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Gianluca Sticotti, cantante, attore, ballerino, perfomer teatrale e insegnante: aiutami a ricostruire il tuo percorso.

Nasci a Trieste e da subito ti dedichi allo studio della musica classica e del canto lirico.

Ho cominciato in realtà con lo studio degli strumenti, prima la chitarra e contemporaneamente il pianoforte, perché la chitarra non mi bastava. Ho cominciato con la chitarra elettrica perché tutti i mie compagni studiavano quella e dopo due mesi ho scelto la chitarra classica che ho studiato al Conservatorio.

Quando, esattamente, hai cominciato a suonare?

Il primo pianoforte l’ho toccato a 3/4 anni, perché mia zia è una concertista pianista molto brava e mi ha trasmesso questa passione per la musica; ma, in realtà, è solo stata una risposta ad un richiamo perché non ho mai pensato di poterne farne a meno.

Successivamente ho fatto al Conservatorio gli esami di Teoria e Solfeggio musicale; nel frattempo cantavo nelle voci bianche e in un coro gospel. Iintorno ai dodici anni, la mia insegnante di Teoria e Solfeggio musicale, che era una grandissima insegnante lirica e direttrice di coro lirico, mi ha spinto a provare e ho cominciato a studiare canto impostato perché per il lirico a dodici anni è troppo presto.

Però il mio tipo di voce tende naturalmente verso quello e avrei voluto fare Opera lirica da grande.

Tu hai lavorato tantissimo all’estero: che differenze ci sono con l’Italia?

Io lavoravo a Londra e lì l’attore di Musical è una professione riconosciuta; fare l’attore è un mestiere, qui in Italia è diverso. All’estero c’è ammirazione per la professionalità, è una cultura meravigliosa: a 4 anni puoi andare a studiare Musical, ma con quelli che lo fanno al West End come accade anche in America.

Perché sei tornato in Italia?

Perché mi hanno preso in Grease.

Mi sono detto: torno in Italia, mi faccio questa esperienza e tra un mesetto torno a Londra. Invece, non sono riuscito a lasciare lo spettacolo., che mi ha cambiato sotto tanti punti di vista.

Grease mi ha rapito.

Hanno continuato a cercarmi dall’estero; ho ricevuto tantissime chiamate dalla Germania; tra l’altro sento una forte componente tedesca dentro di me, però adesso non tornerei all’estero.

Perché ti piace quello che stai facendo, non perché l’Italia può offrirti qualcosa di più dell’estero?

No, è perché se ne stanno andando tutti e poi all’estero sta diventando ancora più difficile.

E’ vero che noi italiani nella danza, abbiamo una preparazione superiore.

La situazione fuori dall’Italia è diversa. Io, per esempio, non sono un ballerino: ho studiato danza, studio ancora danza, ma non sono un ballerino, invece all’estero il mio livello di danza è quello di un ballerino. Ora piano piano il livello si sta alzando anche fuori confine.

Se ci pensi, adesso molte produzioni tedesche, come Aladdin e Tarzan, hanno nel cast ballerini italiani.

All’estero ti chiedono perché un italiano, che si sa avere una preparazione superiore, debba lavorare fuori dal proprio Paese: non si rendono conto che la realtà italiana a livello musicale, a livello teatrale è povera.

Io, per esempio, faccio parte della Compagnia della Rancia e mi sento la persona più fortunata del mondo perché in Italia di compagnie così non ce ne stanno più e non voglio più andare via.

Inoltre la Compagnia della Rancia è la prima compagnia che ha investito su di me perché quest’anno mi ha dato un ruolo diverso, che poi è quello che io voglio fare nella vita, ed è il vocal coach.

Io sto studiando tantissimo per quello; non voglio mollare il mio mestiere sul palco però il richiamo che ho dall’altra parte è fortissimo. Io poi sono sempre più tecnico e mi rendo conto che tutto quello che prendo dal cast e dagli allievi mi fa crescere tanto e mi piace tantissimo.

Torniamo un passo indietro: vorrei conoscere il collegamento o come è avvenuto il passaggio dal canto lirico al Musical.

Allora prima ho studiato canto lirico, poi è venuta l’enorme passione per Stevie Wonder e i Queen; io ho sempre cantato Aretha Franklin, Stevie Wonder, Withney Houston, Freddie Mercury, tutti cantanti e tutte cantanti molto grandi e con voci molto estese, come se mi fossi cercato questo tipo di vocalità e più andavo avanti più mi rendevo conto che la chitarra classica non era abbastanza a livello musicale, canto lirico non era giusto e quindi mi sono innamorato della musica soul.

Da là ho avuto un rifiuto per la musica perché preparando l’ottavo di chitarra classica, ero alla maturità e il mio insegnante mi disse di scegliere tra la maturità e la scuola e io avrei scelto la chitarra, ma mia madre non era d’accordo e non ho più fatto niente di musicale, finché ho cominciato a vedere Amici.

Nonostante tutto quello che si può dire, certe cose questa trasmissione in Italia le ha cambiate e ho cominciato a chiedermi se in Italia ci fosse una scuola così: poi ho temporeggiato, mi sono laureato in Architettura al terzo anno, ho cominciato la specialistica, infine sono scappato via e sono andato alla Bernstein School of Musical Theater.

La Bernstein è famosa per essere una grandissima scuola.

Sono uscito nel 2009 da lì, ma quando frequentavo io era molto diversa da ora; oggi ci sono più performer dentro la scuola di Musical; secondo me l’errore che c’era prima e che stanno sanando è che prima in queste scuole insegnavano persone che non facevano Musical.

Da insegnante dico che il problema di tanti allievi che non lavorano è che magari tecnicamente sono forti, ma non hanno idea di cosa sia lo stile nel Musical. Io combatto tutti i giorni; cerco sempre di preparare i miei allievi a focalizzare l’attenzione, gli sforzi sul proprio obiettivo, personalizzandone il percorso.

Fare Musical è diverso da cantare: c’è una preparazione anche fisica diversa, a livello di muscoli gestisci tutte altre cose. I muscoli che intervengono nel canto in un Musical sono diversi da quelli del cantante, solo che la gente non ci pensa; io insegno con Gillian il canto nella danza o la danza nel canto perché ci sono delle cose che funzionano in maniera diversa e questa cosa in Italia ancora non è arrivata.

 

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Parliamo di alcuni dei tuoi lavori. Il ruolo di Priscilla ti è rimasto nel cuore.

Priscilla, tra tutti gli spettacoli che ho fatto, è quello a livello di packaging, di messa in scena più forte sotto tutti i livelli e comunque anche il messaggio che lancia è bello e ho lavorato con gente brava.

Ho fatto solo il primo anno perché poi ho cominciato Grease.

Ecco, Grease: Questa è la tua quarta edizione. Come sei arrivato a Kenickie? Sembra che questo personaggio ti abbia conquistato.

Sì non riesco ad abbandonarlo.

Arrivare da Priscilla a Kenickie è stato uno sconvolgimento.

Saverio Marconi mi disse: “sei l’unica persona che riesce a passare da una drag queen a un super etero”.

In Priscilla ero dimagrito 6 – 7 chili, ero magrissimo; per Kenickie ho dovuto recuperare un po’ di massa.

In questa edizione Kenickie si evolve durante lo spettacolo: non arriva ad essere sensibile all’improvviso, fa un percorso durante la rappresentazione della vita sul palco. Kenickie è un personaggio diverso dagli altri: rispetto agli altri ragazzi del gruppo, lui è indipendente, lavora e si compra una macchina; dimostra un consapevolezza della vita maggiore. Però siete riusciti, te e chi ti dirige, ad arrivare al momento del tentativo di avvicinamento a Rizzo in maniera graduale, con un addolcimento del personaggio che non fa perdere di sensualità.

Sì, all’inizio per Kenickie ho cercato di buttare tutto sulla forza e sull’energia, quindi era molto molto rabbioso, scattoso.

Poi nel tempo ho fatto un percorso e anche Kenickie è maturato; arriva a cambiare nel corso dello spettacolo con naturalezza. Adesso mi sento più sicuro in scena.

Kenickie è stato il primo ruolo grande. Ho sempre lavorato con ruoli, ma erano più piccoli; il ruolo piccolo te lo fai date te, lo custodisci, sei protetto; in un ruolo del genere non sei protetto.

In molti non credevano che sarei riuscito e fare Kenickie.

Ho lavorato tantissimo sul personaggio con Saverio; Chiara Vecchi, la coreografa che ha seguito il mio primo Grease, mi ha insegnato come camminare; poi nel tempo Kenickie ha acquistato un bel po’ di sfumature; quest’anno invece mi hanno fatto rifare tutto, e a me piace tantissimo.

Per esempio, la scena della sedia prima la facevo urlando, invece ora no. Come diceva Shawna Farrell “less is more”, meno fai e meglio è, ed è vero, ora sono un po’più grande e riesco a farlo.

Comunque Kenickie è un personaggio forte.

Sì. Anche se sono sempre in scena, non ho poi tante battute; il mio personaggio cresce anche nelle coreografie e nelle canzoni.

Ne ho due, Grease lightning e Hand Jive e poi il medley, ma sono le canzoni più trascinanti.

E’ quello che dicevi tu del percorso ed è il primo anno che si vede: prima pensavo a Grease a blocchi, a scene, ora invece riesco a vivere lo spettacolo, lo svolgimento.

Prossimi progetti?

Prestissimo sarò in scena con Pinocchio insieme a tantissimi colleghi di Grease, sempre per la Rancia con Manuel Frattini e sempre con la regia di Saverio. Quando Saverio ha cominciato le prove di Grease non si aspettava tante cose: quando ha visto le coreografie di Gillian è rimasto a bocca aperta, è stato come risvegliarsi ed ha rinnovato il suo grande entusiasmo e da lì ha deciso di voler fare Pinocchio con molti di noi.

Già alla lettura del copione, è stato evidente che il mio Gatto non c’entra niente con quello che hanno fatto prima e assolutamente niente con Kenickie; un Gatto un po’ rintronato, un Gatto biondo.

Quando debutterà Pinocchio?

Il debutto sarò a Luglio a Senigallia, poi a Milano, dove saremo al Teatro della Luna a settembre e ottobre in occasione della fine della Expo e poi andremo in tournée.

Quale ruolo ancora vorresti interpretare?

Sicuramente, per il tipo di percorso che ho fatto a livello musicale, Tony in West Side Story. Poi Gesù in Jesus Christ Superstar.

Prima volevo fare sempre Galileo, anche se Galileo ho avuto la possibilità di farlo e ho rifiutato io per fare La Bella e la Bestia .

Sono stato anche in Inghilterra a fare le audizioni per Jesus: sono arrivato fino alla fine e mi sono esibito davanti a Andrew Lloyd Webber.

Mandai la mia candidatura per un programma televisivo, Searching for a Superstar, un programma in cui cercavano Maria e Jesus per JCS.

Inviai la candidatura con una foto con i capelli lunghissimi senza pensare davvero che mi avrebbero preso; invece mi chiamarono pagandomi pure le prime trasferte. Solo il primo giorno di audizioni eravamo in mille; selezionarono in tutto dodicimila persone.

Al sesto step mi convocarono all’ultimo; arrivai lì e mi dissero di non dire a nessuno chi c’era dentro. Entrai e c’era uno dei produttori più famosi del West End e Webber: ero emozionatissimo e cominciai a parlare in italiano nonostante conosca benissimo l’inglese.

Cantai tre pezzi e lui disse: “tu hai una voce soul, ma un’anima rock molto forte, lavoreremo insieme nel call back”.

Ho fatto il call back: siamo passati in 90 su 12000. Ero uno dei pochi stranieri, c’erano i protagonisti dei più grandi musical inglesi; poi 40 su 90 e 20 su 40. Alla fine sono arrivato ventesimo e ne prendevano 18 per il programma.

Forse se fossi rimasto a Londra avrei lavorato, ma sono felicissimo di stare nella Rancia. Questa compagnia mi sta dando tanto: io ho potuto montare i cori di Grease nella produzione ufficiale nazionale e per me è meraviglioso.

Magari tra due anni sarò a Londra, ma ora sono molto contento di dove sono adesso alla mia età.

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