gabbia

DA ANTON CECHOV

ADATTAMENTO E REGIA GIANLUCA MEROLLI

CON ANITA BARTOLUCCI, IRINA

FRANCESCA GOLIA, NINA

GIULIA MAULUCCI, MASCIA

GIANLUCA MEROLLI, KONSTANTIN

FABIO PASQUINI, MEDVEDENKO

ENRICO ROCCAFORTE, TRIGORIN

E CON LA PARTECIPAZIONE DI NELLO MASCIA, SORIN

SCENE DAVIDE DORMINO

COSTUMI GIANLUCA SBICCA

MUSICHE ORIGINALI LUCA LONGOBARDI

LUCI CAMILLA PICCIONI

COPRODUZIONE FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL– NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA, SPETTACOLO SAS DI ANDREA SCHIAVO

Intenso, drammatico, intimo, tragico.

Si apre il mondo della regia per Gianluca Merolli e il suo esordio avviene nel migliore dei modi.

Gianluca rispetta il testo di Cechov, seppur con qualche sua interpretazione che ne esalta i punti più oscuri donandogli valore aggiunto.

In scena sette fantocci sono i cadaveri dei nostri sette personaggi, anch’essi in scena, come anime sopravvissute a se stesse che raccontano di sette solitudini.

Qui c’è teatro e metateatro, teatro nel teatro, sette teatranti che raccontano le proprie vite di teatro, nel teatro, per il teatro.

Konstantin che cerca ostinatamente l’approvazione e l’affetto della madre (“mia madre non mi ama” urlerà con non stupito terrore) e allo stesso tempo desidera per tutta la vita l’amore di Nina.

Il tempo, pur nello scorrere degli anni, è sospeso, si vive nel ricordo di ciò che fu e nell’attesa di ciò che non sarà: ecco perché Konstantin che già è avanti rispetto agli altri, è oltre gli altri, perché lui non vive nel ricordo, ma si proietta in avanti.

La madre lo accusa di decadentismo, ma lei vive nelle glorie del passato ( è un’affermata attrice) e il salto verso il futuro di Konstantin è un doppio salto.

Konstantin è la mente di un tempo che ancora non c’è che si confronta con un presente che vive del passato: ecco perché la sua distanza dal resto si allunga ulteriormente.

Trigorin è bello, famoso, desiderato. Vive un non amore con Irina, la madre di Konstantin, fino a che una nuova passione lo sconvolge, lui così posato, così equilibrato.

Konstantin e Trigorin sono rivali in tutto: Trigorin ha l’amore della madre di Konstantin, amore che lui non ha; ha l’amore di Nina, che Konstantin amerà per tutta la vita senza mai averla. Trigorin ha la fama eppure, quieto, afferma: ” qui c’è posto per tutti, per i nuovi e per i vecchi, perchè prendersi a spintoni?”.

Poi c’è Mascia che ama Konstantin, ma sposerà Medvedenko che la ama veramente, ma saranno infelici per sempre; Nina diventerà un’attricetta di terz’ordine e la sua relazione con Trigorin nuafragherà miseramente; poi c’è tanto, tanto altro.

Questa sublime tragedia è la tragedia delle lacerazioni: il gabbiano, ucciso da Konstantin e donato impagliato come pegno d’amore a Nina, viene distrutto.

Nessuno ha vinto, hanno perso tutti.

Morte, solo morte, davanti e dietro noi.

Nel proprio adattamento Gianluca inserisce elementi moderni con garbo e fini connessioni. Le musiche spaziano dagli anni ’40/50 ai nostri giorni.

Tutto in questo allestimento è richiamo, segno, rimando. C’è un simbolismo fortissimo.

Grazie anche all’assistenza di Martina Grilli per i movimenti coreografici, il corpo recita, la faccia dice, gli occhi parlano.

Nina guida una barca a remi verso il non-sense; durante ogni scena c’è sempre un’altra scena sullo sfondo, parallela o intersecata; il letto è giaciglio, sfogo, treno; le canne diventano i binari della ferrovia. Il lago, l’acqua che incanta, attira e cattura.

L’effetto finale di questa rappresentazione è di lasciare senza fiato, dopo che la testa e il pensiero hanno rincorso sette solitudini che non si incontrano mai. Lo spettatore resta bloccato, ansimante come se fosse stato preso a pugni nello stomaco.

Grande prova da regista e attore per Gianluca, con la partecipazione di un cast di grande valore e merito.

 

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