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INTERVISTA A PIPPO CANGIANO PER UN GABBIANO

Pippo Cangiano nasce a Napoli cinquantatre anni fa. Ha debuttato nel 1988 nella compagnia di Luca De Filippo nello spettacolo musicale “Ogni anno punto e da capo” di Eduardo con la regia di Armando Pugliese.

Nella sua trentennale carriera ha sperimentato diverse tipologie di spettacolo. Nel teatro tradizionale, ha interpretato “ruoli primari e comprimari” di autori come Eduardo, Viviani, Scarpetta, G.B. Lorenzi, Petito.

E’ stato diretto da registi come Giuseppe Patroni Griffi, Mario Scarpetta, Nello Mascia, Tato Russo, Mico Galdieri e lo stesso Luca dE Filippo.

Nel teatro innovativo ha recitato in “ ‘Nzularchia” di Mimmo Borrelli, spettacolo vincitore di due premi Olimpici del Teatro e per la regia di Carlo Cerciello; La pace perpetua, di Mayorga per la regia di Iacopo Gassmann; La città di dentro ed Educazione Siberiana per la regia di Giuseppe Miale di Mauro.

Nei musical “Masaniello”, di Tato Russo, “Mal’aria” di Bruno Garofalo , “Scugnizzi” di Mattone, e in più di cento “serate”, si è evidenziata la sua discreta dote canora.

E’ autore di alcuni riusciti e ben recensiti testi, come: “La sveglia”, “L’ultimo pezzo di cotone di zucchero”, “Trottola”, “La stanza dei sogni possibili”, “Sabbie”, prodotto dal Teatro Bellini di Napoli.

Ha vinto un premio come Migliore attore nella seconda edizione del Premio Li Curti – città di Cava de Tirreni- nel 2014 con lo spettacolo ‘A Chiena.

Di sé dice: Amo il Teatro e non posso fare a meno di fare ancora quello che ho fatto: cercarmi e riordinarmi in un costume, in una luce, ogni giorno della mia vita.

Pippo è tra i protagonisti maschili di Un Gabbiano, la prima regia di Gianluca Merolli che ha esordito, riscuotendo consensi, a Napoli in occasione del Napoli Teatro Festival a giugno del 2014 ed è approdato a Roma, al Teatro Sala Uno, nell’ottobre dello stesso anno, confermando e rinnovando il successo di critica e pubblico.

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Pippo, come è nato il tuo incontro con Gianluca Merolli?

Gianluca Merolli mi ha visto anni fa in ‘Nzularchia di Mimmo Borrelli, al Valle; uno spettacolo super premiato, che ha fatto da garante per il mio fortunato ingresso nel “sogno” del teatro prodotto a Roma. Anche Jacopo Gassmann, per la Pace perpetua, è arrivato a me grazie al capolavoro che è stato ‘Nzularchia – regia di Carlo Cerciello. 

In Un Gabbiano interpreti Sorin, un uomo saggio e romantico che ama il proprio nipote, Konstantin per il quale ha una stima incondizionata ed è a sua volta amato da Konstantin come un padre. Qual è la tua lettura del personaggio cechoviano?

Il mio rapporto con Konstantin è lo specchio del rapporto che ho con mio figlio. L’attenzione che presto alle sue problematiche di affermazione in questa società che non si rinnova, ha la stessa forza.  Sorin ha una maturità “pura”, frutto di quella solitudine malinconica che ha chi non appartiene a nessuno, ma tutto gli appartiene. Una figura filosofica di classica memoria.

Tu entri nel gruppo di lavoro di Un Gabbiano quest’anno; con quale spirito affronti questa nuova avventura professionale? 

Io vivo con il teatro e vivo di teatro. Continuo a sostenere me e la mia famiglia con il teatro. L’approccio, di conseguenza, è prima di tutto professionale.

 Hai già lavorato con qualcuno degli altri interpreti di questo spettacolo?

Non ho mai lavorato con loro, ma conosco il  percorso di quasi tutti. Sono attori bravissimi che arricchiranno la mia crescita.

Cosa vorresti portare nel tuo Sorin? Quali caratteri del personaggio vorresti venissero maggiormente fuori?

Che per avere voglia di vivere non è necessario farcela per forza. Vivere è un dovere.

Come è stato inserirsi in questo gruppo di lavoro? Hai trovato che il tuo modo di leggere ed essere Sorin fosse condiviso o avete lavorato insieme alla costruzione del personaggi?

Assolutamente diretto da Gianluca Merolli, che ha abilmente intuito la strada che stavo imboccando spianandomela con una chiarezza non comune ad un giovane regista.

Il tuo personaggio ad un certo punto fa un’affermazione molto forte: “Senza teatro non si può vivere”. Penso che questo valga per ogni attore. Spiegaci quale insopprimibile desiderio fa sì che si possa ancora oggi difendere questa affermazione.

E’una affermazione che si difende da sola. Senza pensiero non si può vivere. Da difendere è il pubblico.

Riprendendo la frase di Sorin di cui prima, verrebbe da dire: “Senza teatro non si può vivere, ma di solo teatro non si vive”. In quali condizioni versa il Teatro italiano in questo momento? Di cosa avrebbe bisogno?

Il Teatro avrebbe bisogno dell’ attenzione che Sorin ha per Konstantin. Di qualche saggio che lo difenda qualificandolo come “anti- annichilimento”. Non credo nelle sovvenzioni, spero negli incassi e questi avvengono solo se si media con chi lo può garantire: gli spettatori. L’incanto di Un gabbiano, sta nella genialità di usare al meglio la fantasia. Come fanno i bambini quando trasformano un cucchiaio di legno da cucina in un remo .

 

Ringrazio Pippo per la disponibilità e vi invito ad andare a vedere Un Gabbiano al Teatro Sala Uno fino al 17 ottobre.

 

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Foto di Roberto Marchesini

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