Recensione di Carlo Tomeo

 CARLO TOMEO FOTO

Allo spettatore che entra nella sala si presenta un palcoscenico privo di arredi tradizionali con un parterre pieno di barattoli che sono il simbolo di quello che poi rappresenterà il fulcro, o se vogliamo, la causa di tutta la storia che verrà raccontata.

“Tre alberghi”, scritta nel 1990 dallo scrittore americano Jon Robin Baitz, vissuto anche in Brasile e Sudafrica (e quindi a conoscenza profonda, di certe realtà locali di questi ultimi due posti), prodotta dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, è stata rappresentata in prima assoluta milanese ieri, 9 febbraio, all’ATIR Teatro Ringhiera con la regia di Serena Sinigaglia.

Non è una storia tradizionale nel senso che ci sia lo svolgimento di una vera e propria azione, ma sono tre racconti di una vicenda fatta in tre momenti cruciali dai due attori protagonisti, in tre camere di tre di alberghi di città diverse. Il primo e il terzo da Ken Hoyle (a Tangeri e a Oaxaca in Messico), il secondo da sua moglie Barbara (a Saint Thomas, nelle Isole delle Vergini).

I due un tempo erano appartenenti alle file di Peace corps, vivevano di ideali e lavoravano per “cambiare in meglio il mondo attuale”. Avevano anche un figlio, Brandon, che era stato ucciso a sedici anni su una spiaggia brasiliana e che da quel momento sconvolse le loro vite, anche se i modi per reagire al dolore furono dissimili.

Ken accettò di lavorare per una multinazionale che lavorava per migliorare le condizione di vita di quei paesi chiamati “in via di sviluppo” per non usare il termine “terzo mondo” che sarebbe potuto  apparire dispregiativo. Il compito di Ken era quello di girare il mondo alla ricerca di fondi per aiutare in teoria i paesi più bisognosi ma in realtà era anche addetto al licenziamento delle persone che sono “diventate di troppo”: senza quasi apparentemente accorgersene, era entrato in un clima diverso da quello in cui era abituato a vivere, ora faceva parte dell’establishment e più bravo era, più velocemente  saliva di grado nella gerarchia aziendale, anche tradendo senza scrupoli il suo capo che definiva amico.

Quando si scoprì che la baby formula di un latte in polvere diffusa e messa in commercio dalla multinazionale per i bambini delle donne del Sudafrica sarebbe potuta essere letale (non si era pensato, infatti che in quei posti le acque sono poco potabili o non lo sono affatto) la cosa venne messa a tacere per non perdere i denari investiti.

Come ha fatto notare giustamente Serena Sinigaglia anche il capitalismo “ha una sua cultura” che è quella di accumulare denaro creando la motivazione che il progresso è necessario per migliorare le condizioni di vita “Siamo abituati a pensare che ne possegga una il comunismo” dichiara la Sinigaglia “ma anche il capitalismo ce l’ha, eccome. E porta al suicidio della razza umana”.

In effetti chi detiene il potere, le grandi multinazionali, le grosse finanziare, hanno come unico scopo il guadagno a danno dell’individuo che viene allettato con beni inutili che vengono fatti passare come beni di prima necessità. E i media sono quelli che, per lo stesso motivo utilitaristico, diffondono il concetto.

La cosa più terribile è che le cosiddette “anime candide” o quelle che sono state abituate a coltivare alti ideali, cadono nella trappola. Come succede a Ken, che nel monologo del primo albergo racconta compiaciuto gli ottimi risultati raggiunti nella sua ditta: già al mattino ha “tagliato” diverse teste e ora si prepara a “tagliarne” altre, questo per salire ancora di più nella scala gerarchica dell‘azienda. Usa i bidoni sparsi sulla scena che, si intuisce, contengono il latte in polvere letale, come mobili di arredamento, utili per prendere appunti sull’agenda, versarsi da bere, appoggiarvi il telefono fisso, ecc.  Gesti che denotano non solo indifferenza ma anche mancanza di un senso di umanità, nonostante abbia avuto l’esperienza di un figlio morto (o sarà stato proprio per quello che, inconsciamente, sente il bisogno di fare nuove vittime, quasi a “livellare” la perdita subita?).

Nella camera del secondo albergo è Barbara a raccontare quello che accadde poi: venuta a conoscenza della “baby formula”, decide di raccontare tutto, e intanto sparge sul pavimento la polvere bianca contenuta nei bidoni. In questo modo all’informazione resa pubblica consegue naturalmente il licenziamento di Ken, che ritroveremo in una camera del terzo albergo a fare l’ultimo racconto e a parlare con la madre lontana, ricoverata in una casa di riposo di Los Angeles che ormai parla e comprende solo l’yddish.

Non racconterò naturalmente come termina la storia narrata in tre momenti nei tre alberghi, tuttavia alcune precisazioni si rendono necessarie.

Intanto un plauso alla regista per la “trovata” della messa in scena dei barattoli che, non a caso, quando lo scandalo si è palesato, grazie all’intervento di Barbara, sono state sollevate verso l’alto e quindi hanno perso il simbolico significato che avevano. Ma altri sono i simboli dello spettacolo: le tre camere degli alberghi possono essere interpretate come tre stanze della mente dei due protagonisti, dove viene pensato quello che, per farlo pervenire allo spettatore, viene detto, ma quante sono le motivazioni inconsce che contengono? Questo bisogno di pensare, che si traduce in comunicare, non nasce forse da un’esigenza di fare chiarezza su se stessi e soprattutto di capire come sia stato possibile arrivare a uno stato che è tutto il contrario rappresentato dagli ideali giovanili? E, soprattutto nel primo albergo, con quanta soddisfazione viene declamata la scelta fatta! E le città dove sono collocati gli alberghi sono davvero casuali? Nella prima, dove si parla di accumulo di soldi e i bidoni sono pieni di sostanza letale,  siamo a Tangeri, città in linea con il carattere della multinazionale e il lavoro che Ken deve svolgere. Nella seconda, dove viene “fatta pulizia” grazie a Barbara ci troviamo nelle Isole delle Vergini.  Nella terza siamo in una città messicana, dove ha preso piede, più che altrove l’indotto “benessere” ma che porterà alla povertà, già presente tra gli abitanti più reietti. Un posto che, come racconta Ken, non ha paura della morte e mostra dei dolcetti casalinghi che rappresentano piccole immagini di figure mortali.

Tre alberghi posti in tre luoghi chiave dove si parla del decadimento morale della società di questo primo quarto di secolo ma non se ne indicano, purtroppo, i rimedi per il recupero di certi ideali che sembrano datati ma che danno il giusto senso alla vita.

Infatti il gesto di Barbara che getta in buona fede sul pavimento la polvere contenuta nei barattoli, nell’intenzione della donna, è stato fatto senz’altro per distruggerla. Ci atteniamo a questa scena per coltivare una speranza di miglioramento o la dobbiamo ritenere un involontario diffondersi nell’aria del malessere contenuto simbolicamente nella polvere stessa?

I due attori sono stati molto bravi con una nota di merito in più per Francesco Migliaccio che ha interpretato due personaggi che, per chi andrà a vedere la commedia, troverà diversi l’uno dall’altro.

Ottimo debutto milanese di Jon Robin Baitz e naturalmente di tutti i partecipanti all’impresa. Visti i numerosi applausi finali, si può dichiarare che il pubblico sia rimasto molto soddisfatto.

 

Tre alberghi

di John Robin Baitz / traduzione Masolino D’Amico

regia Serena Sinigaglia

con Franco Migliaccio, Maria  Grazia Plos

scene Maria Spiazzi

costumi Erika Carretta

suono e luci Roberta Faiolo

produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

prima milanese

 

Giovedì, 16 febbraio, alle ore 18, ci sarà nel Teatro l’incontro ”Laboratorio di Filosofie del Teatro” con il filosofo  Antonio Moretti e con Serena Sinigaglia, dal titolo “ Il Problema del presente: il filosofo e le città”.

Ingresso gratuito.

in scena all’ATIR Teatro Ringhiera di Milano fino al 19 febbraio

Si ringrazia la Sig.ra Maurizia Leonelli dell’ufficio Stampa

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