NEL BUIO DELL'AMERICA foto

 

 

Recensione di Carlo Tomeo

CARLO TOMEO FOTO

“Nel buio dell’America” è la seconda pièce di un dittico di atti unici teatrali scritti nel 1991 da Joyce Carol Oates. Il primo si intitola “Dissonanze” e fu rappresentato per la prima volta al Teatro dell’Elfo nel 2010. Il secondo, prodotto da MTM (Manifatture Teatrali Milanesi) viene rappresentato in questi giorni in prima nazionale al Teatro Litta e riporta lo stesso titolo del libro che contiene le due pièce.

Sul fondale del palcoscenico nudo appare un contenitore con due sedie e un tavolo e potrebbe rappresentare la scena di uno studio televisivo. Sulle sedie sono sedute  due persone anziane e alle loro spalle un video con immagini che scorrono veloci, senza una sequenzialità apparente, e che mostrano scene svariate di strade di piccoli quartieri, volti dalle espressioni ridenti o anche mostranti segni di violenza. Le due persone sono i coniugi Frank ed Emily Gulick che non nascondono il loro disagio per il luogo dove si trovano e per le domande che vengono loro poste.

Ci troviamo durante la registrazione di un talk-show dove una bella presentatrice racconta al pubblico quanto sia accaduto e di cosa andrà a parlare, previa intervista alla coppia in scena: il loro figlio minore è stato imprigionato perché avrebbe ucciso una loro vicina di casa. La dichiarazione di colpevolezza è stata mossa da prove indiziarie raccolte nella cantina dove il ragazzo conservava riviste porno e altri oggetti sadomaso. Di fronte alle domande gentili, ma sempre più incalzanti, che vengono rivolte dalla presentatrice, Emily e Frank difendono il loro figliolo e negano che possa essere stato l’autore dell’omicidio. Egli, in realtà un ragazzo che si è sempre mostrato tranquillo, lontano dalle cattive compagnie, gentile con il vicinato e così via. Si lamentano anzi del trattamento che stanno subendo: la coppia viene guardata male da tutto il vicinato, Emily ha persino imbarazzo nell’andare a  fare la spesa perché malvista dalle vicine che la conoscono da venti anni, tanto è il periodo che i coniugi Gulick abitano in quel quartiere. Soprattutto Frank si mostra indignato perché la polizia non ha concesso la libertà provvisoria su cauzione al  loro figliolo.

Durante gli anni ‘90 negli Stati Uniti d’America cominciavano ad avere successo sempre di più questi tipi di spettacolo che poi, con la diffusione sempre più elaborata e veloce dei media, sono arrivati anche a noi, dove purtroppo stanno riscuotendo un alto indice di gradimento. Negli anni ‘50 le novità americane costituivano un’anticipazione allettante da far sì che, negli anni successivi, quelle che non erano più novità per chi le aveva inventate lo diventavano per noi europei. Negli anni ’90 accadeva ancora che l’America fosse un’anticipatrice di costumi. Ora non è più così. Il diffondersi sempre più veloce di quello che viene chiamato progresso ha omologato tutto, quel poco di bene ma anche quel tanto di male. E così avviene che per l’uomo la realtà è costituita da quello che ama scrivere e leggere nei network, dimostrando di aver perso un’identità, o meglio, non l’ha mai conosciuta realmente e in profondità, e trova facile costruirsene una seguendo i modelli che la società odierna ha creato per lui e che gli sottopone in continuazione.

In questo modo la solitudine sembra solo apparente e non effettiva, come in realtà è. E in tal modo è possibile che talkshow dove vengono mostrati i crimini più disparati diventino motivo di spettacolo e chi vi assiste si compiace di restarne fuori e di partecipare al massimo con un televoto, che possa decidere le sorti di un suo simile. La cosa accade anche con i cataclismi naturali che, dopo il primo, breve, stupore e paura, per chi non è sul posto, diventa motivo di spettacolarizzazione.

L’uomo d’oggi è sempre più abituato a fare una vita solitaria ma “ricca di amici da net-work” che si possono cambiare, cancellare, far finta di dominare, farci addirittura sesso virtuale. Oppure, come capita nelle disgrazie o malefatte del prossimo, trarne quasi godimento nell’assistere al racconto di esse, attraverso una televisione complice (tanto lui è estraneo a tutto ciò). E se c’è il dibattito la cosa diventa più interessante.

In tal senso nella pièce della Oates, Maria Teresa Ruta recita con grande padronanza la parte della conduttrice sorridente e maliziosa, che sa quali domande porre, e con modi sorridenti, alle sue inconsapevoli vittime, per far crescere l’audience. E lo sa bene anche la regista, sua figlia Guenda Goria, che la guida nella maniera migliore.

Ai due poveri Frank ed Emily non rimane che cercare riparo nella religione. Emily dichiara che “Dio non ci ha fatto abbastanza forti” ma Lui sa chi, quando e come perdonare. È il demandare della persona confusa che non riconosce più il mondo in cui pensava di vivere una vita lieta.

Grande prova di attrice di Maria Teresa Ruta, molto bella in una lunga capigliatura bionda, e che, oltretutto, si muoveva con disinvoltura anche su impalcature alte, dimostrando di possedere un ottimo equilibrio, nonostante i tacchi alti.

Molto bravi anche Michela Martini ed Ermanno de Biagi che hanno sostenuto con credibilità le parti dei coniugi Gulick e ottima prova fornita anche dalla giovanissima regista Guenda Goria, che aspettiamo alla prossima sua regia.

Spettacolo interessante per le problematiche che presenta che sembrano andare al di là della semplice rappresentazione, ma che in realtà ne costituiscono l’ossatura.

 

Nel cuore dell’America

testo Joyce Carol Oates

traduzione Luisa Balacco

regia Guenda Goria

con Maria Teresa Ruta

e con Ermanno de Biagi e Michela Martini

scenografia  Francesco Ghisu

musiche originali di Andy dei Bluevertigo

costumi Paola Aicardi

disegno luci Fulvio Merli

video Andrès Arce Maldonado

produzione MTM Manifatture Teatrali Milanesi:

Teatro Litta / Teatro  Leonardo

 

in scena al Teatro Litta di Milano fino al 19 febbraio.

 

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