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Fontanone del Gianicolo

29 agosto 2015

Piccolo e squallido carillon metropolitano

Una storia d’amore tra fratelli, nel senso più ampio del termine, una storia d’amore sul limite del giudizio e del perdono, sul limite della ghettizzazione e della accettazione. Un piccolo carillon metropolitano.
(Davide Sacco)

Testo e Regia: Davide Sacco

Con:
Orazio Cerino
Giovanni Merano
Eva Sabelli

Organizzazione: Ilaria Ceci
Scene: Luigi Sacco
Costumi: Silvia Tagliaferri
Luci: Francesco Barbera
Addetto stampa: Marta Scandorza – F/M PRESS

 

Piccolo e squallido carillon metropolitano è un intenso e commovente spettacolo scritto e diretto dal giovane Davide Sacco.

Un testo originale davvero ben scritto, in un linguaggio diretto, fluido e rapido che, pur se con un ritmo a volte incalzato e concitato, è sempre chiaro e ben comprensibile.

E’ una storia di solitudine (interiore e sociale), di degrado (personale e culturale), di sogni infranti, sacrifici e delusioni. Piccolo e squallido carillon metropolitano è anche una storia sull’amore e i legami familiari.

In una provincia del sud Italia, una di quelle province rimaste piccole e culturalmente arretrate, vivono Mimmo e Mimì. Mimmo e Mimì sono fratello e sorella; il padre è già morto da tempo e la mamma li ha lasciati da poco dopo una lunga malattia.

Mimmo è omosessuale, è un diverso che viene continuamente deriso e umiliato per il suo modo di essere. Mimmo si è sempre preso cura con dedizione e sacrificio della mamma malata e della sorella.

Mimì è una bambina di 30 anni che vive in un mondo tutto suo nel quale ha creato le proprie certezze e sicurezze e nel quale si sente protetta; procede per atteggiamenti ripetitivi e all’apparenza psicotici e tiene sempre stretta a sé la boccia d’acqua in cui c’è Fefè il suo pesce rosso che dorme (sempre e per sempre).

Dopo quattro anni di lontananza e dopo la morte della mamma, torna dal nord, dove si era trasferito per sfuggire alla provincia, alla famiglia, ma senza riuscire a sfuggire a se stesso, il fratello maggiore Ettore, deciso a prendere in mano la situazione e a cambiare le cose, non per amore o compassione, ma per dovere, quasi più per rispondere ad un bisogno personale, come se ordinare, pur fittiziamente, le cose, potesse fare ordine anche nel cuore dell’uomo.

I tre si ritroveranno così insieme nella casa di famiglia, che puzza di malattia e sporcizia e con la polvere sul cuore, rimasti soli, abbandonati dalla vita, tra loro stranieri e gravati ognuno da enormi responsabilità.

Ettore e Mimmo si scontreranno tra accuse e recriminazioni, negandosi all’amore fraterno. Mentre Ettore e Mimmo si accusano e rinfacciano reciproche mancanze, Mimì resta sullo sfondo, ignorata.

In realtà, il suo mondo è comunicante con quello esterno. Mimì vede e sente ciò che accade fuori di lei e lo capisce anche. Mimì conosce il bene e il male, ma a lei interessa solo il bene.

Mimì, la grande bambina, la donna rimasta intrappolata in un mondo infantile, che abbraccia sempre la boccia con dentro Fefè, il pesce rosso morto/che dorme è, in realtà, l’elemento chiave di questo racconto; è quell’elemento surreale che, però, mantiene sempre una sguardo lucido sul reale.

Mimì è la bambina che ha bisogno di aiuto, ma che aiuterà i fratelli conoscersi e riconoscersi, non necessariamente ad accettarsi.

Nel processo conoscitivo dei tre fratelli, trait d’union delle loro storie personali è un carillon passato di mano in mano, da fratello maggiore a fratello minore e da questi alla sorella suscitando sempre emozioni e ricordi diversi.

Il carillon è una sorta di feticcio dell’infanzia, è il ricordo felice a cui ognuno fa riferimento per trovare un po’ di pace e, inconsapevolmente, è ciò che unisce i tre fratelli facendone famiglia.

Forse, però, ormai non basta; d’altronde, alla fine, ci si abitua a tutto: ci si abitua al degrado, alla sporcizia, alla puzza ci si abitua al dolore, alla solitudine, alle lacrime e si va avanti formando una corazza a difenderci dal mondo rinchiudendosi un’ampolla di vetro.

Fefè, il pesce rosso che dorme, è il simbolo dell’isolamento tutti e tre i personaggi, un isolamento, alla fine, voluto e cercato, proprio per tentare di trovare riparo al dramma di vivere.

In fondo, come verrà detto nel finale: “siamo soli…tutti quanti soli…siamo lontani nelle nostre ampolle di vetro”.

Non vengono fornite risposte in questo spettacolo, non c’è un lieto fine, forse non c’è nemmeno una fine. La scena resta aperta, il discorso sospeso. Durante l’intero racconto vengono presentate delle storie, dei modelli e vissute delle conflittualità. Vengono fornite proposte per la riflessione, ma non risposte.

Piccolo e squallido carillon metropolitano è una storia familiare come ce ne sono tante, purtroppo.

Il carattere di verità, di rappresentazione del reale rende questo testo ancora più drammatico proprio perché risponde alla categoria del vero.

In molti, a livelli diversi, possono ritrovarsi in questa storia, proiettare se stessi sulla scena, riconoscersi in uno dei modelli umani proposti, trovare un momento di catarsi al proprio dolore.

Il linguaggio, asciutto e diretto, riporta sempre alla realtà, anche quando segue il mondo immaginifico di Mimì.

Bellissima, intensa e commovente l’interpretazione di questi bravi attori.

Superbo Orazio Cerino, Mimmo, nel ricostruire un mondo interiore così drammatico, caratterizzando il proprio personaggio con profondi sguardi persi nei ricordi, affacciati a volte sul vuoto della solitudine, altre volte pieni di livore e con movenze naturali, non affettate o esagerate.

Incredibile Eva Sabelli, con la sua dolce e indifesa (mica poi tanto) Mimì, così insistentemente ripetitiva nelle sue litanie personali, così lontana dalla realtà eppure incredibilmente presente.

Eva regala i suoi occhi a Mimì passando dallo stupore alla commozione, dalla paura alla disperazione repentinamente.

Meno incisivo Giovanni Merano, anche se il suo è un personaggio più chiuso e più cupo. Mentre, seppure nella stranezza e nella disperazione, i caratteri e le storie di Mimmo e Mimì vengono fuori con maggiore impatto, invece la figura di Ettore è più misteriosa.

Quindi, più che di interprete meno presente, si dovrebbe parlare di personaggio più chiuso, al quale, però, Giovanni avrebbe dovuto dare più grinta nel rancore e maggiore smarrimento nello sguardo.

Scarna, essenziale, minima la scenografia, dove gli spazi, interni ed esterni, vengono nominati, ma non hanno consistenza reale, dove gli oggetti sono solamente evocati, tranne quei pochi che sono simboli/feticci fondamentali.

Piccolo e squallido carillon metropolitano è uno spettacolo confezionato in maniera completa e precisa, interpretato con grandissima intensità e senza sbavature; un viaggio intimo e doloroso nei legami familiari che porta inevitabilmente lo spettatore a guardarsi dentro e a darsi quelle risposte che lo spettacolo, deliberatamente, non dà.

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