iosonoilvento

 

Io sono il vento

Di Jon Fosse

Adattamento, regia e scene Alessandro Greco.

Con Giulio Maria Corso ed Eugenio Papalia.

Al Teatro India, nel progetto di presentazione del Trittico di Jon Fosse, è andato in scena Io sono il vento, un dialogo interiore sulla vita e sulla morte che parla alle identità di tutti.

Due uomini navigano su una barca in mezzo al mare, senza una meta precisa, un viaggio verso l’ignoto.

Non è dato sapere quale sia il rapporto che li leghi, se siano padre e figlio, o due amici, oppure due sconosciuti o se sia il colloquio di un uomo con la propria coscienza.

Due uomini, due anime sole sperdute in un luogo della memoria dove le cose accadute vengono raccontate come se accadessero ora, alla ricerca di una motivazione, una spiegazione che possa dare senso non solo all’evento in sé, ma alla vita stessa.

Un dialogo che è più comunicazione interiore che conversazione; una disamina delle ragioni che portano un uomo a compiere un gesto che non è solo suo, ma avrà necessariamente conseguenze sulla vita di qualcun altro.

Una barca che è un luogo metafisico, un non luogo che nega la sua presenza nel momento in cui pretende di confermarla, che naviga in quel mare oscuro che è la vita stessa nella sua parte più profonda e nascosta all’animo umano.

Un dialogo solipsistico sulla solitudine, sulla paura della solitudine stessa, sulla paura della paura che avvolge l’anima talmente in profondità da affascinarla: una paura che respinge e attrae allo stesso tempo, proprio come il mare aperto affascina, attira, ma anche fa paura.

Giulio Maria Corso interpreta l’uno, l’uomo solo che odia il rumore, ma ha paura della solitudine, perché nella solitudine si pensa, si parla con se stessi e si realizza quanto si possa essere profondamente disperati; l’uomo continuamente in bilico tra il volere e la nolontà, la presenza e l’assenza, attratto da ciò che gli fa paura.

Eugenio Papalia è l’altro, è la voce che cerca di capire, che interroga e tenta di interpretare le parole dell’uno cercandone il senso; è l’elemento che tenta di trattenere la realtà (dei due, solo lui tocca fisicamente terra).

Quando l’uno afferma la propria nullità, tuffandosi in un nichilismo dell’anima, l’altro è pronto a fargli capire che lui è qualcosa.

Quando le parole diventano pesanti per l’uno, come pietre che stanno là, ferme, in fondo al mare, l’altro sta lì tentando di fargli capire che le parole sono rappresentazione e possono essere altro, che quelle pietre pesanti possono essere utilizzate per costruire qualcosa, come le parole formano le frasi.

Due uomini, due persone in fondo sconosciute l’una all’altra, ma soprattutto a se stesse; o forse no, forse un solo uomo: “Immaginato tutto è immaginato, ma noi non ci conosciamo, ma voglio raccontarti qualcosa…”; una barca in mezzo al mare, sbattuta dal vento, un viaggio verso l’ignoto, un viaggio che si svolge ora, ma che è già successo, un viaggio che viene raccontato da chi è sopravvissuto, sopravvissuto a se stesso, alla paura, resistendo al fascino del mare calmo che tutto inghiotte.

Io sono il vento scende nell’animo umano, nella parte oscura, quella in cui la coscienza lotta, consapevole o meno, con la ragione, laddove l’essere è anche il non essere, dove ciò che ci fa tremare ci affascina anche, dove la paura domina incontrastata, la paura di fare, la paura di essere, la paura di vivere: “io sono un muro di cemento che si crepa…no io sono la crepa…ho sempre avuto paura che accadesse, poi è successo, è semplicemente successo e adesso non ci sono più…sapevo sarebbe successo ed è accaduto…sono andato via e non ho più paura, sono come il vento, non sono più pesante…sono andato via, sono come il vento, Io sono il vento.”

Giulio Corso ed Eugenio Papalia affrontano con successo un’impegnativa prova con se stessi e col testo prima che col pubblico trasferendo su di esso tutta l’ansia, la paura, la solitudine di questi personaggi dai contorni sfumati, i cui profili si allargano fino a coinvolgerti, ad arrivare lì davanti allo spettatore mettendolo di fronte a se stesso, alla propria solitudine, diversa per ognuno, alle proprie paure.

Un testo difficile, da recitare e da cogliere, ma ben rappresentato, fortemente vissuto, intensamente trasmesso. Grande pregio di questi due bravissimi attori, tra le altre cose, una dizione e una scansione della parola che hanno agevolato la comprensione di un testo impegnativo, profondo, da interpretare e da vivere. Le parole e i pensieri arrivavano diretti, nudi, immediatamente fruibili.

Una regia intensa, attenta, precisa.

L’unico appunto che mi sento di fare, semplicemente imputabile ad una scelta di gusto personale, è che, avrei operato una scelta registica diversa nel momento in cui la scena è all’acme, in cui il pathos è maggiore, l’ansia e la disperazione esplodono. Avrei montato la scena in movimento facendo rappresentare al corpo ciò che la voce dice, urla, creando quel dinamismo che avrebbe rotto con la calma (apparente) precedente e avrebbe creato contrasto con l’altro elemento in scena in posizione statica; ma, ripeto, si tratta solo di una scelta stilistica personale.

FacebookTwitterPinterestGoogle +Stumbleupon