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Alcune persone vivono di assenze: le subiscono, le patiscono, ma anche ci si nutrono, magari inconsapevolmente.

Talvolta ci si abitua talmente tanto all’assenza da finire che questa riempia la vita fino ad essere percepita come una presenza. A quel punto la coscienza quasi si addormenta, come sedata, e si lascia che l’assenza sfumi in qualcosa a cui non ci si preoccupa di dare un nome perché si ha paura di riconoscerla per quello che è.

Spesso, purtroppo, per molti è meglio vivere nell’unione con una persona che fondamentalmente ci è estranea piuttosto che affrontare la solitudine.

Probabilmente è questo che stanno vivendo Matteo e Giulia.

Durante il prologo, ottimamente interpretato da HER, come presenza narrante, allo stesso tempo personificazione dell’assenza che si svela a se stessa come IO che riconosce la propria mancanza e rappresentazione di un procedimento logico e psicologico sano, lo spettatore viene a conoscenza di un precedente matrimonio di Giulia, al quale lei stessa aveva posto fine perché non ci si riconosceva più.

Indossa, HER, un vestitino e, sul viso, una maschera che la fanno somigliare ad una bambola di porcellana. Tra le mani tiene un coltello con cui infierisce su una torta di compleanno. L’abitino da bambola lascerà poi posto ad una giacca da frac indossata sopra a una guepiere.

Attraverso le sue parole scopriamo che Giulia ora è risposata con Matteo e hanno un figlio di sette anni. E’ il suo quarantesimo compleanno e Matteo ha organizzato per lei una festa di compleanno da celebrare loro due soli. Matteo vuole fare un regalo a Giulia: la libertà. Infatti, ha deciso di lasciarla: vuole dirle addio guardandola negli occhi.

La cosa coglie Giulia totalmente impreparata: sbigottita e incredula piange, si arrabbia, lo prega di ripensarci, chiede spiegazioni, lo accusa. Matteo, irremovibile nella sua decisione, cerca di farle capire il proprio punto di vista, a volte dimostrandosi condiscendente, altre deciso, altre ancora manifestando rabbia e frustrazione.

Giulia e Matteo ora parlano, trascinandosi in un conflitto verbale dove finalmente possono dirsi tutto, possono comunicarsi tutte le cose non dette. Ripercorrono la loro relazione non nei fatti che li hanno visti protagonisti, ma negli eventi emotivi, andando avanti e indietro in un percorso psicologico attraverso sentimenti e stati d’animo.

Incontratisi per colmare due solitudini, sono stati sopraffatti dall’abitudine e non sono stati capaci di di reagire di fronte all’evidenza di una stagnazione emotiva che, invece, hanno preferito nascondere a se stessi, forse per la paura di rimanere soli.

In questo accorato conflitto finalmente riconoscono le proprie solitudini, prendendo coscienza della distanza che li ha sempre uniti: accusandosi e rivangando, escono fuori tutte le cose non dette e Matteo e Giulia possono finalmente calarsi in se stessi e conoscersi.

Escono fuori le mancanze e le assenze, personali e reciproche; esce fuori un amore che è prima di tutto per se stessi. Un amore per le cose assenti, che sono quelle di cui alla fine ci accorgiamo di avvertire maggiore mancanza, perché sono quelle che veramente ci necessitano.

In questo processo in cui finalmente Matteo e Giulia buttano fuori tutto il non detto, i due potranno ricominciare: insieme o separati non conta, questo è lasciato alla libera interpretazione dello spettatore. La fine, infatti, riporta in parte all’inizio, che potrebbe sembrare, alla luce di quanto visto, già una coazione a ripetere.

Che ora sia una volta per tutte o che il ciclo possa rigenerarsi, anche questo non è dato sapere; ognuno darà una risposta in base al proprio vissuto.

L’amore per le cose assenti è uno spettacolo emozionante e coinvolgente che costringe l’individuo a confrontarsi non solo con il testo, bellissimo, ma, soprattutto, con se stesso.

Il meraviglioso testo di Luciano Melchionna, infatti, colpisce per realismo e crudezza dei sentimenti, operandone una sezione quasi chirurgica, come dimostra l’enorme cuore che occupa quasi tutta la scena e che all’inizio sembra smettere di pulsare, per ricominciare a far sentire i propri battiti alla fine. Un cuore che batte, che sia per se stessi o per un altro non conta, ma che  ricomincia a pulsare.

Un testo realista e crudo, si diceva, ma che rimane poetico, ossia suggestivo e ispirante.

Lo spettatore è inevitabilmente coinvolto, potendosi immedesimare alternativamente con l’uno o con l’altra dei personaggi, riconoscendosi nelle emozioni, nelle assenze, nelle parole che fanno parte anche del proprio non detto. Un testo che può essere catartico o suggerire, almeno, spunto per cambiare direzione.

La forza del testo viene valorizzata dall’interpretazione accorata, intensa, appassionata e tesa dei due bravissimi attori, Giandomenico Cupaiuolo e Valeria Panepinto che tanto bene sanno attraversare e restituire la dimensione psicologica ed emozionale dei propri personaggi, accompagnati dalle ispirate musiche originali di Stag.

Lo spettacolo termina con un epilogo di cui è sempre protagonista HER, qui col suo violino, che durante lo spettacolo fa delle rapide e brevi incursioni per sottolineare alcuni processi psicologici ed emotivi: nel suo breve monologo invita lo spettatore a smettere di essere un mero osservatore dei fatti altrui, ma di confrontarsi con i temi affrontati e mettersi in discussione in riferimento ad essi.

Coazione a ripetere o ricominciare? A ognuno la propria risposta.

Lamore-per-le-cose-assenti_ETCVT-12 Lamore-per-le-cose-assenti_ETCVT-11 Lamore-per-le-cose-assenti_ETCVT-7 L'amore per le cose assenti_Attilio Cusani 1

L’amore per le cose assenti

di Luciano Melchionna

con Giandomenico Cupaiuolo e Valeria Panepinto

e con la partecipazione di HER

scene Roberto Crea

musiche originali Stag

costumi Milla

assistente alla regia Sara Esposito

regia Luciano Melchionna

produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

Si ringrazia l’ufficio stampa dell’Off/Off Theatre nelle persone di Carla Fabi e Roberta Savona

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