Sabato 14 e Domenica 15 Settembre 2019

 

Teatro San Luca

Via Renzo da Ceri 136, Roma (Pigneto)

 

Mi chiamo Antonino Calderone

 

di Dacia Maraini

regia Angela Turchini
con David Gramiccioli
Compagnia del Teatro Artisti d’Inchiesta

Ufficio Stampa Nuvole Rapide Produzioni

 

“Italia, una cosa nostra”

AntonioCalderoneLocandina

Una candela accesa, una scrivania con qualche libro, un registratore. Inizia così l’ultimo atto della vita da mafioso di Antonino Calderone, pronto per vestire i panni del collaboratore di giustizia. Non è facile raccontare la storia di questo personaggio e lo fa magistralmente la grande scrittrice e autrice Dacia Maraini nella sua trascrizione teatrale della confessione del mafioso dal titolo: “Mi chiamo Antonino Calderone”.

Il vissuto di quest’uomo scivola e si incastra in una delle pagine più buie del nostro paese: potere, stragi, vendette, uccisioni, questo è il cocktail preferito dei cosiddetti “uomini d’onore”, che Calderone definirà al contrario “uomini del disonore”. Se qualcuno pensa che tutto ciò è lontano dalla propria vita, si sbaglia: in questa guerra non ci sono confini e in quell’inferno ci finiscono colpevoli e innocenti. Il bene e il male, idealmente rappresentati nel nostro immaginario come due mondi nettamente separati, arrivano a seguire dinamiche distorte e sovrapposte, a volte invece parallele: in questo mondo, di logico non c’è assolutamente nulla.

La storia di Antonino Calderone coincide con la storia della mafia. Non c’è troppo da rallegrarsi se un uomo come Antonino arriva a pentirsi, perché la confessione non chiude mai un capitolo della storia definitivamente ma ne preannuncia di nuovi, agghiaccianti e vili. Antonino Calderone è quello che parla di mafia quando a Catania e nel resto d’Italia ci si domandava banalmente cosa fosse. Antonino è quello che delinea le caratteristiche del mafioso nell’identikit tipico del criminale, ma astuto e spregevole, la cui forza si nutre di un realismo crudo e implacabile.

Non chiedo perdono, dice Antonino Calderone, perché sa di non poterlo meritare. Ma attraverso l’opera di Dacia Maraini raccontata, interpretata e portata in scena da David Gramiccioli, si scopre qualcosa di sorprendente: un’anima e un profondo senso di critica e disgusto a lungo oppresso dall’identità mafiosa. Antonino Calderone non solo si pente, ma impara finalmente a vivere e lo racconta con parole amare che lo proiettano lontano da quel mondo di miseria umana e sangue, almeno idealmente.

David Gramiccioli, narratore in scena del testo di Dacia Maraini, si accosta con eleganza alla sensibilità dell’autrice creando atmosfere emozionali e intrecci che appartengono alla storia del nostro paese, troppo poco raccontati, capaci di farci riflettere non solo su ciò che è oggettivamente il personaggio e il suo mondo, ma anche sulla necessità di ricercare sempre la verità, a qualsiasi costo.

 

Note di regia

Se esistesse un uomo capace di rinnovarsi che, arrivato ad un punto di non ritorno della sua vita, potesse prendere il posto di un mafioso, smascherando tutte le attività criminali alle quali ha partecipato, potrebbe tutto questo raccontarci una nuova verità?

“Mi chiamo Antonino Calderone” di Dacia Maraini ci mette su questa strada, guardando ad un personaggio complesso e schivo, alla sua evoluzione e al suo definitivo tramonto attraverso le sue ultime parole da mafioso, quelle della sua confessione.

Per rappresentare e dare vita a questa tensione è necessario far fluire il tempo sospeso tra i ricordi ed i particolari della confessione, coniugati nel contesto in cui è vissuto Calderone, dettagli questi che impreziosiscono il racconto. Il linguaggio teatrale si fa più ampio e lo spazio scenico si divide tra il narratore, David Gramiccioli che racconta l’opera di Dacia Maraini, interpretando anche il personaggio di Calderone, chiuso in atmosfere cupe che sottolineano la drammaticità della confessione.

Il mondo oscuro e criminale della mafia è un tema che non ha mai smesso di turbare la nostra morale, per la quale l’atrocità ed efferatezza dei reati non trova giustificazione e perdono. Proprio quello che nega a se stesso Antonino Calderone, e nelle sue parole il misterioso e arcaico senso dell’umanità affiora violento nella sua coscienza di criminale, come lo squarcio di un raggio di sole in un cielo nero di tempesta. Antonino Calderone, il mafioso, cresciuto all’ombra di un fratello e di una famiglia che sarà per lui nel male un esempio facile da seguire. Sognava “l’onore”, come tanti ragazzi ai quali si rivolge, ieri come oggi, con un monito assoluto: “Ho deciso di parlare sperando che si tenga conto di quanto dico. Ne devono tenere conto soprattutto i giovani. Perché dico la verità e non parlo per sentito dire”. E ancora: “Uno che è latitante […], costretto a nascondersi sempre, a stare lontano dalla famiglia, dai figli, anche se è ricchissimo, anche se possiede ville e palazzi, che ci fa? Non ha vissuto niente”.

Il testo di Dacia Maraini, dunque, è un punto di partenza per un lavoro quotidiano, incessante anche in teatro dove i ritmi, le intenzioni e la storia sono presentati al pubblico per diventare non solo emozione e memoria ma anche esperienza di vita. Già nell’opera, si percepisce la linea registica alla quale ispirarsi, senza condizionamenti e preconcetti.

 

Teatro San Luca

Via Renzo da Ceri 136, Roma (Pigneto)

 

14/15 Settembre 2019

Sabato h:21:00

Domenica h 18:00

 

Biglietto Unico € 13,00

 

Info e prenotazioni: tel. 3476755569 info.polvereinchiostro@gmail.com

 

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