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 Teatro  Vascello

29 marzo 2016. Prima

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Foto di Tommaso Le Pera

 

E’ una Yerma immaginata in un sogno, una Yerma imprigionata in un incubo quella messa in scena da Gianluca Merolli al Teatro Vascello di Roma.

Il testo di Lorca, tradotto e adattato da Roberto Scarpetti, viene preso, amato e sondato in ogni piega dalla regia attenta, sensibile e arguta del grande Merolli.

In Yerma l’autore, Garcia Lorca, dimostra di essere precursore dei temi cari alla bioetica, così attuali oggi e dei quali tanto si dibatte, quali la procreazione assistita e il diritto alla genitorialità, dando prova della sua modernità o, per converso, dimostrando l’incredibile arretratezza della cultura dei nostri giorni.

Yerma è una giovane donna andata ubbidientemente, così come disposto dal padre, sposa ad un uomo dal quale desidera ardentemente un figlio.

Yerma vuole un figlio a tutti i costi e precipita in una spirale ossessiva e dolorosa che avrà il suo culmine e compimento estremo quando scoprirà che suo marito non condivide il suo stesso desiderio.

La storia viene rappresentata all’inizio quasi come un sogno, uno sfogo onirico che diventa sempre più reale e drammatico mano a mano che i personaggi, che sembrano qui quasi usciti dal delirio visionario di Yerma, prendono consistenza divenendo indipendenti e veri.

Così, in scena, compare subito quel figlio desiderato a tal punto da divenire una figura idealizzata con la quale Yerma comunica.

Come scritto nelle note di regia, più che i personaggi, qui ci sono gli archetipi umani: non Yerma, Juan o Victor, ma lo Sposo, la Sposa, l’Amante, la Vecchia e così via a rappresentare un senso di sconfitta presente nell’intero corso della storia.

Al centro della rappresentazione sono l’aridità e la sterilità del mondo di Yerma, il deserto e la solitudine che la circondano. Lei stessa appare in scena, fintamente gravida, uscendo da sotto la sabbia contenuta in un enorme ventre, clessidra che segna il tempo che passa e deserto che abita il grembo di Yerma, gigante mammella che non allatterà mai.

Non solo sterilità fisica, giocata sulla convinzione di Yerma, nella quale il marito la conferma, di essere “fradicia”, e la reale incapacità di Giovanni di procreare, ma anche aridità di un contesto sociale che ragiona per strette e maschiliste categorie.

Sterilità, quindi, deserto: un enorme senso di impotenza, di inadeguatezza, di incompletezza; una pungente sensazione di non essere all’altezza, dalla quale deriva un’immensa e dolorosissima frustrazione di un ventre che vorrebbe essere fecondato e resta arido.

L’opera di Merolli è intrisa di un grandissimo simbolismo; Gianluca carica il suo Yerma di figure, simboli e metafore creando un paesaggio suggestivo ed evocativo.

Gli uomini vestiti da donne, soluzione che riporta all’antico teatro greco; le giovani vestite di pelliccia che indossano una maschera; le lavandaie che utilizzano i tappeti che delimitano lo spazio interno, le vecchie coi bastoni che formano un coro sotto un’enorme parrucca di ferro; gli occhi delle cognate che scrutano intorno come fari di un auto nella notte; l’antro della fattucchiera che diventa la Clinica Cirinnà presso la quale poter aver un figlio da sola…tutto è permeato di un grande carattere allusivo; è un grandissimo territorio nel quale ci si muove per immagini.

Il linguaggio drammaturgico è poeticamente alto e, a volte, c’è il rischio che il linguaggio figurativo non mantenga sempre lo stesso importante livello, creando dei cali nella tensione rappresentativa: un rischio che verrà eluso sicuramente nel procedere delle prossime repliche dove solo la pratica in scena consentirà di sciogliere piccole ruggini.

I personaggi acquisiscono passo passo nel corso della rappresentazione consistenza e valore.

Sopra tutti sovrasta Yerma che vive la sua drammatica situazione di sterilità subita che assume un significato più ampio e universale.

Elena Arvigo è di una drammaticità intensa, straziante; rappresenta con grande vividezza e crudezza un dolore enorme, lamentato, ma trattenuto, ossia tenuto dentro, vissuto pienamente solo all’interno del suo animo tormentato. Uno strazio che troverà sfogo solo nel finale, quando ucciderà  l’unica possibilità per lei di avere in figlio; un tormento che troverà sfogo, ma non esaurimento e si trasformerà con tutta la sua  potenza devastante in una disperazione cupa e folle (Ho ucciso mio figlio!).

Se Yerma è il buio della disperazione, il nero baratro del tormento, Vittorio è il sole, è la luce; Vittorio è la liberalità, è il mondo che potrebbe essere scelto, ma, soprattutto, è la reale e concreta possibilità di fare un figlio. Costituisce tutto ciò di cui Yerma avrebbe bisogno; è lì a un passo, eppure Yerma non può averlo, non vuole averlo.

Enzo Curcurù è compatto ed energico; è un perfetto contraltare di Elena: compagno, sostegno e spalla, Enzo riesce a creare un personaggio fermo, solido e rassicurante, ma affatto spento. Riesce con immediatezza e talento a passare dal suo personaggio principale, agli altri in cui si cala passo passo, vestendo ogni volta panni diversi e recitando ogni volta su differenti registri con grande padronanza e capacità

Giovanni è un uomo fermo, ma fragile, che vuole una vita tranquilla e ha bisogno di sicurezza e calore. Giovanni è un uomo insicuro. Egli soffre perché in cuore suo sa di non poter dare un figlio a Yerma perché sterile, mentre Vittorio è  abile all’azione.  Giovanni sa che Vittorio capisce Yerma e sarebbe pronto ad accoglierla.

Il confronto tra Giovanni e Vittorio è sempre suggerito e rimandato.  Merolli dedica un attimo in cui sviluppa il confronto in scontro: non si tratta tanto di uno scontro per una donna, quanto piuttosto di una dimostrazione di virilità.

Il loro è uno scontro dettato più che altro dall’ “invidia del seme”, uno scontro sulla mascolinità.

Gianluca, che aveva deciso che qui sarebbe stato solo regista, ha dovuto affrontare questo ruolo ad una settimana dalla prima, col rischio di non riuscire a “trovare il personaggio”. Rischio solo potenziale e non concretizzato, grazie alla competenza, alla professionalità e alla passione di Merolli, la cui interpretazione è solo valore aggiunto all’opera.

Giulia Maulucci, apprezzatissima e amata protagonista  di Un Gabbiano, prima regia di Gianluca, qui interpreta donne diversissime. Giulia si mette al servizio dell’opera ed è ogni volta una e cento.

Prima tra tutte la mite Maria, donna che resta incinta ed è causa involontaria della tristezza di Yerma; compone, poi, il coro delle vecchie insieme a Gianluca ed Enzo e, ancora,  è una delle giovani.
Giulia porta la freschezza e la leggerezza che servono per contrastare la cupezza di Yerma, ma anche una certa lucidità, un crudo realismo che può ferire (la giovane che non ha e non vuole figli, ma divertirsi).

Maurizio Rippa è una presenza delicata e costante: è il figlio che non nascerà mai e con cui Yerma parla. Rappresenta una sorta di controcanto alla coscienza di Yerma; Maurizio, attore, cantante di musica barocca e contraltista raffinato con la sua bellissima voce incanta e trasporta in un mondo onirico pieno di suggestioni.

Yerma non è solo storia e rappresentazione, ma anche uno spettacolo ampiamente ed elegantemente strutturato.

La regia di Gianluca Merolli è molto attenta e precisa, curata nei particolari, lucida e visionaria al tempo stesso e dimostra la grande preparazione di questo artista e la sua capacità di interiorizzare parole e messaggi per restituirli elaborati e mediati dalla sua spiccata e originale sensibilità in segni, simboli ed emozioni.

E’ possibile ritrovare in Yerma alcuni elementi scenici e drammaturgici che sembrano costituire attualmente una certa cifra stilistica di Gianluca Merolli, qui alla sua seconda regia dopo l’intenso spettacolo che fu il suo adattamento de Il Gabbiano di Cechov.

I movimenti scenici curati da Luca Ventura creano un dinamismo stimolante : i personaggi si muovono per traiettorie spesso contrapposte così da creare quel senso continuo di scontro, frustrazione, di irraggiungibilità, attrazione e repulsione; i rari momenti di contatto fisico (i salti di Yerma in braccio a Vittorio, lo scontro tra lui e  Giovanni, gli abbracci spezzati di Giovanni e Yerma) esprimono esplosioni di energia dopo tanti gesti trattenuti. I movimenti dei diversi personaggi, nell’intrecciarsi delle traiettorie, creano disegni nell’aria.

Bellissime le scene di Alessandro Di Cola: assolutamente non accessorie, ma parte integrante della scena, sono esse stesse protagoniste e storia; di fattura pregevole, curate nei particolari, non solo integrano la scena, ma raccontano e rappresentano. La scenografia è toccata, usata, calpestata, è materia viva in mano agli attori.

Da segnalare i costumi eccentrici di Claudio Di Gennaro.

Completano un allestimento raffinato ed emotivamente intenso le musiche di Luca Longobardi e le  luci di Pietro Sperduti in un connubio altamente evocativo. Splendido, ammaliante e ipnotico lo Stabat Mater cantato all’inizio da Maurizio Rippa, così come intime e coinvolgenti le altre musiche e liriche, capaci di creare commozione.

Yerma vi aspetta al Teatro Vascello fino a domenica 3 aprile.

YERMA

di Federico Garcia Lorca

Regia: Gianluca Merolli

Traduzione e adattamento: Roberto Scarpetti

Attori: Elena Arvigo, Enzo Curcurù, Gianluca Merolli, Giulia Maulucci e Maurizio Rippa

Scene: Alessandro Di Cola

Costumi: Claudio Di Gennaro

Musiche: Luca Longobardi

Movimenti Luca Ventura

luci Pietro Sperduti

 

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Foto di Tommaso Le Pera

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