bellenotti

Teatro della Cometa

14 dicembre 2016. Prima

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Le Belle Notti è una commedia di Gianni Clementi con la regia di Claudio Boccaccini che vuole raccontare una parte della vita, quella vicina alla maggiore età, in cui i giovani sono in preda a turbamenti ed emozioni unici, alla ricerca di un’autodeterminazione attraverso una presa di coscienza individuale, sociale e politica.

La storia comincia in pieno periodo sessantottino: è il 12 dicembre del 1969 e un gruppo di studenti occupa un noto liceo romano per manifestare il proprio dissenso contro le istituzioni, la scuola in primo luogo. Fuori alla scuola, la polizia cerca di convincere i ragazzi a desistere dall’occupazione. Durante la prima e unica giornata di occupazione i ragazzi, di diversa estrazione sociale, si confronteranno tra di loro, tra litigi, approcci, innamoramenti e dibattiti.

La seconda parte della storia ci riporta nello stesso liceo nel 2000 dove ad occupare, questa volta, sono i figli degli studenti del ’69: stesso impegno, stesso slancio, ma diverso tessuto sociale.

Uno degli intenti era quello di presentare il passaggio dall’impeto ribelle e anticonformista del ’68 all’omologazione dei giorni nostri.

Mi dispiace dover constatare che questo intento non è stato raggiunto appieno.

A dispetto delle intenzioni dell’autore, viene presentato un movimento studentesco sessantottino fatto da ragazzi confusi, privi di ideali, privi di una conoscenza storica e di cognizione e identità politica. Ragazzi che si ritrovano in quella scuola più che altro trascinati dalla forza dell’ideale di qualche elemento più agguerrito.

Quello che accade in quella giornata di occupazione dovrebbe portare questo gruppo eterogeneo di ragazzi ad una presa di coscienza collettiva che, però, non arriva mai. I movimenti sessantottini, infatti, vengono fatti passare solo come un errore di gioventù.

Nella seconda parte, dove si passa al 2000, si vedono nuovi movimenti studenteschi composti da giovani problematici, svogliati, privi anch’essi di una propria identità, ma, per assurdo, più maturi di quelli del ’68.

Mentre i giovani del ’68 avevano alle spalle famiglie unite e genitori di polso, e quindi la loro era più una contestazione contro gli adulti, in quanto primi rappresentanti di un ordine costituito, invece i ragazzi del 2000 hanno alle spalle famiglie problematiche e la loro occupazione è più il desiderio di trovare forza nel gruppo per affermare una propria individualità, trovare una loro interezza a fronte della frammentarietà del tessuto familiare e sociale.

La cesura tra la prima e la seconda parte drammaturgica attraverso la proiezione delle immagini delle stragi di Piazza Fontana del ‘69 manca di un nesso emozionale.

Le drammatiche immagini di quel terribile attentato terroristico sarebbero dovute essere il compimento, l’apice di un crescendo nel quale autore e regista avrebbero dovuto accompagnare lo spettatore sin dall’inizio. Questo percorso emotivo, invece, manca.

L’intera narrazione sarebbe dovuta essere costruita in funzione della parte finale, in cui i ragazzi del 2000 svelano di essere i figli di quelli del ’69.

Questa idea avrebbe dovuto essere lo spunto e l’obiettivo per l’intera narrazione costruendo uno svolgimento logico che sarebbe potuto essere interessante.

Invece la storia non porta affatto a questo epilogo: alla fine non c’è differenza tra gli studenti del ‘69 e quelli del  2000, tra ieri e oggi. Non c’è quello stacco tra l’anticonformismo di ieri e l’omologazione di oggi che era nelle intenzioni dell’autore.

Il testo, tra l’altro, è ridondante e pieno di espressioni ripetitive oltre ad essere volgare: un tripudio di parolacce che non aggiungono niente né al testo né alla storia, anzi.

Da citare i bei costumi di Lucia Mirabile e, in generale, i movimenti scenici che risultano fluidi.

I ragazzi in scena sono anche carini da vedere. Tra di loro ce ne sono alcuni più che bravi.

Federico Le Pera, nel doppio ruolo di Luca, simpatica canaglia del’69 e un intenso Manfredi, suo figlio nel 2000, ha presenza scenica e movenze giuste. Interpreta i due personaggi riuscendo a differenziarli, caratterizzandoli in maniera definita e approfondendoli.

Filippo Laganà fa il suo, portando a casa il personaggio.

Guido Quaglione è bravo nel doppio ruolo di Simone, leader carismatico del gruppo del’69 e Benedetto, deluso dal  padre che ha tradito il proprio passato, e che guida il gruppo del 2000 con timore e insicurezza. Anche qui due personaggi interpretati con colori diversi.

Stesso discorso per Paolo Roca Rey e Alessio D’Amico che riescono a darci personaggi completi.

Bene Diana Zagarella che dimostra di essere una ragazza preparata, ma diretta male; Laura Forcella che ha una buona presenza e una bella voce.

Carine anche Grace Ambrose e Valentina Leoni.

Nonostante la convinzione e l’intenzione, cosa possono fare questi ragazzi alle prese con un testo senza spessore?

Che fine hanno fatto quei begli spettacoli scritti da Gianni Clementi come L’Ultimo Volo, diretto dallo stesso Claudio Boccaccini o Alcazar sempre di Clementi?

 

Le Belle Notti

di Gianni Clementi

regia Claudio Bocaccini

con Grace Ambrose, Lucia Clementi, Alessio D’Amico, Federica Di Cori, Laura Forcella, Giorgio Gafforio, Guido Gioitre, Filippo Laganà, Valentina Leoni, Federico Le Pera, Sofia Panizzi, Edoardo Proietta, Lorenzo Quaglia, Guido Quaglione, Paolo Roca Rey, Romana Maggiora Vergano, Diana Zagarella.

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