Teatro dell’Orologio

16 marzo 2016. Prima

Tutto tace ormai sulla Terra. Ogni cosa è silenzio. Tutto l’amore del mondo è esaurito. L’odio spropositato dell’uomo verso il suo simile, la sua efferata violenza scagliata contro il fratello, la smania di prevalere, di prevaricare l’uno sull’altro, sugli altri, il suo furore cieco e spietato hanno reso il mondo un posto inaccessibile all’amore ed esso lo ha abbandonato.

Attentati, omicidi, devastazioni, guerre, bombe, carneficine hanno lentamente, ma inesorabilmente, cacciato l’amore dalla faccia della Terra.

L’uomo si è annientato da solo; un lotta senza sosta nella quale, alla fine, sono morti tutti. Quasi tutti: solo due esseri, un uomo e una donna, sono sopravvissuti. Un uomo e una donna sono gli ultimi esseri umani sulla faccia del pianeta, ultimi superstiti di un mondo fatto di odio e violenza, ultime vittime non morte, ma private di tutto, soprattutto dell’amore.

Anche Dio è morto; nel cuore dell’uomo Dio è morto da tempo. Il mondo ora è regolato solo dalla natura: tutto intorno tace; tutto intorno è erba e terra. In questo giardino perduto, che non è affatto un paradiso, vivono gli ultimi superstiti del genere umano, soli, abbandonati, in perenne attesa di un nulla in divenire, dimenticati dalla morte e incapaci  di farla finita, “per sempre predisposti all’infelicità e incapaci al suicidio”.

Unica possibilità di cambiamento per loro e per il proprio destino è l’idea di concepire un figlio, destinato ad infelicità e incaricato di ucciderli già prima del concepimento. L’unico modo che i due esseri umani hanno per creare qualcosa che abbia un significato è nella parola stessa creazione: la sola idea che da due possa nascere una terza entità restituisce all’uomo un potere divino, innalzandolo nuovamente al di sopra di se stesso e di Dio.

Accettando il proprio dolore come parte integrante della vita, uomo e donna assumono la propria croce divenendo eroi e, a loro volta, dei nuovi Cristo in croce.

L’uomo, che per secoli ha teso all’infinito e al divino ora è perso, solo e abbandonato a stesso; il suo unico scampo è abbracciare il dolore, accettarlo e trasformarlo; così, pian piano, l’uomo si chiede che fine abbia fatto l’amore, dove sia stato ricacciato dall’uomo stesso e se possa mai tornare a scaldare il suo gelido cuore. L’uomo smette di cercare le risposte fuori di sé, in un ideale, e si concentra su se stesso e la propria felicità, ricominciando ad essere uomo.

E’ questo il grande gesto eroico: prendere in mano la propria vita così come è e portarla avanti con coraggio e amore.

 

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In Yesus Christo Vogue c’è un piano performativo che si muove attraverso le tappe della passione di Cristo (Joele Anastasi) e un piano teatrale dove Enrico Sortino e Federica Carruba Toscano rappresentano gli ultimi due Adamo ed  Eva rimasti sulla Terra: quando l’amore è già finito e sparito dappertutto, loro, in un unico atto d’amore che compiono ritornano ad amare e, forse, anche a procreare.

Yesus Christo Vogue ha una drammaturgia splendida e intensa, con un carattere altamente poetico; insieme alla performance art è capace di evocare immagini di grandissimo impatto; il testo è denso, con continui rimandi all’Antico Testamento: umano e divino vengono affiancati.

In primo piano si svolgono le vicende umane, il fortissimo dramma dell’uomo e della donna rimasti soli sulla Terra, abbandonati nel dolore, con il nuovo Adamo che grida il suo bisogno e la sua voglia di Amore e la nuova Eva che, terrorizzata, fugge all’idea di dare vita nuovamente alla specie.

Sullo sfondo un Gesù fattosi uomo che ripercorre le tappe della sua passione.

Ultima cena, preghiera/bestemmia, arresto, flagellazione, crocifissione: comandamenti, sono alcuni dei quadri e tappe della passione di Cristo che diventano qui tappe della passione dell’uomo moderno.

Yesus Christo Vogue è uno spettacolo che travolge, ti passa sopra e trafigge: è l’urlo disperato dell’uomo che non trova più senso alla realtà e l’estremo tentativo di trovare un senso nuovo nonostante tutto; è un percorso verso l’accettazione del dolore nel tentativo di generare qualcosa di nuovo e grande da questo dolore; è la necessità dell’uomo di autodeterminarsi; è l’uomo che smette di cercare il divino fuori di sé, ma tenta di ritrovarlo in se stesso, perdendosi ed entrando in crisi.

Yesus Christo Vogue è, così come ci hanno abituato i ragazzi di Vuccirìa Teatro, uno spettacolo fisico; i corpi vengono sempre portati allo stremo, sono sempre tesi, si avvicinano e si respingono con grande forza.

La recitazione è sempre tesa, drammatica; il dolore è tangibile, la disperazione è palpabile, la paura respirabile, le lacrime sono realmente salate.

Come sempre, c’è una partecipazione fisica ed emotiva totale dei ragazzi in scena; Joele Anastasi, Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano sudano e soffrono su quel palco, preda di emozioni e paure fortissime; incarnano e rappresentano le paure profonde dell’uomo e tutta la sua più grande disperazione. C’è trasporto nei loro occhi, passione nelle parole che dicono, intensità in ogni gesto ed espressione.

Scenografia, luci, musica e suoni completano un allestimento evocativo e immaginifico di uno spettacolo che è una riflessione intima sul cristianesimo, sul rapporto tra finito e  infinito e sulla ricerca di una spiritualità umana, dove l’uomo sia fine e meta della ricerca stessa.

Yesus Christo Vogue è uno spettacolo intenso e così altamente ricco di senso che richiede tempo per essere metabolizzato e meriterebbe una seconda visione per essere approfondito.

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