2017-18 INSTITUTO CULTURAL ITALIANO
Deflorian/Tagliarini :
Fouilles (sous Désert Rouge)
Mise en espace : Daria Deflorian
et Antonio Tagliarini
Assistant à la mise en scène :
Francesco Alberici
Conseil : Morena Campani

“Il mio lavoro è uno scavo, una ricerca archeologica tra gli aridi materiali del nostro tempo.”

Michelangelo Antonioni.

Chissà, forse da questa affermazione Francesco Alberici, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno avuto ispirazione o sono partiti per affrontare un lavoro di analisi su Il deserto rosso, il film del 1964 che è valso a Michelangelo Antonioni il Leone d’Oro.

Nel film, nato da un breve racconto di Tonino Guerra, che poi ne ha curato la sceneggiatura con Antonioni, la straordinaria e bellissima Monica Vitti è Giuliana, una donna sola, affranta, sconfitta e disperata che non sa stare nelle realtà.

Scavi è un lavoro di approfondimento sul film, sulla realtà che rappresenta,  sui pensieri che esprime e le considerazioni che scatena. E’ un vero e proprio entrare dentro, scendere, inabissarsi nel significato delle figure e delle parole. E’ anche altro: un percorso che gli autori e attori introiettano e mettono in relazione con le proprie esperienze buttando fuori i pensieri e le sensazioni che il materiale ha loro ispirato.

Durante questo scavi, Alberici, Deflorian e Tagliarini sono entrati hanno visionato, letto e analizzato moltissimo materiale relativo alla preparazione del film, non solo tecnico, ma soprattutto creativo (lettere, appunti, immagini) e tutto questo ha innescato in loro riflessioni, considerazioni, interpretazioni che poi hanno filtrato attraverso anche il proprio vissuto.

Il risultato di questo lavoro archeologico viene presentato nella performance Scavi.

Lo spazio scenico messo a disposizione da Carrozzerie n.o.t. è ingombro di sedie, poltrone e divani orientati in diverse direzioni; su alcune delle sedute sono poggiati degli indumenti; intorno delle piantane illuminano questo salotto disomogeneo e irregolare ponendo il pubblico all’interno della scena a stretto contatto visivo con gli attori.

La performance è suddivisa in tre ciak, magari per delineare un percorso ideale, dare un orientamento, ma senza imporre una direzione ai pensieri.

Primo ciak: Mi fanno male i capelli.

Secondo ciak: Malinconia psicofarmaci e corpi separati.

Terzo ciac: Lea Massari e la neve.

Nel primo ciak, “Mi fanno male i capelli”, la Deflorian ragiona sulla potenza evocativa di questa frase e sul mistero che l’avvolge: pare fu la stessa Monica Vitti a dirla durante un incontro con la poetessa Amelia Rosselli, ma non voleva che si sapesse e chiese alla Rosselli di dire che fosse un suo verso. Così fu, anche se di quel verso non c’è traccia nella sua produzione.

Da questa frase, emblematica e rimasta famosa, si sprigionano una serie di considerazioni, pensieri e riflessioni, scavando, è il caso di dire, non solo nel testo anche in se stessi, affrontando manie, sogni e paure. Scendono in campo le fissazioni, le manie, le ossessioni legate ad oggetti, ma mosse da pensieri, pensieri di cui non si può ritrovare l’origine perché troppo nascosta nel fondo e di cui non si può sapere dove possano condurre.

E’ cosi che si passa al secondo ciak, “Malinconia, psicofarmaci e corpi separati”.

Giuliana, la protagonista del film Il deserto rosso, è una donna nevrotica, con tratti psicotici e allucinazione visive e uditive. Antonioni affronta il disagio nella vita di tutti i giorni di allora riversando nel film tutti i propri tic. 

Mentre la lavorazione del film va avanti, Antonioni e la Vitti, che all’inizio delle riprese erano una coppia, si stanno allontanando, fino a lasciarsi alla fine delle riprese.

Chissà, forse anche per questo nel film si cerca un modo per gestire il dolore, le ossessioni e i deliri.

C’è un’ossessione per la fine delle cose. I corpi sono separati, è la morte dell’empatia: “se io mi pungo, tu non senti niente”.

 

Il terzo ciak, “Lea Massari e la neve”, sembra staccato dal resto, invece prosegue quell’ossessione per la fine delle cose mettendola in relazione alla bellezza, alla paura della bellezza, alla paura che possa finire. E’ una riflessione sulla prigionia della bellezza, quando hai solo quella, quando non sei o non ti vedono come moglie o come madre, ma sei “soltanto” una bella donna; quando sei sempre figlia, ma il tempo passa e la bellezza sfiorisce e una resta imprigionata nel ricordo di ciò che fu. 

Allora ti senti vacillare, ti manca la terra sotto i piedi; ti sbilanci, ti squilibri una volta, poi un’altra e un’altra e alla fine una valanga sembra travolgerti.

Nell’immagine finale c’è forse la possibilità di un riscatto o, finalmente, del riposo. Un’apertura, figurata e reale, delle porte: mettono in comunicazione con l’esterno. Dopo esserci affacciati su noi stessi, possiamo uscire da noi: mentre gli attori contemplano la neve che scende e che ricopre tutto col suo bianco silenzio, noi che siamo ancora in sala rimaniamo a riflettere e a porci domande.

Si potrebbe passare il tempo a cercare un filo che colleghi tutte le parole e le storie raccontate. Sicuramente un orientamento generale c’è, ma tutto ciò che Alberici, Deflorian e Tagliarini propongono al pubblico è una riflessione personale; sono suggerimenti di analisi; ipotesi di vita.

E’ la condivisione di pensieri e riflessioni che suggeriranno allo spettatore nuove immagini e nuove riflessioni.

Sicuramente gli oggetti di riflessione, ispirati dal film, sono il male di vivere, il male psichico, la paura, il disagio e la depressione.

Scavi, però, è molto di più: non è un guardare dall’esterno, ma è immergersi in quel mondo, è sostituirsi ai personaggi e vederci te.

Allora sai che le immagini e le riflessioni potranno essere diverse e nuove per il vissuto che ognuno ha, unico e privato e che non sapremo mai tutto fino in fondo, perché come ha scritto Antonioni: “Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà”.

Scavi è un lavoro analitico mirato e preciso, basato su documenti e testimonianze, ma poi rielaborato in base al vissuto e al modo di sentire degli autori che, attori in scena, si rivolgono tra loro e al pubblico con immediatezza, stabilendo mano a mano confidenza. 

E’ una performance che suscita pensieri da cui nascono domande, ma che non ha l’obiettivo di fornire risposte. E’ un processo creativo aperto che non termina con lo spettacolo, ma che accompagnerà la riflessione dello spettatore anche dopo.

Scavi

Un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

Scritto ed interpretato da Francesco Alberici, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

Consulenza letteraria di Morena Campani

Organizzazione di Anna Damiani

Foto di Elizabeth Carecchio

Una coproduzione A.D. e Festival di Santarcangelo

In collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t Roma

Foto di copertina Elizabeth Carcchio

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