la tragedia del vendicatore 3

la tragedia del vendicatore

Declan Donnellan, dopo una lunga frequentazione, arriva al Piccolo di Milano, tracciandone un’apertura internazionale, per la sua prima produzione in un teatro italiano con attori italiani. Dopo aver lavorato con attori italiani in masterclass internazionali, portando avanti un processo di conoscenza e confidenza artistica, Donnellan porta il frutto di questo lavoro a teatro.

Il testo scelto è quello di Thomas Middleton, La tragedia del vendicatore. Un testo violento, cinicamente lucido e terribilmente affascinante di cui Donnellan ha curato la riduzione drammaturgica ed è regista e Stefano Massini la versione italiana.

I nomi dei personaggi parlano da soli: Vindice, Ambizioso, Lussurioso, Castizia, denunciano immediatamente di essere pezzi di un meccanismo tragicamente inesorabile e perfetto. Con precisione chirurgica, toni estremi, figure esasperate,  labirinti mentali, Donnellan rappresenta un percorso inesorabile verso la distruzione e l’autodistruzione: cieca ambizione, cupidigia, lussuria, tradimento di se stessi.

La storia racconta del desiderio di vendetta di Vindice, la cui promessa sposa Gloriana è stata stuprata e avvelenata dal Duca poco prima delle loro nozze. Il caso vuole che Ippolito, fratello di Vindice, lavori alla Corte del Duca e sia molto vicino al figlio maggiore dello stesso, Lussurioso. È lo stesso Lussurioso a portarsi in casa Vindice, chiedendo a Ippolito di procurargli un individuo losco e viscido per un affare da concludere. Vindice si travestirà da Piato, mettendosi così al servizio di Lussurioso e scoprendo il suo terribile piano: Lussurioso, infatti, vuole per sé la giovane Castizia, che guarda caso è sorella di Vindice e Ippolito. Castizia è una ragazza di sani principi e rigida morale che non ha nessuna intenzione di cedere alle lusinghe di Lussurioso. Vindice, mascherato da Piato mascherato a sua volta da prete, si troverà a cercare di corrompere la propria madre affinché interceda per Lussurioso su Castizia. Sarà talmente bravo da riuscire a corromperne lo spirito.

Nel frattempo a Corte Junior, il figlio minore del Duca, viene processato e condannato per aver stuprato la moglie di un nobile cortigiano. I fratelli Ambizioso e Supervacuo cercheranno di soccorrerlo mentre nel frattempo la Duchessa seduce il figliastro Spurio. Mentre questi due cercheranno di far liberare il fratello minore, Vindice, fuori di sé per il desiderio di Lussurioso e per aver trovato facilità nel corrompere la propria madre, ordisce un piano ingegnoso per creare uno scandalo a corte. Vindice, nelle vesti di Piato, informerà Lussurioso che la Duchessa ha una relazione con il figliastro e lo induce a recarsi nella camera da letto perché i due stanno consumando un rapporto. Quando Lussurioso arriverà nella camera e tenterà di uccidere Spurio, da sotto le coperte si rivelerà il Duca. Questo scatenerà l’ira del Duca che farà incarcerare Lussurioso. Anche se il piano di Vindice era diverso, questo non è per lui un male. Lussurioso rischia la condanna a morte. Nel frattempo i suoi fratelli Ambizioso e Supervacuo cercheranno con parole melliflue nascoste da dolcezza di acuire la rabbia del Duca padre affinché condanni a morte il figlio maggiore. A seguito di una serie di eventi accadrà che ad essere condannato a morte e giustiziato sarà Junior e non Lussurioso il quale tornerà libero. A quel punto Lussurioso chiederà a Ippolito di portargli Piato e ucciderlo perché lo ha tradito. In quel momento Vindice fa il suo ingresso a corte nei panni di se stesso per aiutare il fratello Ippolito nella ricerca di Piato.

Nel frattempo accadono altri tragici eventi: Vindice e Ippolito tornano a casa per punire Graziana, la madre, della propria sete di potere e avrà luogo qui un incontro drammatico e commovente in cui Graziana capirà le proprie colpe e si dispererà per esse, tentando successivamente di convincere la figlia, che nel frattempo aveva  fintamente mutato il suo animo a favore di Lussurioso, di cambiare idea. Allo stesso tempo Vindice e Ippolito, grazie a un trucco crudele e tetro, riescono ad uccidere il Duca avvelenandolo. A quel punto decideranno di utilizzare il cadavere del Duca mascherandolo e facendolo passare per il corpo di Piato, dicendo così a Lussurioso di averlo trovato e uccidendolo davanti ai suoi occhi. Uccideranno un cadavere già morto. Lussurioso, scoprendo che il cadavere è quello del padre, penserà immediatamente che sia stato Piato ad ordire il piano ed uccidere il Duca. A quel punto si insedierà sul trono come nuovo Duca e il suo primo ordine sarà quello di esiliare la Duchessa alla quale volteranno le spalle sia i figli Ambizioso e Supervacuo, che il figliastro amante Spurio.

In quel momento Vindice e Ippolito daranno il via ad una carneficina, un Sabba diabolico in cui tutti uccideranno tutti. Otterranno ciò che desiderano, ma i costi saranno molto più alti di quello che avrebbero potuto immaginare.

È affascinante e avvincente l’intricata serie di avvenimenti proposti da Middleton nella sua opera: una serie di piani, inganni, macchinazioni e tradimenti presentati tutti con drammatica lucidità, tragico cinismo, crudele realismo. Un coinvolgente gioco psicologico attraverso personalità deviate e corrotte tra le quali solo Castizia si salva pur se nella esasperazione del suo atteggiamento verginale.

La resa di Donnellan, sicuramente interessante, non riesce però a dar completamente sfogo ai personaggi che restano intrappolati in macchiette da varietà. Seppur è curiosa la messa in scena appositamente eccentrica e spettacolarizzata, che tanto rimanda al film La grande bellezza a cui già si era rifatto l’odioso Re Lear di Giorgio Barberio Corsetti  con Ennio Fantastichini in scena al Teatro Argentina di Roma, nonostante sia possibile che Donnellan nemmeno ne avesse conoscenza, il risultato è parziale e non del tutto soddisfacente.

Se si vuole uscire dal dramma classico per riportarlo ad una sorta di grande reality è necessario, oltre a mantenere il tessuto narrativo e la drammaticità del testo, cosa che qui accade, avere a disposizione attori formidabili. Una grande pecca qui è la composizione di un cast che presenta enormi dislivelli.

Se Fausto Cabra è un meraviglioso Vindice, animo vendicativo, mente lucida e fredda e abile trasformista e oratore; se Ivan Alovisio stupisce e incuriosisce giocando su corde particolari per il proprio Lussurioso, esasperandone la cupidigia e presentandolo come un uomo ambizioso, ambiguo, lascivo, ma intelligente; se il bravissimo Massimiliano Speziani restituisce un Duca che tanto ricorda un certo Cavaliere, accendendo i colori netti del politico, del dittatore e dell’uomo di spettacolo; se la superba Pia Lanciotti interpreta meravigliosamente il doppio ruolo della Duchessa e di Graziana con tale trasporto e passione, riuscendo a differenziarle talmente tanto per registro, atteggiamenti ed espressioni da poter pensare che siano due eccelse attrici diverse, lo stesso non può dirsi del resto del cast, a volte non all’altezza degli altri, altre volte decisamente debole.

Non funzionano affatto i personaggi di Ambizioso e Suopervacuo interpretati con troppa flemma e senza piglio da David Meden e Christian de Filippo.

Piuttosto decisamente meglio Alessandro Bandini che, seppur in un un ruolo meno presente e poi marginale, restituisce la spavalderia, la sventatezza e la sicumera del suo Junior e poi la disperazione di fronte alla condanna a morte.

Terribilmente inadatta e fastidiosa Marta Malvestiti nei panni di Castizia.

Resta sospeso a mezz’aria Errico Liguori nei panni di Spurio, non tanto per mancanza di capacità, che anzi si avverte e si respira, quanto per avere intorno un vuoto lasciato da altri e forse dalla stessa regia che risulta spesso incompiuta.

Stesso giudizio per Raffaele Esposito nel ruolo di Ippolito: probabilmente non diretto nel modo adatto finisce troppo spesso per sbiadire e rimanere sullo sfondo.

Se, come è, il desiderio di Donnellan è quello di mettere in luce gli elementi che sconfinano nell’horror e nello splatter dei drammaturghi del XVII secolo, elementi comuni a Middleton come a Shakespeare, anche se declinati in maniera differente, se, come è, l’intenzione è quella di porre al centro il desiderio di vendetta e il suo rovescio (poiché punire spesso si risolve nei danneggiare se stessi), è anche vero che questa rappresentazione viene limitata e castrata da interpretazioni fiacche e da una chiave registica che soffrono per incompletezza, non raggiungendo in maniera compiuta  i propri obiettivi.

E ancora, se è vero, come dichiarato da Donnellan che il suo obiettivo è provare a costruire un ponte tra un testo e il pubblico, c’è da dire che questo ponte è incompiuto. Il ponte conduce sempre in due direzioni, mentre qui sembra esserci un senso unico, venendo meno la ricettività da parte del pubblico.

Per interpretare i caratteri distintivi di Middleton, la tragedia della vendetta, la satira, il gioco morale e la macabra danza, è necessario mantenere costantemente un tono elevato e tempi incalzanti. Se si vuole dar luce all’aspetto tragico burlesco della  vicenda, mettendo alla berlina il potere e i potenti, ma anche i vendicatori, è necessario che tutte le forze siano tese allo stesso modo a questa esasperazione, altrimenti si rischia di scadere nel puro gioco, nella parodia.

Così le belle musiche originali di Gianluca Misiti, l’interessante scenografia composta da una lunga parte di legno dalle cui porte scorrevoli escono ed entrano ogni volta i personaggi e le cui aperture svelano di volta in volta scene e ambienti con sullo sfondo famosi dipinti rinascimentali a ricordare la vita di Corte, ma anche a creare contrasto tra la bellezza artistica e la tragicità umana della corte, tra spirituale e materiale, tra l’ideale di una vita artistica e la drammaticità della vicenda rappresentata, non riescono a colmare quel senso di incompiutezza né ad accorciare la distanza tra spettatore e attore, tra ciò che viene rappresentato e il modo in cui questa rappresentazione viene recepita e fruita dal pubblico.

La tragedia del vendicatore

di Thomas Middleton
versione italiana Stefano Massini
con Ivan Alovisio, Alessandro Bandini, Marco Brinzi, Fausto Cabra, Martin Ilunga Chishimba, Christian Di Filippo, Raffaele Esposito, Ruggero Franceschini, Pia Lanciotti, Errico Liguori, Marta Malvestiti, David Meden, Massimiliano Speziani, Beatrice Vecchione
scene e costumi Nick Ormerod
luci Judith Greenwood, Claudio De Pace
musiche Gianluca Misiti
drammaturgia e regia Declan Donnellan
produzione Piccolo Teatro di Milano, ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione
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