giancarlo

 

Ho avuto la fortuna, l’onore e il piacere di fare una lunga chiacchierata con un grande uomo e un grande artista: Giancarlo Nicoletti. Alla fine non posso dire che si sia trattata di un’intervista vera e propria, quanto piuttosto di una bellissima conversazione di ampio respiro sul Teatro.

Giancarlo Nicoletti ne esce fuori come un uomo ottimista, positivo, preciso, attento, realmente modesto, sempre in cerca, sempre in movimento, con la volontà di fare sempre di più.

Giancarlo a soli 30 anni è attore, cantante, performer, regista, drammaturgo e critico teatrale.

La conversazione parte quasi per caso parlando del Teatro musicale e Giancarlo fa una bellissima analisi.

Il Teatro musicale si sviluppa in quattro filoni.

Il primo filone è l’Opera lirica: io sono cresciuto a pane e Opera lirica.  L’Opera è  un settore importantissimo della nostra tradizione.

Gli americani, gli inglesi e i tedeschi quando hanno dovuto imparare a fare l’Opera chiamavano gli italiani perché hanno avuto l’umiltà di riconoscere la necessità di  imparare da chi quella cosa l’ha creata.

Oggi se guardi le produzioni dei grandi teatri italiani, eccezione forse per la Scala,  anche lì con dei distinguo, non c’è più quello spirito ed è un peccato perché l’Opera dovrebbe essere uno dei più grandi prodotti italiani da esportare nel mondo.

Il secondo filone, che rimane il migliore per il pubblico e per noi perché lo sappiamo fare,è la Commedia Musicale. Garinei e Giovannini hanno lasciato un’eredità che è immensa, bellissima, con  testi come Rugantino, Aggiungi un posto a tavola, Il giorno della Tartaruga, e tanti altri.
Una certa cifra intellettualistica drammaturgica  li vorrebbe come testi commerciali, invece trovo che Garinei e Giovannini e Iaia Fiastri scrivevano in maniera splendida, testi che tuttora funzionano indipendentemente dagli interpreti, perché  è il testo che funziona, perché possiede una straordinarietà testuale e musicale.

Poi c’è il filone importato dall’estero; di questo  non tutto  funziona in Italia.  Fare l’estero non è sbagliato,  però bisognerebbe capire cosa va bene per il pubblico italiano e cosa no; il problema non è che quello che va bene per il pubblico inglese o statunitense non vada bene per il pubblico italiano, il  discorso è come viene fatto.  Se devi fare determinati spettacoli devi farli necessariamente  come li fanno all’estero mantenendo il loro modo di farli.

Come ai tempi dell’Opera gli stranieri chiamavano gli italiani per imparare a farla, così per importare Musical in Italia dobbiamo chiedere a chi lo sa fare, agli stranieri: se il testo non è nato  per essere italiano e lo vuoi declinare all’italiana non funziona: il pubblico non è così stupido, il pubblico vede molto di più di quello che a volte l’artista può immaginare.

Il quarto filone è quello delle Opere musicali che per me sono più operazioni spettacolari, a volte bellissime e riuscite, però non è proprio Teatro musicale. Il teatro ha una dimensione più intima.

Fin qui hai parlato di Teatro musicale, ma il Teatro non è solo quello: tu hai cominciato con le tragedie greche (“Elettra”, per la regia di Emma Dante; “Alcesti“ per la regia di Roberto Burgio); hai fatto tanta prosa (sei stato allievo di Filippo Gili, Paolo Zuccari, Marco Blanchi e Valentino Villa; sei stato diretto in teatro, fra gli altri, da Federico Magnano San Lio, Giuseppe Dipasquale, Roberto Burgio, Gisella Calì).

Sì, sì,  io amo il Teatro musicale, ma  parto dal classico:  io adoro il classico. Nella Tragedia greca in nuce c’è già tutto quello che ti serve e se ci fai caso, la cosa che a volte  è difficile da capire, soprattutto per chi fa teatro di prosa, è che il Teatro greco, tanto la Tragedia quanto la Commedia erano scritte per il pubblico. La Tragedia nella sua complessità drammaturgica, stilistica e interpretativa nelle sue 10000 complessità, parlava di tematiche grandi per tutto il pubblico, non solo quello di elite, ma anche il popolo: in Grecia il Teatro era un evento popolare e c’era una fortissima volontà di non settorializzare, di non parlare solo ad un tipo di pubblico.

Oggi c’è una difficoltà a parlare a tutto il pubblico possibile come se che chi parlasse a tutto il pubblico possibile, non solo ad un pubblico orientato culturalmente, fosse commerciale, popolare, quindi non degno di determinati canali.

La grandezza che io riconosco ai drammaturghi inglesi, alla Tragedia greca, a Shakespeare, anche a certa drammaturgia  americana è il non tacciarsi della patina settoriale.

L’universalità è fondamentale.

 

Come si può aiutare il pubblico a capire?

Si deve abituare il pubblico a qualcosa di diverso, di nuovo, ma senza mai perdere di vista l’universalità e la verità: a me piacerebbe fare un teatro che sia sempre di tanti livelli. Per me i livelli sono fondamentali: c’è chi capisce fino a un certo livello e chi capisce oltre quel livello, però ognuno è partecipe del processo creativo e artistico e torna a casa soddisfatto perché ha ascoltato una storia che l’ha preso, ha vissuto qualcosa. Voglio fare un teatro dove venga mia zia e capisca, dove venga l’intellettuale e ci trovi altre cose, dove venga l’addetto ai lavori e ne trovi altre ancora.

Quella è la mia ricerca: fare un teatro di livelli che non sia solo per un tipo di pubblico.

 

Tu questo lo hai fatto esattamente con Festa Della Repubblica.

Sì, anche con #salvobuonfine se ci pensi.

 

Aspetto di vedere la versione lunga di #salvobuonfine.

Sì, anche se il lungo è diverso, è un’altra cosa.

Sia Festa Della Repubblica che #salvobuonfine sono stati corti, ma diversi: il corto di #salvobuonfine è più vicino al lungo; in Festa Della Repubblica c’è stato un processo diverso.

La ricerca è questa: facciamo teatro per il pubblico, ma con più livelli, che non vuol dire fare una cosa superficiale o commerciale, ma rendere la comprensione universale dove ognuno possa cogliere il suo.

 

Hai un curriculum enorme, che mette soggezione e rispetto:

  • tanta prosa: fra gli altri, “La bella addormentata”, “Il ratto di Proserpina”, “Così è (se vi pare)” e “Tasto bianco, tasto nero” );
  • cinema e televisione: protagonista e autore del cortometraggio “Il coltello dalla parte del manico”, premiato al Movie Festival di Sanremo e più volte trasmesso in RAI; per Sky Cinema, attore nel film “La gelosia” e nella serie TV “L’incastrato”.
  • tanti musical: “Company”, “Grease”, “Jesus Christ Superstar”, “Les Folies”, “Life is … a cabaret!”, “Musical…che magia”, “Moulin Rouge“, “Aggiungi un posto a tavola“, “My fair lady”, “Robin Hood – Il principe di Locksley“.
  • venti regie per il teatro di prosa e musicale, fra cui gli allestimenti di “Ultima Mossa – Chess il Musical” (Tour nazionale), “#salvobuonfine” (Selezione Premio “Dante Cappelletti – Tuttoteatro.com”), “Festa della Repubblica” (Premio Millelire), “Jesus Christ Superstar”, “Così fan tutti” (Finalista Premio “Confronti Creativi”), “Il Fantasma dell’Opera”, “Polvere di Musical” e “Nine”, di cui è stato anche fra gli attori protagonisti.
  • due spettacoli tuoi “#salvobuonfine” e “Festa della Repubblica”.

Tutti lavori di spessore e di valore, nessuna scelta facile o commerciale.

Quando ho potuto scegliere non ho mai fatto scelte facili o commerciali.

 

Inoltre dal 2012 dirigi il Collettivo Teatrale “Planet Arts”, di cui sei fra i fondatori. Sei laureato presso la facoltà di giurisprudenza di Catania e dal 2010 sei anche General Manager di Planet Holiday Entertainment, leader in Italia nel settore Turismo, Navi da crociera, Villaggi e Intrattenimento.

Dove trovi il tempo?

Sono sempre stato così, impegnato in mille cose.  Anche quando ero a Catania studiavo 10 ore al giorno all’Accademia, tornavo a casa e la sera/notte studiavo per l’università.

Festa Della Repubblica l’ho scritto in due giorni, due giorni e mezzo: è nato come una cosa d’urgenza già nella versione lunga. C’era solo una versione corta, asciutta, scritta in un giorno, poi ho scritto la versione lunga che comunque è molto di più e molto altro. L’ultima riga di Festa Della Repubblica è stata scritta venti minuti prima della lettura con gli attori.

La cosa bellissima di Festa Della Repubblica è che, mentre per #salvobuonfine  il copione definitivo l’ho rimaneggiato perché era più difficile la tematica, era più particolare il lavoro che volevo farci dietro  e più complicato come testo, Festa Della Repubblica l’ho scritto di getto e non è mai stato toccato, scritto e andato in scena così, senza aggiunte nè tagli: è stato una magia.

 

Festa Della Repubblica è esattamente in linea col tuo progetto di scrivere per livelli: scrivere un testo così ricco e complesso, eppure perfettamente fluido e lineare in due giorni e mezzo è puro talento.

Allora, l’ho scritto in due giorni e mezzo, ma è stato pensato nell’arco di una settimana: i personaggi mi venivano davanti da sé. Quando c’è qualcosa, le cose accadono, dico io.

Quando mi chiedono come si fa, io dico sempre che se il talento c’è ed è incanalato in una disciplina e in una intelligenza, le cose funzionano: l’artista intelligente è l’artista che sa che c’è qualcosa di buono e sa dove deve migliorare. Se viene incanalato e supportato dallo studio e da tanta, tanta, tanta passione, poi le cose arrivano.

 

È importante la modalità di passaggio dal teatro classico al musical? C’è un denominatore?

Certo. È come andare a cena e mangiare per forza una cosa sola: quando c’è la possibilità di fare tante cose diverse è meraviglioso, perché poi c’è la possibilità di decidere quali vuoi tornare a fare e quali non vuoi fare più.

Nel mio caso rifarei tutto, però è stata una fortuna partire dal classico, perché il classico è necessario, è formazione, nel classico c’è già tutto: il resto è tutta riproposizione  e riadattamento del classico.

Poi c’è il classico “classico” e il classico contemporaneo: pure Beckett è classico, ti ci devi confrontare.

 

 

Fine prima parte.

 

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