SEA - SAW foto

 

 Recensione di Carlo Tomeo

foto carlo

Il monologo “Sea-Saw” ha aperto la stagione “Rassegna liberi d’estate” e appartiene al gruppo dei sei spettacoli scelti tra quelli partecipanti al concorso “Banco di prova” ideato da Manuel Renga, Francesco Leschiera e Susanna Verri in collaborazione con Isolacasateatro e riservato a giovani drammaturghi che avevano prima presentato il loro lavoro sotto forma di reading e ora hanno avuto la possibilità di metterlo in scena, una volta “rifiniti” con critici e pubblico in forma definitiva.

“Sea-Saw” si potrebbe tradurre letteralmente “sega di mare” dove la parola sega può assumere un significato simbolico: per esempio un avvenimento cruento che potrebbe avvenire nelle acque marine: un taglio profondo da poter essere anche definitivo.

La protagonista del monologo è una delle tante vittime della violenza maschile che avviene tra le mura domestiche, che sono anche quelle più numerose, perché il più delle volte non denunciate e comunque, anche dopo una denuncia, rischiano di ripetersi ancora più crudelmente, fino ad arrivare al femminicidio.

Su una scena vuota, occupata solo da un pouf entra ridendo copiosamente la protagonista che sente di avere la possibilità, finalmente, di potersi liberare dell’uomo di cui è vittima. Inizia a raccontare la sua storia di donna vessata da un uomo, una storia il cui racconto è purtroppo ormai conosciutissimo, anche se sembra essere irrisolvibile.

Così irrisolvibile da avere necessità di parlarne ancora. La donna racconta di come ha vissuto sua madre, di quanti soprusi lei stessa è stata vittima, di come essa non sia considerata come persona ma per quello che ha in mezzo alle gambe.

Anche lei sente il problema di affrontare l’argomento della violenza sulle donne, ma, visti i risultati che si ottengono nel parlarne anche più e più volte, decide di ricorrere alla violenza e qui si rifà al Melville di Moby Dick: in particolare lei, che potrebbe essere la balena bianca perseguitata e con sul corpo i ramponi lanciati dai marinai che cercavano di catturarla, decide di essere lei a vendicarsi uccidendo Achab definitivamente: dato che già, per difendersi in passato, gli aveva mozzato una gamba con i suoi denti-sega e credendo che tanto bastase perché l’uomo rinunciasse a perseguitarla. E invece quello era stato solo il pretesto perché Achab avesse motivo di rincorrerla con maggior furore, parlando di vendetta.

La parola “vendetta” di Achab nel romanzo di Melville è un controsenso: il suo nemico: Moby Dick, aveva cercato solo di difendersi com’è nella natura delle cose. Per Achab l’affronto di restare zoppo richiede invece rivincita e il nome “vendetta” è inadeguato. Mentre per la balena bianca la rivincita è in realtà la liberazione di uno stato di asservimento che deve terminare una volta per tutte e ha tuto il diritto di chiamarsi “vendetta”.

Moby Dick non deve più subire i ramponi dell’uomo ma deve essere lei a lanciarli a lui. Ma riuscirà nell’intento prefisso o dovrà coprirsi di bianco come Moby Dick, quel bianco che è il colore più angosciante che esista, come il bianco dei morti e quello del lenzuolo che lo ricopre? Sarà il colpo di scena finale a dare un chiarimento: se la donna continuerà a ricoprire il suo ruolo e a combattere per il giusto riconoscimento che le spetta come persona oppure a interpretare una parte che storicamente, e ingiustamente, è affidata all’uomo.

La scrittrice e protagonista Lorenza Lombardi, ricorrendo a un classico come Melville per portare avanti il discorso sulla violenza fisica e morale subita dalle donne, ha mostrato una sua originalità. Nello stesso tempo sulla scena si è saputa muovere con scioltezza, ma ha tuttavia mostrato qualche punto da migliorare nella recitazione, specialmente nel momento dell’entrata in scena, dove la risata iniziale è apparsa forzata e innaturale.

Oltretutto non mi è parso di trovare giustificazione alla stessa. Meglio ha fatto il regista Jacopo Monaldi Pagliari che, adottando una scena praticamente vuota, ha dato il massimo di possibilità motoria all’attrice che, dovendo recitare da sola e per giunta in un monologo, lo ha sicuramente “movimentato” quel tanto che non distrae lo spettatore.

I monologhi sono armi a doppio taglio, a seconda di quello che si racconta e come lo si racconta. E le musiche diffuse fuori scena non sempre sono un aiuto sufficiente. In questo caso si finisce con i Depeche Mode e questo va bene.

Liberi d’Estate è una rassegna che andrà avanti prima con sei spettacoli al giorno, come spiegato all’inizio, e poi si prolungherà fino al giorno 16 con spettacoli di giovani compagnie già conosciute.

 

Sea-Saw

scritto e interpretato da Lorenza Lombardi

regia di Jacopo Monaldi Pagliari

foto di Chiara Pagliari

Si ringrazia Simona Griggio dell’ufficio stampa

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