imma

 

 

imma imma2 imma3

 

Immacolata Concezione è la storia di un microcosmo siciliano, un mondo a parte fatto di ignoranza, omertà e violenza, ma anche di spontaneità e irruenza carnale. C’è la brutalità e l’animalità del piccolo mondo rurale, ma c’è anche la schiettezza, grezza e rude del sempliciotto. Ciò che è fuori è avvertito come lontano ed estraneo: mentre in Europa esplode la Seconda Guerra Mondiale, una guerra privata, più vera, più reale, più concreta, più vissuta ha luogo nel profondo della Sicilia e Concetta è colei che dona un momento di umanità perduta divenendo vittima di questa guerra eppure salvifica per i suoi aguzzini.

Siamo nel 1940. Concetta viene ceduta dal padre, pastore caduto in disgrazia a causa di un epidemia che ne ha annientato il suo gregge, a Donna Anna in cambio di una capra gravida. Donna Anna da ventitre anni gestisce con onore il bordello del paese. Concetta è una ragazza solare, silenziosa e innocente che non conosce malizia né i piaceri della carne. Nella sua ingenuità e spensieratezza non si rende nemmeno conto del posto in cui si trova e del lavoro che dovrebbe svolgere, nonostante Donna Anna non smetta di ripetere le 7 (sette!) regole della casa.

Concetta è una bellezza abbondante di vita e di carne: il suo seno prosperoso è allo stesso tempo richiamo sensuale e simbolo materno. Ben presto Concetta diventerà molto richiesta dalla clientela del bordello, tanto da suscitare l’invidia delle colleghe. Eppure nessuno sa quali siano le eccezionali arti amatorie di Concetta per le quali tutti vanno da lei e vogliono tornarci.

Concetta dona agli uomini non ciò che i loro occhi guardandola fanno loro desiderare, ma ciò di cui  non sanno di aver bisogno o che, per orgoglio, non hanno il coraggio di chiedere alle mogli che li aspettano a casa: abbracci, calore umano, comprensione, ascolto, risate, accoglienza. Concetta, nella sua innocenza virginale, pensa che “fare l’amore” significhi questo. Ella ha il potere di espandere un amore naturale e universale; lei che è vergine e non conosce l’amore carnale, mantiene la stessa ingenuità e buona disposizione anche quando viene violata da Turi, che la ama e la vuole solo per sé. Non si rende conto dell’oltraggio, anzi scopre con Turi cosa siano l’amore e il sesso e accetta con gioia la gravidanza che ne deriva. L’amore, però, spesso nel dare, perde qualcosa di se stesso:  la gravidanza di Concetta diventerà un simbolo, l’emblema di un amore puro e assoluto tanto da farla diventare Santa

Immacolata Concezione è uno spettacolo forte, vero e crudo, intimo, ma esplosivo, prepotentemente ricco di immagini, segni e simboli. La rappresentazione è fortemente evocativa e si svolge su diversi piani: letterale, metaforico, allegorico. Questa è la grande potenza della drammaturgia di Joele Anastasi capace di saper scrivere e raccontare una storia grande, ricca di immagini evocative e di saperci accostare una regia non convenzionale, profondamente ispirata e attenta sia alla narrazione che ai “caratteri” espressi dai personaggi, con l’inserimento di innumerevoli significanti di genere diverso.

C’è tutto un mondo rurale in Immacolata Concezione fatto di animalità e grettezza eppure disgraziatamente molto umano: la scena si apre con un grande vociare di gente che parte dal fondo della sala e raggiunge il palco. L’impressione è quella di stare ad una fiera di paese, al mercato degli animali e infatti Concetta appare nuda, sorridente e inconsapevole, tirata con una corda legata al collo e a cui è appeso un campanaccio. Come un animale, florido e sano, verrà barattata con una capra gravida e sana.

C’è la Sicilia: la terra e la gente, la cultura e la tradizione, anche l’odore (i mandarini, altro oggetto simbolo e feticcio). Non solo. L’elemento dionisiaco è preponderante: ricorre continuamente nella figura di Concetta, nuda, prosperosa, avvolgente; nel suo essere capra-da-latte prima e capra-da-figli dopo.

La Sicilia è negli elementi della tragedia greca qui fortemente rappresentati: la colpa del padre che ricade sui figli; i ruoli femminili interpretati da uomini; gli uomini che si trasformano in bestie, nudi, simili a satiri. La Sicilia è nel “cunto”, nel racconto della storia di Colapesce, storia nella storia che sublima la figura di Concetta in colei che dona pace e speranza, sorreggendo le pene altrui fino all’estremo sacrificio che la renderà Santa.

Il richiamo del titolo a un senso spirituale alto non deve far pensare alla presenza di elementi trascendenti: c’è invece una profonda immanenza, una radicazione a ciò che è ed esiste in quanto parte della realtà e non al di fuori di essa, collegate ad un senso esteso di paganesimo.

Parole, gesti, espressioni, relazioni concorrono a creare un mondo complesso componendo il contrasto tra azione ed emozione, tra l’uomo-come-è-nella-società e l’uomo-come-è-dentro-di-sé, senza necessariamente doverlo risolvere,  anzi non risolvendolo affatto. Dare una soluzione al dramma sarebbe affrancare i protagonisti dalle proprie colpe e responsabilità e non è questo che sembra interessare all’autore e regista. Innumerevoli sono le figure e le immagini nell’intero tessuto drammaturgico. La figura del padre: il padre che vende la figlia, il padre putativo (Don Saro) che esige e comanda, ma nell’intimità di Concetta si lascia andare al pianto; la rivolta contro il padre (sebbene putativo); il padre mai conosciuto e cercato nel riflesso dei propri occhi.

Bellissima la trasformazione in scena di Joele Anastasi che da padre e padrone di Concetta diventa Donna Anna, in un passaggio di consegne così come si passa una merce dal venditore all’acquirente che ne diviene nuovo padrone.

Ancora: i personaggi di Don Gioacchino e Don Saro sono speculari arrivando ad incrociarsi e poi Turi e Donna Anna sono tutti personaggi che identificano dei “caratteri”, dei “topoi” (ritorna la Magna Grecia e, quindi, la Sicilia); l’amore è declinato nelle sue ampie sfaccettature, dalla passione all’ossessione; il parto è vissuto e rappresentato con vividezza in tutta la sua naturale brutalità.

Poi i simboli: i mandarini; il fischio con cui Concetta chiama le capre, ma che diventa segnale d’amore, corteggiamento e riconoscimento tra gli amanti; la cinta, con cui una mano infierisce su un corpo che un’altra mano cura; le sette regole (non sei, non otto); la nudità primigenia.

Tutto questa mescolanza di significanti è rappresentata con grande ritmo, con potente energia grazie ad un suggestivo tappeto musicale originale opera di Federica Carruba Toscano (da citare anche la bellissima Scurannu agghiumannu, musica originale di Davide Paciolla) e all’inserimento di geniali divertissement che battono armonicamente la cadenza con semplici ventagli o giornali, degna raffigurazione degli antichi cori della tragedia greca.

Il mondo di Immacolata Concezione gira intorno ad una scenografia (opera, insieme ai costumi, di Giulio Villaggio) semplice ed essenziale: al centro della scena campeggia una struttura lignea a baldacchino, una giostra girevole animata dai personaggi e da manichini (altro simbolo); le tende si aprono e si chiudono sul mondo di Concetta, lasciando entrare solo ciò che necessita di essere accudito mentre il resto del mondo resta fuori.

Il dialetto siciliano non impedisce affatto la comprensione dei testi, anzi è fondamentale per calarsi completamente nel mondo rappresentato.

Federica Carruba Toscano conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, di essere un’attrice straordinaria per tecnica, interpretazione, presenza e afflato. L’intera prova attoriale è di altissimo livello: Alessandro Lui, Joele Anastasi, Enrico Sortino, Ivano Picciallo non solo accompagnano i propri personaggi principali con crescente coinvolgimento, determinazione e forza espressiva, ma anche si trasformano con abilità e agili cambi d’abito negli altri personaggi del racconto in una prova che è anche fisica e richiede grande precisione.

Immacolata Concezione, insieme a Io mai niente con nessuno avevo fatto e Yesus Christo Vogue, tutte produzioni di Vuccirìa Teatro, rientra in una forma di teatro ispirato, impegnato e colto che merita di essere tenuto in altissima considerazione.

 

Immacolata Concezione

Da un’idea di Federica Carruba Toscano

Drammaturgia e regia Joele Anastasi

Con Federica Carruba Toscano, Alessandro Lui, Enrico Sortino, Joele Anastasi, Ivano Picciallo

Scene e costumi Giulio Villaggio

Light designer Martin Palma

Musica originale Scurannu agghiumannu  Davide Paciolla

Testo musica originale Federica Carruba Toscano

Contributo drammaturgico Alessandro Lui

Scenotecnica 2C Arte

Opere di cartapesta Ilaria Sartini

Produzione  Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

Coproduzione Vuccirìa Teatro

Spettacolo vincitore di Teatri del Sacro V

 

FacebookTwitterPinterestGoogle +Stumbleupon