“Sartre dice che ogni libro è come una trottola, comincia a girare solo quando entra in gioco il lettore, con i suoi occhi, i suoi dolori e i suoi ricordi. E “Seta” è proprio il tentativo di far girare quella trottola, portando in scena il mistero che avviene nella mente di un lettore mentre i suoi occhi corrono sul foglio”.

Scritto da Carmela de Felice e Isabella Valeri, Seta, libero adattamento del romanzo di Alessandro Baricco, è il tentativo di rappresentare un racconto  nel momento stesso in cui esso si svolge; è il tentativo di vivere il racconto nel momento in cui viene letto interpretandolo in base al proprio vissuto, alla propria storia, riscoprendo quanto di noi ci possa essere in quel racconto.

I due protagonisti Isabella Valeri e Sandro Argentieri, non sono solo una coppia in crisi, ma sono anche Hervé ed Hélène, i protagonisti del libro che la stessa ragazza sta leggendo sul treno. Grande enfasi viene data alla funzione del racconto (non a caso, racconto e viaggio coincideranno) differenziandolo dal libro per assumere un’identità diversa, unica, come di una realtà parallela che prende vita nel momento in cui viene letto. Una vita parallela che ci si domanda quanto possa essere reale.

Hervé ed Hélène sono due mondi lontani, che non si appartengono, ma che descrivono orbite che li fanno avvicinare, incontrare a volte, per poi tornare ad essere distanti. Tutto lo spettacolo è pervaso da un forte simbolismo: il globo trasparente riempito di acqua cristallina che rappresenta la sfera interiore di lui che verrà alterata, condizionata al momento dell’incontro con l’altra; la valigia, che racchiude speranze e delusioni; i nastri, che legano, costringendoci alla nostra fissità. Tanti i simboli, tante le domande che vengono poste nel cammino: “può un racconto essere anche vero?”; “Cos’è una promessa? E’ come un sasso che lanci nel fiume: è tuo, ma non ne disponi più”; “Cos’è la fedeltà? Una gabbia aperta, un legame che scegli di avere”…

A questo alternarsi di livelli e di punti di vista partecipano le voci di Lorenzo Gioielli, Daniela Tosco e Carmela de Felice che ci portano di volta in volta nelle emozioni e nei pensieri dei personaggi. Intorno a tutti loro è la splendida musica, a volte dolce, altre volte amara, dell’orchestra composta da Carlo Bordini alle percussioni, Cinzia Gizzi al pianoforte, Pino Sallusti al contrabbasso e Iolanda Zignani al flauto.

L’intenzione è quella di condurre tutti insieme lo spettatore in un viaggio verso la fine del mondo dove a ognuno sarà data la possibilità di scegliere quale sia la propria fine del mondo; l’effetto reale è che è lo spettatore ad accompagnare i protagonisti verso quella fine del mondo che viene raccontata. Lo spettacolo è ricco di simboli, rimandi, riflessioni e continue domande che rendono tutto un po’ ridondante: il senso dell’esistenza; sopravvivere come un vivere sopra non un vivere oltre o dentro, ma sopra. La vita, le scelte, le rinunce, il dolore. Il dolore insegna, ma non significa  che si perda, si perdona; libertà è amore per la libertà di lui.

Isabella Valeri calca troppo la mano e, a volte, la voce, volendo caratterizzare troppo e perdendo di spontaneità e naturalezza. Questo tentativo di vedere cosa accade nella mente di un lettore quando sfoglia un libro, è più l’analisi di quel singolo lettore che del lettore in generale. E’ Isabella che legge, non sono io, non sei tu.

Sandro Argentieri, invece, per quanto in un ruolo più intimo, di minor esposizione, risalta con quel tono cupo, profondo, sorprendendo con una voce calda e avvolgente. Un piccolo ruolo dove, per assurdo, meno c’è, più si sente: è presente nello sguardo triste, nella battuta breve, ma incisiva, nella voce bassa che trasmette la confusione e l’umiliazione del suo personaggio. Poi, quell’accenno di canto che ti lascia la voglia di sentirlo cantare ancora.