merda

La Merda: un grido di rivolta per una catarsi incompiuta

Auditorium Parco della Musi

23 marzo 2018

La Merda, “l’opera che ha scioccato e meravigliato il pubblico e la critica al Fringe Festival di Edimburgo nel 2012” ha registrato a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, il 22 marzo 2018, la sua cinquecentesima replica.

Lo spettacolo di Cristian Ceresoli, interpretato da Silvia Gallerano è una produzione Frida Kalho Productions con Richard Jordan Productions in collaborazione con Summerhall (Edinburgh) e Teatro Valle Occupato (Roma) e ha vinto numerosi riconoscimenti: Edinburgh Fringe First Award 2012 for Writing Excellence (Cristian Ceresoli è stato il primo autore italiano a ricevere questo premio); The Stage Award 2012 for Acting Excellence (Silvia Galleranno è la prima attrice italiana a ottenere questo riconoscimento); Arches Brick Award 2012 for Emerging Art; Total Theatre Award 2012 for Innovation Nomination; Premio della Critica 2012 Miglior Spettacolo; Edinburgh Fringe Sell-out Show 2012 e 2013.

Un successo internazionale ha accompagnato questo spettacolo nei suoi sei anni di messa in scena, con continui “tutto esaurito”.

La Merda viene presentato come “un poetico flusso di coscienza nel quale si scatena la bulimica e rivoltante confidenza pubblica di una “giovane” donna “brutta” che tenta con ostinazione, resistenza e coraggio, di aprirsi un varco nella società delle Cosce e delle Libertà” ed è realmente così.

E’ realmente uno fragoroso movimento dal dentro al fuori in cui le parole escono potenti come zampilli di petrolio, perché “sporche” e pesanti, eppure preziose se le si sa lavorare attraverso un lavoro di raffinazione che può essere solo individuale.

Sul palco una donna accovacciata su un piedistallo, su una pedana come quelle su cui stanno i leoni nel circo: in vista, ma a distanza di sicurezza, senza gabbie, se non quelle mentali degli spettatori. Nuda, con le sue morbide forme in vista, due codini in testa e un rossetto rosso acceso. In mano tiene un microfono e all’ingresso del pubblico in sala mugugna e fa smorfie, come un animale che ha consapevolezza del suo essere in gabbia. Accenna con suoni a volte cupi, altre striduli, un inno nazionale distorto.

Poi comincia il proprio sfogo di donna bassa e morbida, non grassa, che cerca un posto nella società, che rivendica una posizione che vuole sua, che sente appartenerle. Dà voce al proprio flusso interiore tra racconti e ricordi, dando a volte voce ad altri personaggi, che si impossessano repentinamente e ferocemente del suo corpo e della sua voce, attraverso caratterizzazioni specifiche e modulazioni caratteristiche che vanno dal tono acuto al grave e che tratteggiano rapidamente questi personaggi.

Nella sua sequenza di parole e suoni, la donna manifesta tutta la propria insoddisfazione e la rabbia di essere inadeguata, rivendicando per sé un momento di affermazione, una posizione in cui possa sentirsi accettata e a cui possa sentire di appartenere tutta.

E’ decisa a farcela, ad agire per farsi la propria vita e a non rimanere spettatrice di un’esistenza che passa scolorita.

Anche se piccola e con le cosce grosse, sa che può farcela: lei vuole farcela, lei deve farcela. E’ convinta che con il sacrificio e l’impegno lei possa diventare finalmente libera.

In questo flusso, parole, smorfie, gemiti, mugugni e ricordi creano immagini di un mondo fatto di incomprensione e solitudine, isolamento e abbrutimento, sottomissione e infelicità a cui la donna cerca di sottrarsi e riabilitarsi attraverso un’affermazione della propria individualità e delle proprie capacità.

E’ un percorso, non facile e ricco di ostacoli: è necessario alimentarsi di tutto ciò che il mondo ci presenta come necessario per farlo proprio, trasformandolo dal di dentro, elaborandolo per poi defecarlo, ributtarlo fuori in tutta la sua deprecabilità, rifiutando tutto ciò che è ingiusto e crudele.

Ingoiare, elaborare, defecare: mangiare la “merda” che il mondo ti impone, con le sue immagini stereotipate di bellezza, per restituire la sua “merda” allo stesso mondo al quale è costretta ad omologarsi.

Il testo di Cristian Ceresoli è indubbiamente molto bello. Il linguaggio è crudo, fortemente realistico, senza vie di mezzo. E’ molto ben scritto, una partitura quasi melodica che crea immagini che passano con disinvoltura tra un quadro e l’altro.

Silvia Gallerano è certamente un’attrice eccezionale. Possiede una tecnica recitativa formidabile ed una carica emozionale potente e coinvolgente. Nei suoi passaggi dall’ingenuità quasi adolescenziale a quel suo vomitare al mondo la rabbia e la frustrazione di donna offesa, denigrata ed esclusa, fa utilizzo di diversi registri vocali, così come quando dà voce alle incursioni degli altri personaggi, suoni e voci escono da lei come provenissero da altrove. Una potenza verbale ed espressiva che fanno completamente dimenticare che lei sia lì nuda: le parole la vestono.

Eppure alla fine resta una sensazione di vago, di indefinito: è come se le parole partissero potenti dal palco per arrivare alla platea già più deboli e scolorirsi poco dopo. Non c’è liberazione, non si avverte quel processo di immedesimazione che porta alla catarsi. Sembra restare solo un grido di dolore, un’opposizione solo ideale non supportata dalla forza di agire e cambiare. Resta piuttosto la grande umanità di questa donna, sola e disperata, che lancia un grido che ascoltato, viene subito dimenticato. Esattamente come in questo nostro Paese in cui tutti si lamentano, ma nessuno agisce per cambiare le cose.

Anche il testo, per quanto ottimamente scritto e significativo, non costituisce un’ eccezionalità, ma si attesta tra i vari altri testi di opposizione civile.

Fanno pensare i tanti e fragorosi applausi finali, meritati sicuramente per l’ottima fattura del testo e la formidabile interpretazione, ma eccessivi. Forse la spinta mediatica che questo spettacolo ha avuto ha influenzato la reazione del pubblico o forse l’applauso serve a rafforzare una distanza tra lo spettatore e la situazione rappresentata, quasi  un gesto di pietà nei confronti di quella donna (il personaggio, non l’attrice sia chiaro) che alla fine sembra soccombere. Come se l’applauso, così forte e prolungato, sia una forma di estraniamento attraverso il quale lo spettatore, tributando onore a chi è dall’altra parte, voglia allo stesso tempo sottolineare di non essere egli stesso in quella merda fino al collo.

 

Silvia Gallerano in

La Merda

di Cristian Ceresoli

una produzione Frida Kalho Productions con Richard Jordan Productions in collaborazione con Summerhall (Edinburgh) e Teatro Valle Occupato (Roma)