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INTERVISTA A GIANLUCA MEROLLI PER UN GABBIANO

Gianluca Merolli, classe 1981, attore, regista e cantautore. Studia canto con Antonella Sdoia, Eleonora Bruni e Tosca e recitazione con Antonio Latella, Danio Manfredini, Cesar Brie, Lindsay Kemp, Pierpaolo Sepe, Ricci/Forte.

Si divide tra il teatro musicale e la prosa lavorando con Marco Carniti, Pino Micol, Claudio Insegno, Cristopher Malcolm.

Studia e lavora per anni con Giancarlo Sepe, approfondendo il lavoro di improvvisazione e di ricerca nel movimento.

Nel 2007 viene scelto per interpretare Claude nel musical Hair, con gli arrangiamenti musicali di Elisa. Per questo spettacolo vince il premio Ammaniti come miglior attore della stagione 2008/2009.

A fine estate 2008 fa parte del cast de “I Giganti della montagna” di Pirandello che gira i teatri di pietra. Viene scelto dai Queen per interpretare il ruolo di Galileo, protagonista di “We will rock you”.

Luca Tommassini gli affida l’adattamento in italiano delle canzoni del suo spettacolo “Il pianeta proibito” e la composizione del tema originale, “Incolpame”, che viene cantata dalla protagonista Lorella Cuccarini con Chiara Ranieri.

Scrive e interpreta “Piccolo”, brano portante della colonna sonora de “I bambini della sua vita” film per il cinema diretto da Peter Marcias, con Piera degli Esposti, in cui recita anche un piccolo ruolo. Nel 2010 frequenta una Masterclass al Piccolo Teatro di Milano diretto da Luca Ronconi studiando con Flavio Albanese, Antonella Astolfi, Marise Flach e Michele Abbondanza.

Ritorna a Roma ed entra a far parte della famiglia di Dignità Autonome di Prostituzione, sotto la guida dell’Amministratore Luciano Melchionna, per cui ha scritto e cantato lo stornello d’apertura: “Puttana con Dignità”.

Successivamente nasce Gianluca Merolli Pure, gruppo con il quale interpreta i suoi pezzi nonché cover che spaziano tra gli autori più diversi, dai Radiohead a David Bowie, dai Talking Heads ai Queen.

Nel 2013 viene scelto per interpretare Tebaldo nel musical Romeo e Giulietta Ama e cambia il mondo, per la regia di Giuliano Peparini, spettacolo con il quale è ancora in tournée nei più grandi teatri internazionali.

Nel 2014 esordisce alla regia con Un Gabbiano, versione inedita e sorprendente della celebre opera di Cechov, in cui interpreta il tormentato Konstantin. Lo spettacolo ha debuttato con grande successo al Teatro Sannazzaro di Napoli in occasione dal Napoli Teatro Festival Italia, e successivamente al Teatro Sala Uno di Roma.

Incontriamo Gianluca Merolli a pochi giorni dal ritorno a Roma della sua prima regia presso il Teatro Sala Uno, dall’ 8 al 17 ottobre 2015.

Trattandosi di una prima regia, immagino che la scelta di quale opera mettere in scena non sia stata semplice; ci si presenta al pubblico come regista e lo si deve fare con il giusto testo. Sei tu che hai scelto Il Gabbiano o è Cechov che ha scelto te? Perché proprio Il Gabbiano? Qual è il messaggio che volevi proporre?

Volevo mettere in scena un testo da tre anni e alla fine mi ero convinto di lavorare a “I parenti terribili di Cocteau”. Avrei voluto utilizzare il “teatro di documenti”, un piccolo teatro romano molto suggestivo, ma appena messo piede lì dentro ho sentito che il testo francese non sarebbe stato giusto lì dentro e immediatamente ogni angolo, ogni colore di quel teatro mi riportava alla mente scene del gabbiano. Poi sono successe tante cose e il teatro di documenti è sfumato, mentre il gabbiano ha continuato a lavorare dentro di me. Quindi direi piuttosto una terza opzione, un teatro ha scelto il testo.

Il Gabbiano di Cechov è, tra le altre cose, un testo sul teatro. Konstantin, il protagonista, propone un modello di teatro d’avanguardia, nonostante la madre, Irina, grande attrice con alle spalle un glorioso passato lo accusi di decadentismo. Da un altro lato, però, Konstantin diffida del teatro perché impone la finzione avvertendo l’esigenza insopprimibile e primaria di trovare nuove forme. Oggi, come è il Teatro italiano? Verso quale direzione stiamo andando? Sono necessarie ancora nuove forme?

Secondo me ciò che Konstantin scrive e fa recitare a Nina è una delle cose più belle che Cechov abbia scritto mai. Avanguardistico ancora oggi perchè è verso puro in prosa. E sempre quella zona del testo panteistica mi ha riportato alla mente una grande scrittrice italiana contemporanea, Mariangela Gualtieri, la quale scrive per il teatro col gruppo Valdoca e fa poesia per il teatro e viceversa. Questo è solo un esempio, penso ad Antonio Latella, Roberto Latini, Danio Manfredini… In Italia il teatro è vivo e pullula di realtà importanti, artisticamente alte, che dialogano col contemporaneo. Il problema dunque non è artistico ma, sicuramente, istituzionale. Voglio dire che purtroppo i teatri stabili e ancor più quelli privati fanno i conti con nomi spesso polverosi, autori sempreglistessi e allestimenti ammuffiti, che si pensa possano piacere al pubblico. In Germania, che è forse la realtà europea teatrale più viva, i teatri ufficiali sono gestiti da registi d’avanguardia (spesso giovani) che hanno affiliato il loro pubblico, lo hanno educato.

 

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Nel dramma del 1895 di Anton Cechov c’è il tormento e il fermento della Kiev di quel tempo; nel tuo allestimento dell’anno scorso troviamo la Kiev del 2014 con la sua cruenta guerra civile. Quest’anno cosa dovremo aspettarci? Lo spettatore troverà nuovi riferimenti al mondo contemporaneo?

Contemporaneo non credo sia riferirsi a qualcosa di attuale, altrimenti saremmo sempre in ritardo, ma è un modo di dialogare col pubblico, è una questione di semantica, credo. Ma anche di trasparenza, di gusto, di scelte e di onestà. Abbiamo parlato, a nostro modo, di Kiev perchè così dice Cechov. Egli ambienta il gabbiano in una casa di campagna a Kiev e mi sembrava impossibile non pensare a cosa è successo e ancora succede da quelle parti. Poi lo spettacolo è ambientato agli inizi del secolo scorso, all’epoca della nascita del testo.

A distanza di un anno, come un bambino, Un Gabbiano sarà cresciuto dentro di te e avrà fatto maturare, anche inconsciamente, nuove soluzioni, nuove scelte registiche. Puoi anticipare se ci saranno novità rispetto allo spettacolo dell’anno scorso e svelare quali?

Lo spettacolo, a parte un cambiamento sostanziale nel quarto atto, sarà quello dell’anno scorso. Ci sarà un nuovo attore, Pippo Cangiano, nei panni di Sorin e vedremo in prova cosa succederà.

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Con Un Gabbiano hai esordito come regista, ma sei stato contemporaneamente in scena come protagonista. Come è stato affrontare questo doppio ruolo? Come ti poni oggi che ti appresti a ripetere questa esperienza?

Agli inizi Konstantin volevo che fosse interpretato da Autilia Ranieri, una bravissima attrice, che credo avrebbe fatto un grande lavoro, sicuramente meglio del mio. Abbiamo cominciato a provare con lei, ma per motivi suoi di lavoro ha dovuto lasciare e quindi l’ho sostituita, conoscendo bene il lavoro già fatto. Certo ci vuole molta energia ma non credo sia così difficile come spesso sento dire. E’ vero che qualcosa si perde, ma chissà cosa si trova. Comunque in Yerma, la mia prossima regia, non sarò in scena.

Il dramma di Cechov ha una forte relazione intertestuale con l’Amleto di Shakespeare. Irina e Konstantin citano Amleto e ci sono allusioni a dettagli della trama shakespeariana (Konstantin cerca di salvare la madre da Trigorin come Amleto cerca di salvare la regina Gertrude da suo zio Claudio. Facendo una semplicistica traslazione, possiamo pensare che alla tua passione per Il Gabbiano di Cechov possa corrispondere una passione per l’Amleto e, di conseguenza, aspettarci qualcosa?

Bhè, questa stretta connessione tra i testi l’ho amplificata, citando Amleto più spesso di quanto avesse fatto Cechov. Spesso Sorin parla con le parole di Orazio, qualche volta Konstantin con quelle di Amleto… Il capolavoro di Shakespeare è di sicuro un mito per qualunque attore, per qualunque regista e quindi mi ci relaziono come qualcosa che mi attira e che fa paura. Comunque di sicuro mi piacerebbe un giorno metterlo in scena.

 

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Sappiamo che sei continuamente in fermento. La stagione del Teatro Vascello è ormai fatta ed è ufficiale. Dal 29 marzo al 3 aprile 2016 porterai in scena Yerma, la tua seconda regia. Vuoi anticiparci qualcosa?

Lavoro a Yerma ormai da più di un anno, quindi potrei dire più che qualcosa. Avendo da poco finito delle note a riguardo, vi lascio con queste.

Più che un testo teatrale, sembra una favola nera: una storia torbida di vittime e sciacalli, dove vittime e sciacalli si scambiano i ruoli regolarmente. Yerma. Un equilibrio perfetto basato sull’autosufficienza degli archetipi umani, che si stagliano nella storia come presenze imprescindibili e si alternano nella trama a volte da protagonisti, a volte da semplici messaggeri. Qui non abbiamo di fronte Maria, Juan o Victor, ma lo Sposo, la Sposa, l’Amante, la Vecchia… E non dialogano, ciascuno immerso nella propria aridità, nella propria solitudine. Maternità e paternità affrontati non tanto come bisogno reale, piuttosto il suo contrario, piuttosto intesi come ricerca disperata di dare un senso a queste esistenze prive di relazioni.

Non solo una presunta sterile, Yerma, che ha fatto del desiderio d’avere un figlio la sua ossessione, ma un mondo di persone che non sanno più toccarsi, arsi, infecondi. Questo ha reso ai miei occhi il testo così interessante. Mi sembra che il decadentismo e il senso di sconfitta dell’autore sia diventato quello dei personaggi, e che questo ripiegarsi in se stessi dei personaggi sia facilmente riconducibile al mio, al nostro.

Il testo – uno dei meno praticati di Lorca – vola altissimo, facendosi forte di una stretta dicotomia tra verso e prosa, in una lingua asciutta, viva, concreta.
Quanto dolore nelle pagine di Lorca?

La forza ci vorrebbe, per gridare ciò che non si vuole essere, dire, agire. Per gridare chi si vuole seguire, dove si vuole fuggire. Il volere. Questo bisogno disperato di entrare nel corpo di un altro, di dare vita, di riceverne. In questo mondo prosciugato di desiderio, di calore umano, ci siamo bevuti tutto ed ora non si beve più. Non si piscia più, non si eiacula più. Non c’è rimasto che il nostro corpo e un posto nel mondo da occupare e rivendicare. Pochi i fortunati, mai a vista. Tanti i disperati, tutti esposti al pubblico ludibrio.

Ringrazio Gianluca per la disponibilità e questa bellissima intervista e vi ricordo che potrete assistere allo spettacolo Un Gabbiano dall’8 al 17 ottobre 2015 al Teatro Sala uno.

UN GABBIANO

Teatro Sala Uno, Roma dall’ 8 al 17 ottobre 2015
da Anton Cechov
Adattamento e regia: Gianluca Merolli
Attori: Ivan Alovisio, Anita Bartolucci, Pippo Cangiano, Francesca Golia, 
Giulia Maulucci, Gianluca Merolli, Fabio Pasquini.
Scene: Davide Dormino Costumi: Milla
Movimenti: Martina Grilli Musiche originali: Luca Longobardi

Produzione Andrea Schiavo per H501 e Napoli Teatro Festival Italia
Teatro SALA UNO
Piazza di Porta San Giovanni 10
Dal 8 al 17 Ottobre 2015 ore 21 (domenica, ore 18)

INFO: 347.3044141

EMAIL: INFO@H501.IT

 

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