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la cucina

Sarà in scena fino al 20 maggio al Teatro Eliseo il bellissimo spettacolo di Arnold Wesker, La cucina, con la regia di Valerio Binasco, nell’ottima versione italiana di Alessandra Serra.

La cucina di un grande ristorante con duemila coperti, dove il cibo fa schifo eppure la gente torna a mangiare. Il proprietario è un uomo grasso e unto, interessato solo al profitto.

Lo spettatore ha modo di ammirare, sin da quando prende posto in sala a sipario aperto, la bellissima scenografia di Guido Fiorato curata e ricca di particolari: centrali e distribuiti per tutta la lunghezza, ci sono i piani di lavoro, con uno spazio sottostante su cui poggiare pentole, teglie e accessori vari. A sinistra c’è l’ingresso per la sala ristorante, a destra il posto dove sono conservate le bevande. Poi qualche sedia, una carrello da supermercato pieno di attrezzeria da mettere in ordine. Centrale sul fondo, il luogo deputato al lavaggio, da cui esce sempre vapore. Dietro a tutto si erge un’alta parete simile ad una costruzione industriale nella quale sono inserite tre porte: una è quella di servizio per la quale si accede dalla strada; un’altra porta ad una scala interna da cui si sale per gli spogliatoi a vista, dietro vetrate da cui spuntano ambienti ingombri; l’ultima conduce al bagno di servizio.

Lentamente arriva il personale: c’è chi è triste, chi annoiato, chi assonnato. Piano piano, tra un caffè, una chiacchiera, un saluto a mezza bocca e una parola buttata male, tutti si animano e la cucina prende a vivere. Il maitre, il secondo maitre, il primo chef, gli chef capi partita, le cameriere e i facchini di cucina cominciano a prepararsi per il servizio. Ognuno ha il proprio compito che non sempre è gradito: gli chef capi partita si spartiscono la preparazione dei primi, dei secondi e dei dolci; poi c’è chi si occupa del taglio dei vari tipi di carne; chi deve accogliere la clientela in sala e accompagnarla al tavolo, chi deve pensare alle tovaglie, chi alle stoviglie, chi tagliare la frutta, chi sbucciare le patate. Il tempo scorre mentre il fermento sale.

Sono uomini e donne dalle origini più diverse e di differente religione: italiani provenienti da ogni parte, tedeschi, slavi, turchi/marocchini.

Tante ore trascorse lì dentro, con un ritmo frenetico, sempre sotto pressione: ognuno porta il proprio bagaglio di ansie, paure, frustrazioni, insuccessi. E’ un microcosmo in cui storie e vite si intrecciano ed è facile che gli animi si stanchino, abbattuti da una vita che è sempre la stessa e non sembra offrire nulla. Forse, però, ci si abitua a tutto.

Questo microcosmo è specchio della società, del mondo intero, in ogni ambito e settore. Fortunatamente riserva anche bei momenti e parentesi significative: gli individui si conoscono, si relazionano, stringono alleanze, lavorano in squadra, anche se non hanno il tempo per comprendersi. Nonostante le differenze e le enormi difficoltà che degenerano spesso in scontri verbali e approcci fisici violenti, anzi proprio attraverso di esse, si parla di convivenza tra vicini e tra esseri umani in generale, di solidarietà, di tolleranza e delle relazioni tra gli uomini. Si parla anche di sogni.

In cucina, come nella vita, dopo tante chiacchiere, tante lamentele, tanti borbottii e sfoghi, alla fine è plausibile che qualcuno scoppi, che ci si senta sconfitti, in modo drammatico e irrecuperabile. Qualcuno sarà più forte, qualcun altro cederà, ma la parola che non ti aspetti, la lezione vera, arriva da chi è sempre stato al suo posto, timido, titubante, all’apparenza indifeso, impaurito, che con poche e decise parole e con coraggio dice le cose come stanno mettendo gli altri di fronte a se stessi.

La storia si svolge in una Londra della fine degli anni ’50 e la cucina sta a rappresentare ciò che la fabbrica ha significato sociologicamente per decenni, sin dalla rivoluzione industriale del 1870: un lavoro alienante dettato da un capitalismo ormai radicato che imponeva “una corsa agli armamenti”, una produzione di massa sempre più forte, con ritmi sempre più sostenuti, riducendo il lavoratore a mero pezzo di una catena di montaggio. Così Marango è il capitalista di turno e la cucina è la fabbrica che opprime il lavoratore. Anche la scenografia, come detto sopra, richiama, nella struttura della parete di fondo, un impianto industriale. I lavoratori sono gli operai che costituiscono la catena di montaggio. La cucina è quel posto che li opprime, ma che allo stesso tempo gli dà da sopravvivere e dal quale non riescono a staccarsi: ” Ce ne dovremmo andare tutti”, dice uno; “Sì, ma dove” risponde un altro.

Sono consapevoli tutti che il sistema non potrà cambiare e che, passati loro, ce ne saranno altri: “questa cucina è più forte di tutti noi. Noi ce ne andremo, lei resterà”.

Oggi il lavoro nelle cucine, anche in quelle più grandi, non è così, ma la necessità di lavorare sempre di più, i tempi stretti, le corse, gli affanni, i sacrifici sono simili, come lo sono le preoccupazioni, le ansie, le paure, come lo è la violenza che si genera in una convivenza forzata tra individui che non hanno intenzione di essere solidali, ma si fanno la guerra per invidia o per paura o in nome di chissà quale ideale politico o religioso.

L’allestimento è bellissimo. Il cast è composto da attori e attrici straordinari dotati di grandissima energia e potenza espressiva. La scena è sempre piena: ognuno la occupa in ogni posizione e prospettiva. I movimenti sono meravigliosamente coordinati, assolutamente non meccanici, ma realistici e naturali. Coreograficamente, la scena più bella e difficile è quella in cui il servizio è all’apice della sua confusione: cameriere che vanno e vengono lasciando ordini e recuperando portate, capi partita che si affannano tra le padelle, gente che ruota loro intorno. La scena ha il proprio climax in un rallenty di grande potenza espressiva che conclude il primo atto.

Emotivamente lo spettacolo è davvero intenso: nelle storie che racconta, nei vissuti che presenta, nelle azioni e nelle parole dei personaggi, ognuno in balia di sogni e aspirazioni, molti già delusi e affranti dalla vita, alcuni rassegnati.

Una menzione particolare va fatta per i colori che Aldo Ottobrino ed Elisabetta Mazzullo hanno saputo dare ai propri personaggi, Peter e Monique, amanti in continuo contrasto, dipendenti psicologicamente l’uno dall’altra e viceversa, personaggi di grande drammaticità.

Va promossa a pieni voti e lodata la regia di Valerio Binasco, che ha saputo delineare tracce e traiettorie, riuscendo a dare spazio e vita ad ogni personaggio e a far parlare ogni oggetto, a mettere in luce ogni gesto o particolare creando un intreccio di vite intenso ed emozionante basato su un ritmo forte e deciso. Perfettamente aderenti i costumi di Sandra Cardini; ottimamente mirato il disegno luci di Pasquale Mari e decisamente azzeccate le musiche di Arturo Annecchino.

La cucina è uno spettacolo corale di grande impatto visivo ed emotivo; racconta lo spaccato di una società passata in cui, però, possiamo riconoscerci ancora oggi. Intreccia storie di grande umanità e dolore, ma è anche una commedia che riserva momenti di risate. Il ritmo è sempre alto e serrato, tutto funziona benissimo, ogni ingranaggio lavora con l’altro. Ogni individualità è potente nella propria singolarità, ma si esprime al massimo nel rapporto con l’altro; ogni particolare è suggestivo e contribuisce alla creazione di un universale ironico, drammatico e coinvolgente.

La cucina

di Arnold Wesker

regia Valerio BInasco

versione italiana di Alessandra Serra

con Massimo Cagnina, Andrea Di Casa, Elena Gigliotti, Elisabetta Mazzullo, Aldo Ottobrino, Nicola Pannelli, Franco Ravera

e con Francesca Agostini, Emmanuele Aita, Lucio De Francesco, Giulio Della Monica, Alexander Perotto, AlephViola, Ivan Zerbinati, Antonio Bannò, Giuseppe De Domenico, Noemi Esposito, Giordana Faggiano, Isabella Giacobbe, Martina Limonta, Giulio Mezza, Duilio Paciello, Alessandro Pizzuto, Kabir Tavani

scene Guido Fiorato

costumi Sandra Cardini

luci Pasquale Mari

regista assistente Simone Luglio

Musiche Arturo Annecchino

Si ringrazia l’ufficio stampa del Teatro Eliseo nella persona di Maria Letizia Maffei

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