umberto bianchi

“Dall’incontro con l’altro si possono generare dialoghi e confronti oppure scontri e conflitti” è questa la riflessione che ha dato origine alla stesura del testo di Sweet Home ad opera di Luca Di Pierno con la collaborazione di Vasco Meddi.

Parliamo dello spettacolo con il regista, Umberto Bianchi.

Umberto, parlaci di Sweet Home introducendoci alla storia.

Quella di Sweet Home è una storia che si svolge in un nontempo/nonluogo, dove il Più Alto, leader supremo a capo di ciò che viene definita la “rivoluzione di quelli che strisciano”, ha pieno potere decisionale su tutto e in particolare su tutti coloro che sono accusati di sessualità non conforme alla norma. L’assurdità e la pesantezza della vita di confino condurrà i protagonisti della vicenda a scoprire l’essenza più profonda dell’animo umano, fatta di contraddizione e ambiguità. Un racconto senza precedenti che pone le basi nella realtà di tutti i giorni dove troppo spesso non ci accorgiamo di essere noi stessi i nostri carnefici.

La storia di Sweet Home è una storia senza tempo, indefinita, persa in un passato nascosto che tuttavia ci parla di tematiche attuali troppo spesso non superate.

La storia racconta l’evoluzione di quattro personaggi, due deportati accusati di omosessualità e due carcerieri. Ognuno di loro, chi per un motivo chi per un altro, è obbligato a non poter uscire dalle isole tale costrizione li porterà a condividere la loro natura più profonda, fatta di contraddizione e ambiguità; si troveranno così costretti a mettere in luce la loro indole, i loro pensieri e la loro storia fino al punto di rendere “casa” un luogo che casa purtroppo non è. 

La storia è ovviamente un pretesto per raccontare molto di più, come si evince dalla frase che ho usato in apertura: “Dall’incontro con l’altro si possono generare dialoghi e confronti oppure scontri e conflitti”

Esatto! Questa storia non solo ci ha permesso di riportare alla luce una realtà che sembrava ormai scomparsa nel nulla, fatta di repressione e segregazione e che fa appello alla nostra memoria civile, ma ci ha dato anche l’opportunità di analizzare tematiche sempre vive e aspetti antropologici e riflessioni sull’identità del singolo individuo. Una testimonianza di relazioni umane che prende vita grazie all’arte della rappresentazione teatrale.

La convivenza, intesa in termini di relazioni umane e scambio, anche tra individui con le stesse attitudini, ci porta inevitabilmente a creare meccanismi di attacco e difesa verso l’altro. Conoscersi e farsi conoscere è una delle attività umane più complesse e nasce proprio dal dialogo. Dietro ad un conflitto si nascondono spesso verità ben più profonde. 

Cosa sono le “isole sataniche” del testo?

Le isole Tremiti, dove, durante la seconda guerra mondiale, venne creato un vero e proprio campo di detenzione per omosessuali. Una realtà tutta italiana di cui si è sempre parlato poco e che è stata messa in secondo piano dai fatti ben più gravi che conosciamo tutti.

Nella nostra storia le isole sataniche vengono definite tali poiché luogo di peccato (Secondo i detentori e la legge), ma, in realtà, luogo dove i carcerati sono paradossalmente liberi. Un posto dove si può essere sé stessi smascherandosi da ciò che si deve sembrare.  

Sweet Home parla di empatia, pregiudizio, accettazione, resilienza, tematiche che sembrano non essere mai approfondite abbastanza. Come mai c’è ancora bisogno di affermare questi valori?

Perché mai come oggi ci vantiamo di un mondo dove la distanza non è più un ostacolo. Parliamo di un mondo privo di barriere, dove tutti sono collegati con tutto e tutti, dove la comunicazione non è mai stata così semplice. Ma in realtà ci siamo sempre più allontanati dagli altri e non abbiamo più chiaro il concetto di umanità, un concetto che appunto racchiude tematiche quali empatia, accettazione, comprensione, amore e molte altre. È l’umanità, questo meraviglioso insieme di tutte le caratteristiche della specie umana, che ci permette di essere solidali verso l’altro, di accettare ogni qualità e di abbandonare ogni pregiudizio.  

Come raccontare al meglio tutto ciò? Quale la scelta registica?

Volevo allontanarmi dai clichè mediatici e politici delle tematiche gay e andare oltre l’esposizione “iconica” della tragedia per non banalizzare il testo. Ho scelto così di affidarmi ai personaggi stessi. Ho attinto dalla loro vita e dalle loro vicende, drammatiche certamente, ma proiettate su dinamiche semplici e quotidiane. Rimanendo costantemente nel “qui ed ora”, dentro ogni passaggio, o battuta, o gesto.

Pensando all’essere umano e al suo modo di essere, generalizzato ovviamente, si delineano due tratti distintivi abbastanza comuni: il fuori e il dentro, il detto e il non detto, il pubblico e il privato… questo il punto di partenza; “Un sottosopra” da ricollocare e ristabilizzare nella quotidianità e nella semplicità dei rapporti. 

In un mondo in cui troppo spesso non ci accorgiamo di essere noi stessi i nostri carcerieri, come si può raggiungere la forza di scegliere la libertà? Poi, cosa è questa libertà e quale è il suo costo?

Spesso ci concentriamo a tenere sotto controllo una parte di noi, quella più vera, privando l’altro di conoscerci in una meravigliosa completezza che solo l’essere umano ha (Da qui la volontà di racchiudere questo lato di noi, privato e soggettivo, in una sedia). La vera libertà che potremmo concederci è quella di mostrarci per come siamo senza filtri e senza tabù.

Questa è una questione che in molti definiscono follia, ma da quello che so io, un folle è realmente libero dalle costrizioni mentali e ogni forma di giudizio la allontana per sua natura.

É un caso che i nostri personaggi trovino la loro libertà in un luogo che nasce dalla follia? 

Nello spettacolo è centrale un oggetto di scena, una sedia. Cosa simboleggia questo strumento?

I personaggi iniziano dalle sedie, nascono quasi da esse e vivono grazie ad una sedia. Ogni sedia è diversa così come lo sono i quattro protagonisti. Inoltre, la sedia è ora parte del personaggio stesso, ora oggetto di scena. Ma tra personaggio e sedia si alternano due nature opposte: il binomio di cui ti parlavo prima.

La sedia racchiude quello che non mostriamo, ed è al tempo stesso il fulcro delle nostre azioni. Ed è solo rendendola “oggetto di scena” che possiamo essere conduttori della nostra verità e vivere il presente nella nostra totalità. 

Come è nato l’incontro con questi ragazzi e da dove è venuta l’idea di mettere in scena questo spettacolo?

Luca di Pierno, autore del testo, in collaborazione con Vasco Meddi, è uno dei miei allievi più promettenti presso Istituto Teatrale Europeo dove ha intrapreso il suo percorso per diventare insegnante. Durante i suoi studi ha scelto me come suo tutor per i vari tirocini che doveva affrontare e vedendomi lavorare ha pensato che potessi essere il regista adatto a far vivere i personaggi di questa storia. Ha costituito la sua compagnia, Afeghesis, e, in modo molto semplice, mi ha chiesto se volevo farlo e io ho detto sì. 

Su cosa avete lavorato maggiormente: testo, sensazioni, emozioni, tecnica?

Difficile risponderti. È stato un insieme di tutto. Quando faccio regia cerco di bilanciare tutto quanto lasciando all’attore la possibilità di muoversi in un percorso che ho creato per lui. Abbiamo parlato tanto, questo sì, abbiamo delineato i tratti di questi quattro personaggi e abbiamo lasciato che le loro anime prendessero corpo. Mai come in questo spettacolo posso dire di essermi lasciato guidare dai personaggi stessi. 

Cosa vorresti che rimanesse al pubblico una volta uscito dalla sala?

La sensazione di aver ascoltato la storia di quattro anime costrette a raccontarla ancora e ancora e ancora come quando da piccoli chiedevamo alla nonna: “me la racconti di nuovo?” 

FacebookTwitterPinterestGoogle +Stumbleupon