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Foto di copertina di Giulia Pagano

 

Dorian Gray, personaggio immortale di Oscar Wilde che sfida l’immortalità, ha ispirato questo spettacolo musicale prodotto da Pierre Cardin, Dorian Gray – La bellezza non ha pietà.

Dopo il successo al Teatro La Fenice di Venezia nel 2016, lo spettacolo ha già conquistato il pubblico di Parigi, Barcellona, Astana (Kazakistan), Atene e arriva finalmente in Italia cominciando da Roma per poi muoversi in tour.

L’opera è stata ideata e scritta, testi e musiche, dall’autore e compositore Daniele Martini. La direzione artistica e le scenografie dello spettacolo sono firmate dall’ingegnere e designer Rodrigo Basilicati e il nuovo allestimento è di Emanuele Gamba.

Ispirazione per Daniele Martini è stata l’ossessione per la bellezza e per il suo mantenimento così attuale e forte oggi più di ieri che viviamo in una società dell’immagine in cui molteplici sono gli strumenti attraverso i quali vogliamo e possiamo apparire.

Martini parte dalla considerazione che siamo circondati da migliaia di Dorian Gray: il ritratto è stato sostituito dal selfie stick portando universalmente disponibile la possibilità di immortalare la propria immagine quasi volendo affermare in questo modo la propria esistenza.

“Almeno una volta nella vita tutti siamo stati Dorian Gray, Lord Henry Wotton, Basil Hallword, a volte addirittura il ritratto che giudica con occhio severo e fa da specchio all’anima” da queste considerazioni parte il viaggio di Martini attraverso l’intimità di Dorian Gray.

Dorian Gray – La bellezza non ha pietà racconta, quindi, la bellezza e le ossessioni di un’icona perfettamente attuale. La narrazione prende inizio nel momento in cui Dorian ha già compiuto trentotto anni ed è ormai un uomo maturo. Anche se il suo aspetto è immutato nel tempo, la sua anima, intrappolata nel dipinto che tiene nascosto da anni, porta segni mostruosi e inconfondibili di eventi inconfessabili. Ognuno di questi segni ha una storia, un’emozione, che Dorian rivive man mano che riflette sul vissuto, a cominciare dall’incontro con la propria bellezza.

E’questo rivivere che troviamo al centro dell’opera: una sorta di diario personale e segreto di Dorian che ripercorre la propria storia dando voce alla sua volontà, alla sua coscienza e ai personaggi che gli sono stati vicini.

Parla per tutti, come fosse una confessione tra sé e sé, passando dall’adulazione per se stesso e il proprio aspetto, alla commiserazione e disperazione.

La storia di Dorian Gray non è rappresentata, ma raccontata a più voci e centrata solo su alcuni episodi. Ne consegue che è necessario che lo spettatore conosca l’opera originale di Oscar Wilde, che qui viene riportata per sommi capi, quasi stilizzata.

La storia non è rappresentata, ma raccontata: ciò che viene rappresentato, invece, sono le emozioni, i sentimenti, i moti e i turbamenti dell’animo.

Ciò che è materiale non si vede e ciò che non è materiale è rappresentato come un ricordo, un  flusso di coscienza di cui Dorian sembra prendere consapevolezza solo piano piano procedendo nell’introspezione.

Emozioni e turbamenti che vengono espressi attraverso le canzoni e le musiche: il testo recitato racconta gli episodi, la partitura musicale esprime invece il dissidio interiore di Dorian, la lotta con la propria anima.

Ed è proprio l’anima l’altra protagonista dello spettacolo: evanescente, immateriale, sfuggevole eppure presente in scena, interpretata dal bravo ed espressivo ballerino Marco Vesprini.

Lo spettacolo è tutto nel rapporto tra Dorian e la sua Anima: è nella tensione emotiva tra Eros e Thanatos, tra la pulsione di vita e la pulsione di morte, che sta la potenza espressiva di quest’opera.

Infatti il momento della lotta tra Dorian e la sua anima è potente e di grande impatto emotivo.

La musica sottolinea e accompagna uno stato d’animo in fase di mutamento, ma di base sempre cupo, tetro. Dorian è chiuso, alieno ad ogni sollecitazione esterna, ripiegato solo su se stesso e sulla propria ossessione nei confronti della propria bellezza e della sua ambizione di rimanere eternamente giovane. Così come lui, la musica è chiusa, ripiegata in un giro melodico che non trova mai apertura, come alla ricerca di uno sbocco, di una via di uscita che non trova. Un requiem che, solenne, celebra un personaggio che è già morto nel momento in cui vende la propria anima.

Federico Marignetti affronta una sfida attoriale molto complessa: è Dorian, ma anche Basil, Lord Henry Wotton e Sybil Vane senza soluzione di continuità. Un ruolo difficile e impegnativo che rischia di straniare lo spettatore che rimane, all’inizio, spiazzato, anche per via dei sopratitoli in inglese che tradiscono la comprensione riportando i nomi dei personaggi a cui dà voce coi due punti prima delle parole, come se fossero lì.

Eppure Federico si destreggia con padronanza e professionalità, restituendo un personaggio fortemente combattuto, in enorme conflitto con se stesso, riuscendo a portare lo spettatore in un tetro e fatale gioco psicologico e spirituale (in senso laico), donando la propria eleganza e fisicità, ma, soprattutto, arricchendolo con i colori della propria splendida voce, netta, chiara, pulita e affascinante.

Dorian/Federico è immerso in un gioco di videoproiezioni e disegni di luce che dovrebbero esaltare le istanze esistenziali, ma che spesso risultano eccessive, rendendo il tutto ridondante.

A fronte di una splendida e coinvolgente interpretazione di Federico Marignetti e di una suggestiva interazione tra il suo personaggio e la propria anima, materialmente presente in scena, l’allestimento è forse troppo ricco di effetti (velatino giù, velatino su, velatino giù, velatino su, per dirne una) che esasperano la cupezza generale a danno di una fruibilità più agevole.

 

Dorian Gray – La bellezza non ha pietà

Produzione  Pierre Cardin

Autore, testi e musiche  Daniele Martini

con Federico Marignetti e Marco Vesprini/Thibault Servière

Direzione artistica e scenografie  Rodrigo Basilicati

regia e allestimenti  Wayne Fowkes e Emanuele Gamba

Costumi  Pierre Cardin

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