duperdu

 

Recensione di Carlo Tomeo

foto carlo

Eccoli di nuovo in scena al Teatro della Cooperativa i Duperdu che si sono fatti un nome in continua crescita e non solo in territorio lombardo. Essi sono Marta Maria Marangoni (attrice, cantante, musicista) e Fabio Wolf (compositore oltre che, come la collega, musicista, cantante e attore). Il nome d’arte glielo diede Nanni Svampa quando lui lavorava per i Gufi e i due facevano da supporter in un uno spettacolo dedicato a Brassens.

Il nome gli ha portato fortuna, tanto che i loro spettacoli si sono moltiplicati, questa volta lavorando da soli, e portandosi in valigia la “milanesità”, quella di oggi, alquanto cambiata, e quella di ieri che merita di essere riscoperta soprattutto dai giovani che per lo più l’hanno conosciuta “imbastardita” da nuovi idiomi e abitudini, a cominciare dal cibo e andando avanti con il linguaggio e le abitudini di altre regioni e paesi.

La tradizione che costituisce l’ossatura, il DNA di un popolo è andata a spegnersi un poco alla volta a causa dell’allettante modernità di provenienza multietnica, che di per sé non sarebbe un male, purché non si abiurasse il proprio prezioso passato.

E così i Duperdu partono per la missione della riscoperta della vecchia Milano che conserva ancora, per fortuna, dei luoghi e una storia degni di essere visitati e conosciuta.  Lo spettacolo inizia prendendo bonariamente di mira i turisti che vengono (o semplicemente vi passano) a Milano per visitare il Duomo, Sant’Ambrogio, Il Cenacolo, Il Castello Sforzesco. le vie della moda (i giapponesi specialmente!) e, se va bene (e sono sufficientemente acculturati) il Museo di Brera e  qualche importante ma occasionale mostra d’arte al Palazzo Reale. Sono i primi a ricevere il bando dell’improvvisata guida turistica Marta Maria Marangoni, desiderosa di raccontare la periferia di Milano, che contiene opere d’arte sconosciute persino ai milanesi stessi di nuova generazione, e, perché no?, anche di qualche generazione più indietro. E, con voce acuta da banditrice e suonando il suo flauto dolce, si produce nell’impresa, accompagnandosi anche con qualche canzone composta per l’occasione dal suo fido collega, il quale è naturalmente complice di tutta l’operazione. I due indossano abiti che sembrano tovaglie e ricordano quindi il cibo che, essendo originariamente diverso da popolo a popolo, ne determina la caratteristica. Insomma “dimmi come mangi e ti dirò chi sei” (e questa è una prima occasione di ritorno al passato che, ritrovato, come avrebbe scritto Proust, ti spiega molte cose del presente che stai vivendo, sia nel bene che nel male, perché contiene la natura e il sapore più profondo dell’identità di un popolo. Ricercare le cose e le abitudini del passato non rinnega quindi il presente ma, se mai lo arricchisce.

Vediamo sulla scena i due amici che spiegano come è nato il risotto giallo alla milanese, e nel raccontare questo sì (ci) portano ancora più indietro nel tempo citando aneddoti curiosi e leggende che si tramandano ancora. Si narra di Belloveso, il principe gallo, che il mito vuole fondatore della città, la cascina California, fino ad arrivare ad alcuni artisti sconosciuti ai più e che provenivano dalla scuola di Leonardo (viene avanzata finanche, scherzosamente, l’ipotesi che la Gioconda l’abbia dipinta addirittura uno di quelli allievi!).

Ma non è solo il cibo a formare l’identità di un popolo: c’è anche l’idioma. E così i Duperdu portano lavagna e gessetto sul proscenio per fare una prima lezione di grammatica: si comincia dalla fonetica e si apprende che la vocale “u” viene scritta con la lettera “o” e però ha le sue eccezioni in determinate parole.

E via di questo passo, tra un racconto e uno sberleffo c’è posto per più di una canzone, naturalmente di natura “lumbard” con Wolf al piano e la Marangoni che alterna il suo canto alle sonatine del flauto.

E si spiega il senso del prefisso del titolo: se Belloveso dovesse ricostruire la città la richiamerebbe come l’ha chiamata la prima volta.

Ma c’è anche spazio per le “indagini conoscitive” su argomenti che sono al centro dei dibattiti dei social odierni, dove appaiono per tre volte, proiettati su un telone posto nel fondale i filmati fatti a Leoardo Manera che, come dice il programma di sala “recita da casa” mentre introduce l’argomento di cui andrà a trattare nelle interviste che farà poi ai passanti in Corso Buenos: momento di forte presa comica.

Molto bravi e affiatati, Fabio Wolf al piano e alla fisarmonica e Marta Maria Marangoni addirittura pirotecnica nei suoi eloqui senza esitazioni e nel cantare canzoni piacevoli e anche divertenti.

Si potrebbe raccontare ancora di più, per meglio illustrare le motivazioni e il senso dello spettacolo, quello di vivere con consapevolezza una vera modernità che non dimentica il passato, perché, ricordandolo, non ti fa dimenticare la tua natura, ma anzi te la rammenta, e quello che sei oggi non è altro che un impasto di fatti del passato che non hai forse saputo assimilare fino in fondo oppure li hai semplicemente sottovalutati e che devi, invece, riscopire.

Pubblico numeroso e divertito  i calorosi applausi elargiti sono stati più che meritati.

 

Ri-Chiameròlla Milano

Prima nazionale

di e con i Duperdu (Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf)

e con l’“aiuto da casa”  di Leonardo Manera  

musiche originali di Fabio Wolf eseguite dal vivo

suonate e cantate dai Duperdu

produzione Theatralia in collaborazione con Teatro della Cooperativa

Si ringrazia Maddalena Peluso dell’ufficio stampa

In scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal l’8 al 17 dicembre

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