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La bastarda di Istanbul è uno spettacolo affascinante, coinvolgente e anomalo. Non è propriamente una rappresentazione teatrale in senso stretto, quanto, piuttosto, la narrazione recitata di un racconto.

Attraverso la storia di due famiglie, tratta di temi importantissimi e cruciali per ogni individuo, che travalicano la sfera del personalismo per farsi universali. E’ un viaggio alla ricerca delle radici non solo di un individuo o di una famiglia, ma di tutto un popolo, anzi, in questo caso, di due popoli. Una ricerca necessaria e ineludibile: è solo attraverso la consapevolezza delle proprie origini che l’uomo può affermare, prima di tutto di fronte a se stesso, la propria individualità, rispondendo a un bisogno inconscio e primordiale di appartenenza.

La bastarda di Istanbul affronta un tema scottante e sempre attuale quale quello della divisione storica tra turchi e armeni che sfociò nel genocidio armeno compiuto dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916.

Attraverso le vicende e i racconti di una famiglia si ripercorrono gli effetti del conflitto turco-armeno adottando il punto di vista di entrambi i popoli alla ricerca non di una verità che sia più forte di un’altra, ma di una identità che sia dell’individuo, ma anche di un popolo.

La storia è tratta dal libro best-seller di Elif Shafak e racconta la storia della famiglia Kazanci, un clan sociale in cui vige, per forza di cose, il matriarcato: sette donne e un unico uomo. Petite Ma, la nonna; Gulsum, la madre; Banu, Cevriye, Feride, Zeliha, le figlie; Asya, la figlia di Zeliha, concepita fuori del vincolo coniugale, quindi considerata “la bastarda” di cui nessuno, tranne la madre Zeliha, conosce il padre. Un solo uomo: Mustafa, unico figlio in mezzo a tante donne, viziato e reso insicuro da un amore oppressivo. Un giorno, per sfuggire ad una tragica coincidenza che ha visto nei decenni tutti gli uomini di casa Kazanci morire giovani e improvvisamente, Mustafa viene mandato a studiare in America. Qui conoscerà e sposerà Rose, una donna americana sposata poi separata da un armeno da cui ha avuto una figlia, Armanoush (Amy) Tchakhmakhchian. Quest’ultima, non riuscendo a trovare una propria identità, divisa tra il suo sentirsi armena, ma essere anche americana, deciderà di intraprendere di nascosto un viaggio verso la Turchia, chiedendo ospitalità proprio alla famiglia di Mustafa.

Improvvisamente, persone che fino ad allora non sapevano dell’esistenza l’una dell’altra, vite e destini che fino ad allora sembravano lontani e inconciliabili si incontrano e si annodano in un percorso che, tornando indietro nel tempo, svelerà la storia della famiglia intrecciandosi tragicamente col genocidio armeno e portando alla luce un terribile segreto conservato per lungo tempo.

La bastarda di Istanbul è un racconto collettivo che, attraverso la narrazione di vite individuali, traccia la saga non solo di due famiglie, ma di due popoli.

Il destino, gli eventi della vita hanno un proprio moto che può essere rallentato od ostacolato, ma che alla fine trova il modo di compiersi, portando le persone a fare dei giri immensi per poi ritrovarsi al punto di origine a fare i conti con il proprio passato e con le conseguenze delle proprie azioni.

Ogni personaggio racconta la propria storia e ogni storia prima o poi si chiude: storie di famiglie intrecciate da generazioni e per generazioni nel flusso di una vita che scorre piena di coincidenze, a ricordare, quasi ammonire, che il passato non finisce mai, ma continua nel presente.

Ecco forse il motivo per il quale è stato scelto di far parlare ogni personaggio in terza persona: ogni individuo ha una storia da raccontare. I personaggi si raccontano e nella narrazione della propria vita raccontano una storia che a suo tempo è la storia di due popoli, di due civiltà.

Una storia di odio e di amore, di soprusi e rivendicazioni, di rancore e di abusi, di incomprensione e di astio. Una storia dalle cui basi si deve partire per costruire un futuro nuovo e di libertà per tutti. Alla luce di tutto questo i vari personaggi non sono solo maschere, ma rappresentano qualcosa di più profondo, divenendo paradigmi di modi di essere e di pensare.

Gulsum, la madre, decisamente dura, ultra tradizionalista, sposa contadina dell’unico erede di una dinastia luminosa e tragica, donna che non ha mai ricevuto amore e che è invecchiata di colpo, rappresenta la strettissima aderenza alle proprie radici e la cieca osservanza delle tradizioni.

Cevriye, la secondogenita, indurita dalla vedovanza, insegnante di storia, rappresenta la Storia da un punto di vista puramente cronachistico, privo dell’interpretazione dei fatti e di critica.

Banu, al contrario. la primogenita, quella che visse nell’isolamento per poi autonominarsi veggente,  rappresenta l’apertura al futuro, il tentativo di cambiare, la possibilità.

Feride, la terza sorella, la più esperta in pratiche mediche perché le sono state diagnosticate otto diverse malattie strane (maniaco-depressiva, ossessiva-compulsiva, schizofrenica ebefrenica) è la follia intesa come libertà, la fuga.

Zeliha, l’ultima figlia, con un debole per i vestiti succinti e gli accessori appariscenti, nel suo essere ribelle sostiene il contrasto, l’opposizione, affermando l’esistenza di una realtà altra che possa essere più vicina al sentire personale e non imposta dalla cultura di appartenenza.

Mustafa, unico maschio della famiglia, il bene prezioso, viziato, arrogante e asociale, è il padrone, ma è anche la colpa che cerca di nascondersi e di dimenticare se stessa.

Il futuro può essere solo nei giovani, in questo caso Asya e Amy, capaci di rileggere il passato e vivere il presente con nuova consapevolezza, forti di nuovi valori ed una visione più aperta per poter costruire un futuro che comprenda tutti senza differenze.

La bastarda di Istanbul è una storia difficile nei singoli passaggi, ma ben intellegibile nel suo significato universale: si parla del bene e del male e si riflette sull’eccesso del sentimento nazionalista e culturale che spinge anche a interpretare in modo differente i fatti storici di tutta l’umanità, aprendo alla necessità di superare le antiche divisioni sapendo rileggere la storia in una visione globale che comprenda tutti i punti di vista, ammettendo e accettando le colpe di tutte le parti in causa e senza perdersi in inutili filosofismi.

In scena meravigliosi personaggi femminili interpretati da appassionate attrici, tra cui spiccano Serra Yilmaz (Banu),  testimone vivente della fecondità del dialogo interculturale, e Valentina Chico  (Zeliha) per passione e ardore interpretativo.

Bravissime comunque tutte quante, Marcella Ermini (Gulsum); Fiorella Sciarretta (Cevriye); Monica Bauco, che dà colore allo stravagante personaggio di Feride e carica a quello di Rose; Elisa Vitiello (Amy); e molto bene, Diletta Oculisti nel ruolo di Asya. Tra tutte queste donne si destreggia l’unico uomo, Riccardo Naldini.

La scenografia è quasi tutta video proiettata, salvo per cinque sedie, un enorme baule nella prima scena, una tavolo apparecchiato e un divano. Sulle video-scenografie di Giuseppe Ragazzini scorrono disegni animati di una Istanbul in espansione, oppure l’immagine di una stanza con carta da parati alle pareti, un enorme tappeto a terra e due finestre sulla parete di fondo, o ancora altre scene che richiamano spostamenti o ricordano il tempo che passa.

A completamento due grandi pannelli rotolano dai lati per le proiezioni di altri particolari.

Per lo meno curiosa la descrizione del caffè Kundera a Istanbul, ritrovo di intellettuali, luogo in cui scambiarsi liberamente le idee, parlando di politica, religione, poesia e filosofia. Bellissimi i personaggi buffamente rappresentati nelle video proiezioni, forse proprio per non volerli prendere sul serio: il fumettista dipsomane, lo sceneggiatore non-nazionalista di film ultranazionalisti, il cronista mondano criptogay e il poeta eccezionalmente privo di talento, paradigmatici di una elite culturale che ama teorizzare, ma che poi non agisce concretamente.

La bastarda di Istanbul è un viaggio nella storia e nella civiltà di due popoli nel tentativo di ricercare una verità che possa essere condivisa da tutti, ma, soprattutto, è sembrato un tentativo di riconciliazione dell’individuo con se stesso, prima, con la collettività intera, poi e un ponte per la riappacificazione tra due popoli storicamente e tragicamente divisi.

Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi

presentano

La bastarda di Istanbul

riduzione e regia di Angelo Savelli

con Serra Yilmaz, Valentina, Chico, Riccardo Naldini, Monica Bauco, Marcella Ermini, Fiorella Sciarretta, Diletta Oculisti, Elisa Vitiello

video-scenografie di Giuseppe Ragazzini

costumi Serena Sarti – luci Alfredo Piras – elementi scenici Tuttascena

Si ringrazia l’ufficio stampa del Teatro Sala Umberto nelle persone di Silvia Signorelli e Monica Menna

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