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Claudio Zanelli, cominci a studiare prestissimo teatro dedicandoti alla prosa.

Sì, io vengo dalla prosa. Ho lavorato per tantissimo tempo nella prosa a Ostia, nel giro del teatro ostiense che è una realtà teatrale abbastanza sviluppata, con tanti teatri e io facevo solo prosa.

Quello che manca a Ostia, però, è l’esperienza musical. La mia passione per questo genere nasce dal musical in inglese. Ho frequentato corsi di formazione teatrali in lingua straniera e ho fatto molti spettacoli in inglese con l’Associazione Arts In English.

Poi ho cominciato a fare musical a livello professionale coi matinée al Sistina, con La Compagnia delle Stelle. Prima era più a livello amatoriale. 

Nella tua formazione c’è stata l’Accademia Corrado Pani di Pino e Claudio Insegno.

Mi sono ritrovato alla Corrado Pani per un motivo. Ho sempre fatto teatro per gioco, non pensavo di poterlo fare come lavoro. Un giorno mi viene a vedere Davide Nebbia durante lo Zoo di Vetro di Tennessee Williams e mi dice: “mi piaci, sei bravo”. Lui stava facendo il secondo anno alla scuola di Ingrassia e gli avevano dato la direzione del saggio. E mi dice perché non vieni con me a fare questo spettacolo di fine anno?

Io contentissimo vado e per la prima volta vedo come è fatto il teatro a livello professionale ed è lì che mi innamoro dell’ambiente teatrale professionale, che per la prima volta esco fuori dal giro di Ostia e vedo qualcosa di più bello, più grande più completo e dico: aspetta allora c’è tanto di più.

Da lì ho deciso di cominciare a studiare e diventare un attore . Ho fatto il provino alla Corrado Pani e sono stato preso. E’ stata un’ottima Accademia. 

Dopo l’Accademia arrivano i primi lavori grossi.

Esatto. Dopo l’Accademia il primo lavoro che faccio sono le matinèe al Sistina con La Compagnia delle Stelle con la regia del compianto Tommaso Paolucci e lì comincia, piano piano, la mia gavetta: matinée, spettacoli vari fino ad arrivare a Jersey Boys. 

Eccolo: Jersey Boys! Nello spettacolo tu sei Nick Massi. Chi è Nick Massi?

Nick Massi è la verità. Nick Massi è la prima, sotto certi aspetti l’unica, persona che racconta tutta la verità. Tommy è quello che fa vedere il suo punto di vista, tirando acqua al suo mulino; fa vedere che è stato lui  creare il gruppo, che è stato lui ad assumere Bob Gaudio, eccetera. Bob Gaudio si sente un fico, un genio: sono io che ho scritto le canzoni, io che vi ho portato al successo. A un certo punto arriva Nick e fa capire a tutti che non era tutto rose e fiori come loro raccontavano, perché ognuno raccontava solo le cose belle del gruppo. Io arrivo e porto a galla le magagne, i problemi. Racconto la parte del Tommy “casinaro”, che spreca i soldi; la parte del Bob freddo e calcolatore; racconto quello che a un  certo punto non vorresti sentirti dire. Sembra essere tutto bello, andare tutto bene, poi, il primo atto si chiude con una notizia che ti lascia con l’amaro in bocca. Il secondo atto si apre con la mia parte in cui dico: va bene, fino adesso sono stato zitto, ora parlo io e dico tutto quello che non ho detto fino a quel momento.

Il mio personaggio è un personaggio che attorialmente esplode nella seconda parte. La cosa complicata, una delle difficoltà attoriali affrontate, è che nella prima parte, , il personaggio rischia di risultare dimesso sul palcoscenico, proprio perché il recitativo è ridotto all’osso. Anzi che Claudio nel suo riadattamento del copione ha aggiunto qualche piccola battuta a tutti, ma in generale il mio personaggio è abbastanza silenzioso, per un motivo, perché quando parla poi esplode. Il classico vulcano dormiente. 

In questo ti assomiglia?

(Sospira) sì. Dico la verità. Noi abbiamo questo progetto di fare qualcos’altro tutti insieme, abbiamo già registrato un pezzo. E’ allucinante perché ogni tanto ci ritroviamo a parlare tra di noi e si creano certe dinamiche per le quali ci guardiamo negli occhi e ci diciamo che i nostri personaggi ce li portiamo dietro nella vita. Se c’è una cosa su cui Claudio è stato magistrale è stata quella di creare un cast, parlo soprattutto di noi quattro, in cui le caratteristiche individuali degli attori calzano a pennello coi personaggi. Tant’è che dopo alcuni giorni ha scambiato i ruoli di Marco e Flavio perché i loro personaggi, Tommy e Bob, erano più vicini all’uno che all’altro e infatti ne sono usciti molto molto bene. Se prima erano bravissimi, adesso sono perfetti, perché i personaggi calzano a pennello. 

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Foto di Consuelo Busi

A proposito delle caratteristiche dei personaggi e di questa vicinanza ad alcuni aspetti del vostro carattere, dammi un aggettivo o una definizione per ognuno dei tuo tre colleghi.

Alex Mastromarino è prezioso, innanzitutto per le sue caratteristiche vocali. Penso che performer in Italia che riescono a fare quello che fa lui, se ce ne sono, io non li conosco. Poi la dedizione che mette in quello che fa va oltre ogni limite.

Marco Stabile è emozionante. Marco è la carica emotiva del gruppo, è quello che quando tu sei alla ricerca di qualcosa sul palcoscenico lui con uno sguardo ti dà quello di cui hai bisogno sempre. E’ un punto di riferimento sul palco.

Flavio Gismondi è geniale. Abbiamo fatto una versione di Defying Gravity in stile Jersey Boys, anni ’50, e Flavio l’ha scritta, arrangiata e armonizzata e dovresti sentire cosa è! Veramente geniale. 

Parigi? Cosa è stata?

Grasso! (ride). Ho preso tre chili!

E’ stata la mia prima esperienza all’estero. E’ stata un’emozione altalenante perché, non andando in scena tutte le sere, era complicato prendere un vero e proprio  ritmo, che per noi attori è molto importante. A parte queste piccole difficoltà, è stata un’esperienza indimenticabile.  E’ stata anche una mezza vacanza!

Recitare per delle persone che non capiscono la tua lingua e arrivare lo stesso è incredibile, emozionante. La certezza che arriva ce l’hai quando a fine spettacolo 1500 persone si alzano in piedi per la standing ovation. Lì sai che, nonostante la differenza linguistica, lo spettacolo è arrivato.

Infatti c’è in programma il ritorno a Parigi, ma stavolta in lingua francese. Me lo auguro con tutto il cuore, sarebbe ancora di più una sfida. 

Un sogno, un progetto che vorresti realizzare?

Ho un paio di sogni nella vita. Uno è che vorrei calcare il palco del Teatro Argentina di Roma. Sarebbe un bel traguardo, trattandosi di un teatro in cui si fa prosa ad alti livelli.

L’altro sogno è interpretare Antonio Salieri nell’Amadeus, uno dei ruoli più belli che sia mai stato scritto.

Pensa che io venni preso nel mio primo lavoro grosso perché fu Pino Insegno a farmi studiare il monologo finale di Salieri nell’Amadeus e lo portai proprio al provino per le matinée al Sistina.

Pensa te se riuscissi a fare Amadeus all’Argentina: sarebbe il top per me. Poi c’è uno dei miei attori preferiti in assoluto che ha interpretato quel ruolo e che è Sir Ian McKellen. 

Ringrazio Claudio per questa bella intervista fatta strada facendo in viaggio da Milano a Roma di notte (non guidava lui in quel momento) tra gallerie e la linea che andava e veniva! Grande disponibilità!

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