Umberto Bianchi

“L’interesse viene dalla parola. La parola viene dai pensieri. I pensieri vengono dalla mente. La mente viene dall’esperienza. L’esperienza viene dalle azioni. Le azioni vengono dall’interesse. E tutto ricomincia” questo è l’incipit delle note di regia dello spettacolo Il Girotondo che Umberto Bianchi dirige per la nuova Compagnia dell’Estintore, in scena all’Abarico Teatro il 15 e 16 novembre p.v.

E’a lui che chiediamo qualcosa di più sullo spettacolo e non solo.

Il Girotondo (Reigen) è un’opera teatrale dello scrittore e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler che fece scandalo alla sua prima messa in scena.

Narra degli incontri tra dieci personaggi di dieci differenti condizioni sociali e umane: la prostituta, , il soldato, la cameriera, il giovane signore, la giovane signora, il marito, la ragazzina, il poeta, l’attrice, il conte.

I personaggi dialogano due alla volta concludendo ogni dialogo con un atto sessuale. Passando da una coppia all’altra, dove uno dei due personaggi è poi protagonista anche del quadro successivo, si crea un girotondo umano che torna ai primi della catena.

Come è caduta la scelta su questo testo? Quale la sua forza e la sua attualità?

Oserei dire che non sono stato io a scegliere il testo, ma il testo a scegliere me. Durante il percorso accademico presso la CTC Casa del Teatro e del Cinema di Claudio Insegno, di cui io sono uno dei docenti, i ragazzi dell’attuale compagnia, leggendo testi da portare in scena, si sono imbattuti nel Girotondo. Mi hanno chiesto consigli sulla strada più funzionale da seguire per un’eventuale messa in scena e, da subito, abbiamo capito tutti quanti che quello scritto ci stava aspettando…

È un testo molto complesso, a tratti ermetico, direi, ma al tempo stesso lascia una libertà di comprensione soggettiva. Questa è la sua forza. Ho provato a leggere dentro alle parole, cercando di ascoltare cosa avevano da dire quei personaggi, quali erano i loro pensieri più nascosti e sono stati proprio loro a indicarmi la strada per l’adattamento e la regia.

Ciò che ne è emerso è un panorama contemporaneo, dove ognuno di noi gira attorno a se stesso, attorno agli altri, attorno alla propria vita e al proprio destino nella continua ricerca di ciò “che move il sole e l’altre stelle” da che mondo è mondo. Cosa c’è di più attuale di un concetto che parte da lontano per ritornare da dove è cominciato?

La Compagnia dell’Estintore è una nuova formazione composta da giovani attori usciti dall’Accademia. Come stanno vivendo questa loro prima messa in scena insieme con uno spettacolo molto particolare e come da regista ti stai ponendo nei loro confronti?

Questo andrebbe chiesto a loro. Questi ragazzi sono davvero bravi, volenterosi, studiosi; hanno un’attitudine a questo mestiere che non vedo da tanto tempo negli occhi di giovani artisti.

Dirigerli è una delle più belle esperienze che ho fatto nei miei ormai, diciamolo, venti anni di carriera tra gavetta e professione. Mi approccio a loro un po’ come un papà dovrebbe approcciarsi ad un figlio che riconosce la strada, ma non è ancora capace totalmente di percorrerla da solo.

Sono molto prudente con loro, ma li osservo da lontano e ho piacere che ogni tanto comprendano da soli i meccanismi di questo “maledetto” mondo.

Non ho alcun occhio di riguardo però quando si tratta di lavoro registico. Hanno scelto di diventare professionisti? da professionisti li tratto.

Le dinamiche all’interno della storia portano i personaggi a relazionarsi a coppie completando l’azione con un atto sessuale. Al compimento del giro, si può parlare della fine di un ciclo oppure il girotondo è destinato a ripetersi all’infinito?

Il sesso è vissuto, pensato e fatto in molti modi; dipende da chi sei, cosa vuoi, cosa scegli per te e per gli altri; dipende da come sei cresciuto, da quali esperienze hai fatto, da chi hai incontrato sul percorso; dipende sempre da qualcosa che vedi e senti o da qualcuno che incontri. Il sesso è un motore importante del girotondo della vita, ma che è comunque destinato ad esaurirsi prima o poi, inevitabilmente. E cosa rimane? E l’amore? Il nascere di queste domande mi fa pensare che, no, il ciclo non finisce.

Il testo è un’amara riflessione sulla difficoltà di relazionarsi e amarsi. I contatti umani si riducono ad un rapporto sessuale. C’è dentro molta psicanalisi che sembra rimandare a Freud. E’così?

Freud! Se non fosse mai esistito che tipo di forma mentis avremmo oggi? Non lo sapremo mai, e tant’è. Penso che la psicanalisi sia uno dei doni migliori che ci siano stati dati in eredità e certamente uno strumento per conoscersi, crescere e migliorare la qualità della nostra vita.

Amarsi per essere amati, ascoltarsi per essere ascoltati, relazionarsi per costruire e non per distruggere.

Questo non dovrebbe essere il risultato di un percorso di psicoanalisi, ma un memorandum di vita che ci dovrebbero insegnare a scuola. Anche il rapporto sessuale per molti è inteso come forma di conoscenza e sono anche d’accordo tutto sommato.

Ma no, non vorrei ridurre tutto questo ad una mera questione freudiana. C’è in ballo molto di più e non vorrei generalizzare. Lasciamo una speranza al genere umano di usare un meccanismo diverso: assunto che mi amo, assunto che mi rispetto e mi ascolto, intraprendo una relazione, mi innamoro e faccio sesso (o anche al contrario, perché no?), creo un rapporto umano. E se lo penso al contrario? Creo un rapporto umano basato sul sesso, potrei innamorarmi, potrei costruire una relazione e questo potrebbe farmi amare da me stesso un po’ di più. Eccolo qua, un altro girotondo!

C’è del cinismo nell’opera di Schnitzler?

Credo che ci sia molta quotidianità. Schnitzler toglie il velo del nascosto per rendere visibili i pensieri e le azioni di donne e uomini più o meno comuni, donne e uomini che possono essere ricondotti ad un unico clichè. E dove c’è quotidianità c’è cinismo. C’est la vie.

Cosa è cambiato nella morale sessuale e nella pratica della sessualità oggi? Il sesso è ancora oggi una forma di comunicazione: può essere una scoperta da fare insieme, una forma di conoscenza o atto sfacciatamente fisico. Cosa ne pensi?

Può essere tutto questo e molto di più.

Credo che non sia cambiato nulla col tempo. C’è solo meno pudore forse, meno censura. I bambini sono meno tutelati e questo mi spaventa, ma mi rincuora il fatto che anche la società si sia evoluta in questo e spero che i genitori siano più attenti alle spiegazioni e più presenti nella vita dei loro figli di quanto lo sono stato io o i miei coetanei che, nella maggior parte dei casi, abbiamo scoperto tutto da soli.

Il sesso è comunicazione? Si, la più intima e vera direi. É conoscenza? Se nel sesso si mette l’ascolto fisico del partner siamo in grado di vedere un mondo. E’ una scoperta? Certo. La scoperta del tesoro dopo la caccia per dirla in termini ludici, e come in tutti i giochi c’è più gusto a partecipare insieme piuttosto che da soli. E’ un atto sfacciatamente fisico? In alcuni casi si, ma dove c’è sesso, c’è sempre una forma d’amore, anche se non lo si dice, non lo si sente o non lo si vuole.

Nel testo viene presa in considerazione un’ampia gamma di classi sociali. E’ancora attuale questa divisione della società? Quali sono oggi le nuove classi sociali se ce ne sono?

La divisione in classi sociali è rimasta integra direi e anche abbastanza evidente. Non ho la presunzione di voler dare un nome a queste classi dato che le conosciamo tutti e ne sentiamo parlare ogni giorno. Sarebbe bello se invertissimo il denaro, ovvero ciò che dichiara il potere di una classe sociale, con le emozioni. Cosa accadrebbe?

Sarebbe un ottimo soggetto per una drammaturgia. Quasi quasi ci penso su!

I personaggi dello spettacolo sembrano tutti mossi da una mancanza, da un bisogno che li porta a reiterare una giostra circolare. Di cosa si tratta? Quei bisogni sono ancora attuali o sono stati sostituiti da altri?

Mi chiedo se sto scrivendo una tesi in sociologia o rispondendo ad un’intervista! Mamma mia che domandone! Cercherò di risponderti in modo semplice.

Quando inizio le prove di uno spettacolo o in aula insegno come approcciare ad un personaggio, una delle prime domande che faccio è: ”Qual’è il suo bisogno?”.  Chiaramente il bisogno del personaggio trova sempre un appiglio nel bisogno dell’allievo o dell’attore, non potrebbe essere altrimenti poiché non siamo macchine.

Ed incredibilmente il bisogno primario è quello di essere amati, o di continuare ad essere amati se già ci sentiamo in quella situazione. La fine di un amore è qualcosa che spaventa.

Ci siamo convinti che abbiamo bisogno di soldi, di salute, di amici. Vogliamo essere indipendenti, ci mascheriamo da lupi solitari realizzati ed autonomi perché la paura di soffrire ci porta lontano dagli altri, e forse è anche giusto così. Ma quando l’amore bussa alle porte dell’anima dovremmo aprire e renderci conto che quel bisogno, in fondo, c’è sempre stato e ci sarà sempre.

Perché l’amore è il centro del girotondo, almeno del mio!

C’è speranza per queste anime inquiete e quindi c’è speranza per noi oggi?

SPERO di sì.

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