Teatro Brancaccino

4 novembre 2016

L’Eternità Dolcissima di Renato Cane parla di vita attraverso il pensiero e la paura della morte.

Renato Cane è un rappresentante di psicofarmaci che scopre improvvisamente di avere un tumore fulminante. La notizia, come è ovvio che sia, lo sconvolge: Renato Cane non vuole morire. Egli ha una moglie e un figlio e non vuole lasciarli così, all’improvviso.

L’idea della malattia e dell’imminente morte, getta Cane in uno sconforto totale. Da lì nella sua mente mille pensieri si affastellano in un delirio a volte farneticante, altre volte lucido col quale Cane pensa alla vita. Considerazioni confuse, ma profonde che lo portano a realizzare quanto tempo si spenda in vita per allontanare il pensiero della morte.

Viviamo per colmare le nostre necessità; purtroppo oggi viviamo per lavorare perché senza lavoro non possiamo produrre e se non produciamo non possiamo acquistare e siccome la nostra è una società iper consumistica in cui ad ogni soddisfazione di un bisogno segue un altro bisogno, la nostra vita è una continua ricerca di qualcosa che forse non avremo mai. Non puoi permetterti di essere triste o depresso perché la vita, non la morte, non te lo concede. In questo precipitoso corso di vita, ogni nostra azione è determinata ad affermare la nostra esistenza e non la nostra non esistenza e, quindi, la morte.

Allora, si chiede Cane, come rendere appetibile la morte? Come avvertirla come esigenza?

La vita di Cane crolla rovinosamente: sta per morire e la moglie non lo desidera più perché lo considera un morto potenziale. Non siamo, però, tutti un po’ morti potenziali? L’unico appiglio alla vita che gli resta, sono le pitture schiacciate che si scambia con una bambina conosciuta su un treno.

In questo turbinio mentale di disperazione tratteggiata, però, con macchie di ilarità, Cane si imbatte in un’agenzia di pompe funebri molto particolare che gli promette l’eternità.

Da qui la narrazione diventa anche grottesca tra i pensieri in conflitto nella testa di Cane e i discorsi col nano proprietario dell’agenzia di pompe funebri che gli promette una felice eternità.

Poi un colpo di scena, ma forse è tardi. Cane ha perso tutto e riflettuto così tanto sulla vita da aver trovato la sua risposta ad una domanda che gli aveva posto il nano “Sei proprio sicuro, Cane, che vivere sia meglio che morire?”.

L’Eternità Dolcissima di Renato Cane è un monologo di Valentina Diana che ci porta a farci delle domande, le stesse che vengono poste al protagonista dall’assurdo responsabile delle pompe funebri.

Ci ritroviamo così a pensare alla nostra vita, dettata dal consumismo, persa dietro al bisogno di accumulare, di fare, di produrre sempre più e perdiamo di vista la nostra essenza più pura e bella.

Lo spettacolo parla della vita attraverso la sua negazione e lo fa con leggerezza e ironia, perché realmente la vita è talmente assurda che tanto vale prenderla con il sorriso.

Marco Vergani è il bravissimo protagonista di questo spettacolo. Tra gestualità, voci diverse e carica espressiva, ci dona un mondo di emozioni. Alcuni momenti sono davvero toccanti, come quando Cane se la prende col proprio corpo per averlo tradito; altri portano ad avere un moto di compassione nei confronti del protagonista.

Io, però, penso anche altro di questo spettacolo. A me ha suscitato un’interpretazione diversa probabilmente rispetto alle intenzioni dell’autrice e del regista Vinicio Marchioni.

L’uso delle luci al neon, posizionate simmetriche sui due lati, colorate (una bianca, due rosse, una blu e una verde), le figure della moglie e del figlio di Cane, a cui si allude solamente con un abito appeso da una parte e un joystick dall’altra, le pitture schiacciate così simili alle macchie di Rorschach, i pensieri spesso intrecciati del protagonista che sembra rivolgersi a volte ad un altro sé, la possibilità di altri mondi che diano un’eternità felice, il fatto stesso che il protagonista venda e usi psicofarmaci, mi hanno fatto cambiare totalmente prospettiva.

Sì, forse a Cane realmente é stato diagnosticato un tumore mortale, ma questo è stato solo l’evento che ha scatenato uno sdoppiamento del personaggio, portandolo ogni volta dentro e fuori di sé.

Andando contro il testo stesso, io non ho visto Cane come un morto potenziale, quanto, piuttosto, come un uomo affetto da un disturbo psichico che nella sua mente crea situazioni e personaggi.

Lo stesso personaggio del nano, che è anche zoppo e curvo e parla con voce che sembra provenire da altrove, ricorda alcuni personaggi di altre illusioni oniriche. Allora i neon potrebbero essere quelli di un ospedale e il mondo 19 che Cane sceglierà e in cui si dorme in sei in una stanza, si sta tutti in armonia e tutti fanno disegni schiacciati, potrebbe essere un reparto psichiatrico, così come il mondo 2 che alcune voci gli consigliano.

Quale che sia l’interpretazione, L’Eternità Dolcissima di Renato Cane è uno spettacolo che fa riflettere sulla bellezza della vita, ma anche sulla solitudine. Perché alla fine, quando moriamo, siamo soli.

L’Eternità Dolcissima di Renato Cane

Di Valentina Diana

Regia Vinicio Marchioni

Con Marco Vergani.