stesso, scandito da abitudini divenute rituali.
Dai loro dialoghi si riconosce un passato, una storia personale per ognuno di loro, ma che ormai sembra perduta in un tempo lontano. Non vi si trovano, invece, prospettive: il futuro sembra essere per loro un lusso non concesso.
Tutto è abitudine, ripetizione: persino la morte di Nell viene vissuta come assolutamente normale e non desta alcuna sorpresa.
Gabriele Russo, nel suo Finale di partita, si allontana dall’immaginario post atomico delle letture del secolo scorso dell’opera beckettiana, per porre al centro della scena la famiglia in una dimensione più concreta e più prossima a noi.
Hamm, Clov, Nagg e Nell sono rinchiusi in una casa vecchia e opprimente a causa della pandemia. In quell’isolamento misero e disperato la vita perde ogni certezza rivelandosi in tutta la propria precarietà e annientando ogni speranza per il futuro. La convivenza forzata esaspera le relazioni personali distruggendo ogni legame familiare.
Le giornate scorrono tutte uguali, nella ripetizione meccanica di gesti e parole. La paura paralizza e non consente nemmeno di pensare ad un cambiamento.
Il covid prende il posto dello scenario apocalittico di Beckett senza essere nominato. Non serve: sono sufficienti le azioni e le parole dei protagonisti.
Dentro a quel rifugio sporco e logoro abitano solo dolore, distanza, dipendenza e paura.
Mentre Clov minaccia sempre di andarsene, Hamm e gli altri pensano che non sia minimamente possibile e restano lì passivi a subire una vita che gli scivola via veloce e feroce.
Solo Clov sembra fare un disperato tentativo di rimanere vivo. Infatti, sarà lui, alla fine, a oltrepassare i propri limiti: slaccerà il tutore, aprirà la porta e uscirà verso un futuro che resta ignoto.

Appena il pubblico entra in sala viene accolto dalla grande e bellissima scena aperta, opera di Roberto Crea, che restituisce immediatamente un senso di desolazione.
Si tratta di un unico ambiente con le pareti scrostate e la carta da parati umida che si stacca dal muro.
L’arredamento è misero: un fornello a due fuochi, che poggia su una piccola struttura metallica su cui stanno vecchie pentole. A terra, una piccola bombola del gas.
Appeso precariamente al muro, al contrario, un quadro. A terra ne giacciono altri, sempre rivolti verso il muro (come è spesso lo sguardo di Clov).
Sulla sinistra della scena una tenda da doccia logora e ammuffita nasconde la vasca da bagno in cui vivono Nagg e Nell.
In giro per la casa, poi, un mobiletto in legno, una scaletta, un borsone in pelle e un termosifone di ghisa.
Sui due lati corti, una finestra per lato: entrambe sono chiuse a hanno le ante interne chiuse.
Il pavimento è fatto di vecchi marmittoni quadrati scoloriti e sporchi.
In alto, un vecchio lampadario.
Il tutto conferisce alla scena un’idea di chiuso, stantio, opprimente. Sembra quasi di sentire l’odore acre di quelle vecchie case dove abitano anziani trascurati o soli in cui non si aprono mai le finestre e dove si addensano gli odori nel tempo.
In sottofondo voci di strada, grida di bambini, rumori e il verso dei gabbiani.
Al centro della lunga parete di fondo, una vecchia porta in legno col vetro smerigliato che conduce all’esterno.


Hamm è già in scena seduto sulla propria sedia a rotelle. Sembra dormire. Indossa dei grandi occhiali da sole con lenti a specchio.
Entra Clov. Ha il passo claudicante: porta un tutore alla gamba destra e poggia a terra solo la punta del piede. I loro abiti sono poverissimi, sdruciti, sporchi e lisi (i costumi sono di Enzo Pirozzi).
Tra i due personaggi comincia un balletto infernale fatto di botte e risposte incalzanti.
I due si provocano continuamente, l’uno attaccando, l’altro parando i colpi e rispondendo con ironia e minacciando ogni volta di andarsene, combattuto tra il desiderio di allontanarsi e la paura di quello che potrebbe trovare fuori (“Vattene!” – “E’ da quando sono nato che ci provo!”).
La loro vita scorre desolata e lenta tra i soliti battibecchi: “tutta la vita le stesse domande, le stesse risposte”.
Il mondo è tutto lì dentro, in quel tugurio di casa. Fuori non c’è nulla, non si vede nessuno (“Fuori di qui è la morte”).
Eppure, pur nella dipendenza l’uno dall’altro, si avverte sempre in Hamm e Clov un senso di distanza (“Dove sei? Torna da me!”).
L’unico momento di fuga per Hamm è il sonno, ancor di più il sogno, nel quale può perdersi in altri luoghi.
La natura sembra averli dimenticati tutti; anche Nagg e Nell, che vivono nella vasca da bagno circondata da spazzatura. Sono i resti degli scarti alimentari che vengono gettati a terra con naturalezza.
Lei per tutto il tempo si pettina, si trucca e si veste elegante: tutto avviene molto lentamente per l’intera durata dello spettacolo.
Tra di loro i discorsi sono diversi: ricordano il passato, sono quasi nostalgici, sebbene lei dimostri di essere alquanto realista se non cinica.
Le loro chiacchiere disturbano ovviamente Hamm che li zittisce di continuo, ricordando loro che non devono nutrire speranze per il futuro. Eppure essi, pur rimanendo bloccati nella vasca, reclamano il diritto di vivere il proprio tempo.
Hamm, infatti, è quello più deciso ad affermare che non esista alcuna via di uscita, alcuna fine.
Quando Clov gli chiede: “Come vorresti che finisca”, Hamm gli risponde: “Perché? Vorresti che finisse?” – dimostrando ancora una volta che per lui non esiste una via di fuga, che “non c’è scampo per nessuno”.
Clov, invece, vorrebbe solo cantare (ricordate quando in tempo di covid si cantava dalle finestre e sui balconi delle case?)
Alla fine, Clov prende coraggio. Si sfila la protesi, limite fisico che lo ancorava ad Hamm, apre la porta, infila l’uscita e se ne va. O forse no. Intanto sarà l’unico ad avere avuto il coraggio di provare ad andare via. Ma verso quale futuro? In fondo, forse, la partita è già finita, ed è persa.
Michele Di Mauro, Giuseppe Sartori, Anna Rita Vitolo e Alessio Piazza sono degli interpreti eccezionali.
Piazza interpreta un Hammstraripante, ingombrante, scomodo: straparla, inveisce, in alcuni momenti si lascia andare al racconto per poi tornare a lamentarsi con una determinazione pervicace.
Alessio Piazza e Anna Rita Vitolo disegnano due personaggi tutti particolari. Due fidanzatini di Peynet in stile gotico. Vivono in un loro mondo e hanno un modo tutto loro di comunicare frutto di una lunga intimità.
Rispetto ai modi eccessivi di Hamm, che Di Mauro incarna con spavalderia e un certo compiacimento, Anna Rita Vitolo e Alessio Piazza lavorano per sottrazione, puntando molto sui toni, gli sguardi e i gesti lenti, a volte anche solo accennati.
Giuseppe Sartori si trova in mezzo e si muove, fisicamente e metaforicamente, come un equilibrista, sempre in bilico tra i mondi che gli altri rappresentano. Succube, vittima, ma anche vincitore nel momento in cui decide per se stesso.
Tra Di Mauro e Sartori c’è un grande affiatamento: si incalzano, affondano colpi l’un l’altro, altri ne parano, tutto con un gran ritmo.
Finale di partita di Gabriele Russo è uno spettacolo potente e grave. Possiede la gravità della desolazione e della disperazione nutrite dall’isolamento. Un isolamento che è voluto, cercato, abbracciato e dal quale si ha paura di uscire perché si teme ciò che si possa trovare fuori.
Protagonisti sono la solitudine, lo strazio, l’abbandono, la distanza tra le persone. I legami familiari si spezzano; la realtà viene travisata. Non si intravedono vie di fuga.
E’ l’assurdità della vita e dei rapporti umani che confluisce nel teatro dove trova espressione e sfogo. Ma non soluzione e nemmeno assoluzione.
Russo si concentra sul logorio e sullo sfaldamento dei legami familiari proponendo personaggi crudi e ostili.
Il testo è pieno di rimandi e riferimenti che la traduzione di Carlo Fruttero rende molto bene.
Il disegno luci di Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo è davvero efficace e suggestivo, con quei toni freddi che si schiariscono solo in quei brevi istanti in cui vengono aperti gli scuri delle finestre.
Completano un allestimento coinvolgente le musiche e il progetto sonoro di Antonio Della Ragione.
Finale di partita
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
regia Gabriele Russo
con Michele Di Mauro, Alessio Piazza, Giuseppe Sartori, Anna Rita Vitolo
scene Roberto Crea
costumi Enzo Pirozzi
disegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
foto Flavia Tartaglia
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo
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