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Ho conosciuto Dario Costa e Sofia Bolognini in occasione della prima di RomeoeGiulio presso il Teatro Abarico di Roma a gennaio di quest’anno e sono entrato subito in contatto col mondo performativo e sperimentale e con la metodologia bologninicosta rimanendo piacevolmente colpito e coinvolto.

Pur non rientrando in un genere di teatro a me particolarmente vicino, ho apprezzato molto il lavoro fatto e portato in scena con RomeoeGiulio, un’opera compiuta e completa, misurata ed equilibrata in tutti i suoi elementi, forti e travolgenti, in cui è evidente la collaborazione e l’interazione di tutti a più livelli: autore, regista, attori e compositore musicale e per la recensione della quale vi rimando al link riportato nel titolo.

bologninicosta è una produzione che si occupa di arti performative. È un progetto di ricerca sociale e artistica attraverso la contaminazione tra pratiche diverse: comunicazione, teatro, danza, sperimentazione sonora.

La sua metodologia si prefigge di trovare modi diversi di agire il teatro attraverso una sperimentazione continua e un processo creativo di cui l’attore è artefice per mezzo di un lavoro di preparazione basato sull’improvvisazione in postazioni limitate nello spazio.

Gli attori vengono così coinvolti in un percorso di partecipazione attiva che comprende voce, corpo, ascolto di se stessi e dell’altro, mentre l’esecutore musicale elabora contestualmente una partitura elettronica che diviene essa stessa drammaturgia.

Forti del grande riscontro di pubblico avuto con RomeoeGiulio e dei numerosi premi e riconoscimenti anche internazionali ricevuti, la “ditta” bologninicosta ha portato a Roma, al Teatro Testaccio, un nuovo lavoro, che ha debuttato a maggio a Badolato (CZ).

Questa volta il testo non è di Sofia Bolognini, che ne cura però la regia, ma di un’altra giovanissima autrice e attrice, Alessandra Cimino che ha trovato in bologninicosta terreno fertile in cui dar vita al suo studio performativo dal titolo La Cattività.

In scena la stessa Alessandra Cimino che con Giorgia Narcisi viene diretta da Sofia Bolognini e con Dario Costa come Live Sound Stage Performer.

La Cattività è uno sfogo, un urlo di dolore tragico che attraverso il racconto di una sofferenza violenta e intima cerca la sua catarsi.

In un ambiente freddo dall’aspetto post apocalittico, accompagnato da una musica elettronica che ricorda il rumore di computer di bordo di un’astronave rimodulando suoni primitivi che riportano a qualcosa di primordiale, due esseri, umani o robot, automi in cerca di affermazione della propria coscienza, si scontrano e confrontano in un rapporto drammaticamente conflittuale quale può essere quello tra madre e figlia.

Alimentate da cordoni ombelicali carichi di veleno, raccontano un dramma esistenziale in cui esseri già nati tornano allo stato embrionale per poter rinascere nuovi e rigenerati.

Odio, rancore, attrazione e repulsione, nostalgia e rimorso, unione e scontro fisici, distanze e paura sono sentimenti pesanti che tonfano come pietre sul cemento.

Nonostante tutto questo materiale e, forse, proprio a causa del troppo materiale, La Cattività è un lavoro che mi ha lasciato delle perplessità. Non perché, come qualcuna ha voluto farmi notare, io non abbia vissuto un rapporto così drammaticamente conflittuale, ma per caratteristiche strutturali e stilistiche ben precise.

Ritengo, infatti, che anche laddove non ci sia un’esperienza personale a cui fare riferimento, uno spettacolo, se fatto bene, debba smuovere comunque delle corde.

In questo caso, apprezzando e stimando l’impegno e la metodologia di bologninicosta credo che possano essere utili alcune osservazioni.

L’impressione iniziale è stata subito quella di un allestimento precipitoso, non curato a sufficienza. Lo spazio scelto per la rappresentazione ha nuociuto alla stessa per due motivi: primo, La Cattività non è uno spettacolo, ma la presentazione di uno studio performativo, un percorso non concluso e ancora aperto e suscettibile di ulteriori trasformazioni. In questo senso, presentarlo in un teatro non è stata la scelta giusta.

In secondo luogo, la sala era completamente inadatta: uno spazio angusto e scuro in cui scena e narrazione, già di per sé cupe e gravi sono diventate ancora più soffocanti perché costrette entro limiti troppo stretti.

La Cattività è un lavoro che avrebbe bisogno di luoghi diversi e alternativi di rappresentazione; spazi  più ampi, anche di poco e anticonvenzionali: capannoni industriali, officine, garage. Non si tratta solo di spazio scenico, ma è una necessità dettata dall’esigenza di dare agilità ai movimenti e aria alle parole.

In questo studio, infatti, fondamentale e preponderante è l’uso che le due attrici, brave, fanno dei corpi; c’è una fisicità molto forte, con movimenti, contrazioni, salti e prese che richiedono maggiore ampiezza sia per chi li agisce che per chi assiste.

Anche il linguaggio, articolato su forme espressive rapide e concitate, frasi che passano velocemente dall’una all’altra delle attrici, accavallandosi e incrociandosi, necessita di maggior respiro, di spazio vitale che consenta alla parola di muoversi da un punto all’atro.

A proposito del testo ho da dire alcune cose. Dimostra sicuramente una cultura e padronanza della materia letteraria e teatrale da parte dell’autrice, che utilizza riferimenti importanti inseriti con gusto e riadattati in funzione del proprio messaggio senza però snaturarli dal senso originario. Allo stesso tempo, però, ho avvertito una ridondanza eccessiva di concetti che vengono ripetuti rimanendo fini a se stessi senza svilupparsi in concetti nuovi.

Una sorta di circolarità, di chiusura semantica, in cui il lemma resta legato ad una parola senza rinnovarsi in una definizione nuova.

Questo crea un dislivello tra il messaggio forte, che colpisce allo stomaco e il linguaggio non altrettanto efficace con cui questo messaggio viene veicolato.

La Cattività resta, comunque, una prova importante per una ragazza di 21 anni che ha già così tante cose da dire e che le dice in un modo così particolare e originale, mettendosi completamente a nudo, svelando l’anima.

Mentre assistevo allo spettacolo pensavo che forse il testo avrebbe avuto più presa, fatte salve le correzioni di cui sopra, se fosse stato proposto come un soliloquio, un delirio follemente lucido di una sola anima, lasciando il ruolo “altro” all’immaginazione, magari attraverso giochi di ombre o ad altri tipi di suggestioni.

Infine, e qui me la gioco, non essendo a conoscenza del processo creativo di Alessandra Cimino e rischiando quindi di non interpretare correttamente le sue intenzioni, mi permetto solo di suggerire che, a volte, il dolore sussurrato e accennato fa più male.

 

LA CATTIVITA’

di Alessandra Cimino

con Alessandra Cimino, Giorgia Narcisi

live sound stage performer: Dario Costa

regia: Sofia Bolognini

 

La foto di copertina è di Guido Giglio

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