MACBETH FOTO

Recensione di Carlo Tomeo

foto carlo

Il Macbeth della Compagnia Archivio Zeta era stato presentato per la prima volta nell’agosto dello scorso anno nel Cimitero Militare Germanico al passo della Futa dove sono sepolte trentamila salme, raccolte dopo il 1945. Era la prima volta che la Compagnia, diretta da Gianluca Guidotti e da Enrica Sangiovanni, rappresentava una tragedia di Shakespeare, e che si sono preoccupati di avvicinarla a tempi più moderni, mettendogli come sottotitolo “essere e tempo” richiamandosi all’opera di Martin Heidegger, vista la somiglianza della tragedia shakespeariana a certe dell’antica Grecia, in particolare Edipo e Oreste, e che trattano il problema dell’essere.

Il personaggio Macbeth pensa, senza saperlo, come un personaggio di tre secoli avanti, ponendosi il problema del tempo che gli può restare da vivere e trascorrendolo nella paura. Ha avuto due profezie, una buona e l’altra cattiva. La prima, quella che diventerà re, la seconda che il suo regno, dopo la sua morte, non apparterrà a lui ma ai figli del collega Banquo. Lady Macbeth, al contrario, non vive lo stesso dramma: sa che il re Duncan sarà ospite per una notte nel loro castello e tanto basta per eliminarlo in modo che sarà suo marito a diventare re. Il quale accetterà da una parte assecondando la propria ambizione e dall’altra inizierà per lui la paura che si avveri la seconda profezia. Quello che può fare ora è cercare di non farla avverare e, per ottenere questo, deve vincere la paura di non riuscire a mantenere il suo essere. Ma per mantenere il suo essere deve progettare il futuro prossimo, una lotta contro il tempo, specialmente quando apprenderà che il figlio di Banquo è riuscito a sfuggire alla cattura che lui aveva programmato. Solo Banquo è morto, dopo la sua uccisione a cura degli uomini di Macbeth, e questo è un segnale in più della verosimiglianza della seconda profezia che deve ancora compiersi del tutto.

Macbeth non vive bene i suoi giorni: la morte provocata negli altri, invece di placarlo e renderlo più sicuro, lo impaurisce di più, perché morte chiama morte e il tempo che lui ha a disposizione per salvare se stesso può essere brevissimo.

A differenza del fascino che poteva suscitare l’ambientazione scenica al passo della Futa, in un palcoscenico normale di un teatro chiuso (dove la scena è oscurata, le streghe portatrici di vaticini, oltre che impersonate da attrici sono rappresentate da tre grosse lampade poste sul fondo, quasi a ricordare ai presenti il destino che li aspetta). emana un fascino diverso per come è stata concepita la scenografia, ma molto coinvolgente dal punto di vista emotivo.

I personaggi vestono abiti neri con mantelli, lady Macbeth, con i suoi capelli biondi spicca in quell’ambiente pressoché buio e vuoto (gli unici mobili sono una scala, una sorta di recinto e il trono del re che viene spostato dal fondo della scena al proscenio e viceversa a rappresentare tutte le volte una diversa appartenenza)

Il testo, pur mantenendosi fedele all’originale, viene attualizzato nelle azioni. C’è il male che incombe e che è rappresentato da vari oggetti: uno è un grande uovo dorato che il re Duncan regala a Macbeth che sembra un invito al concepimento ma che va a vuoto e si potrebbe trasformare in una bomba che potrebbe assumere il nome di Little Boy qualora venisse  lanciata su Hiroshima da un aereo che potrebbe chiamarsi Enola Gay. E c’è Lady Macbeth, che indossa un enorme lenzuolo rotondo bianco con al centro un cerchio rosso (bandiera del Giappone?) e su cui vengono tratteggiate righe rosse che fanno pensare al sangue.

L’azione è ambientata, come ben sappiamo a più di quattro secoli fa, ma nulla è cambiato da allora a oggi: sono cambiati i metodi per ottenere il potere, per fare del male, ma la paura di farlo non ha subito modifiche. E non per eventuali timori di rimorso, quanto piuttosto di non farla franca ”dopo”.

Un “ Macbeth” che si avvale di suoni dovuti a fiati e percussioni che pare cambino tutte le sere e che fanno da leit-motiv alle azioni che sono per lo più crudeli

Il Macbeth di Gianluca Guidotti è verosimile nella sua parte di un uomo che diventa re ma che teme di perdere il trono e simula bene la sua paura.

Grandiosa l’interpretazione di Enrica Sangiovanni che sa essere una Lady Macbeth capace di gestire con ferma risolutezza i timori del marito e di portare a termine magistralmente la scena finale dell’incubo che ricorda “Una macchia è qui tuttora” dell’opera verdiana.

Due altre grandi prove di attori di razza sono state prestate da Ciro Masella, nella parte del re Duncan, e da Stefano Braschi nel ruolo di Banquo.

Uno spettacolo da rivedere, quando sarà riportato in scena, per scoprire altre preziosità che a una prima visione possono essere sfuggite, data l’alta percentuale di stimoli che sa offrire al pensiero.

 

Macbeth essere (e) tempo

di William Shakespeare

regia  Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

con  Stefano Braschi, Gianluca Guidotti, Ciro Masella, Giuditta Mingucci, Enrica Sangiovanni

e con la partecipazione straordinaria del lupo Oscar

partitura sonora  Patrizio Barontini

percussioni  Luca Ciliegi

fiati  Gianluca Fortini

scenografie e costumi  Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni

laboratorio scenografico  Morgantini.eu

luci  Antonio Rinaldi

sartoria  Confezioni Paradiso

aiuto sartoria  Lucia Chiodi

assistente alla regia  Beatrice Vollaro

consulenza scenografica Antonio Rinaldi, Francesco Fedele

assistente coreografa  Carolina Giudice

coordinamento organizzativo  Luisa Costa

collaborazione   Rossella Menna

organizzazione  Lucia Guida

amministrazione  Umberto Biscaglia

promozione  Alessandro Iachino

foto  Franco Guardascione

grafica  Weglobodesign

produzione  Archivio Zeta e Elsinor

 

in scena al Teatro Sala Fontana di Milano fino al 9 aprile

 

Si ringrazia la Sig.ra Nadia Florio dell’ufficio stampa

FacebookTwitterPinterestGoogle +Stumbleupon