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TRITTICO FURIOSO
focus ricci/forte
drammaturgia ricci/forte
regia Stefano Ricci

con Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero
Liliana Laera, Marco Angelilli
Claudia Salvatore, Cinzia Brugnola
Chiara Casali, Ramona Genna
Blanche Konrad, Piersten Leirom
Mattia Mele, Simon Waldvogel
Desiree Giorgetti
movimenti Marco Angelilli

 

 

Il Trittico Furioso è concluso, l’esperienza è completa: sebbene in un percorso non cronologico, ma esistenziale e sensoriale, il viaggio è compiuto.

Imitationofdeath conclude/prosegue/interrompe il flusso drammaturgico di Ricci/Forte rappresentato del Trittico Furioso.

Dei tre, questo è il lavoro sicuramente più criptico, meno recitato e più rappresentato: il più difficile da capire, il più lento ad arrivare, non solo perché meno testuale, quanto per il condensarsi di immagini, simboli e rappresentazioni complesse, quasi mai accessibili immediatamente e non sempre necessariamente collegate le une alle altre in maniera diretta.

Anzi si tratta di un flusso molto spesso discontinuo di immagini e rimandi che sovvertono il comune vedere delle cose, ma sondano l’anima restituendone  una rappresentazione capovolta come quegli specchi che si trovano nei Luna Park.

L’immagine è reale, perché lo è l’essere che si specchia, ma viene restituita in una prospettiva diversa, ribaltata, a volte deformata senza perdere mai il senso realistico, ma semplicemente rappresentando un’altra realtà.

Si avverte in questo lavoro uno slittamento della drammaturgia “riccifortiana” verso un profondo nichilismo e verso un non detto che non può essere nominato perché imperscrutabile.

Il nemico, in questo caso, non è facilmente identificabile: non è un sentimento preciso a cui poter dare un nome, ma più un malessere dell’anima.

Tredici corpi sono stesi a terra, ancorati ad un suolo che non li vuole lasciare andare; tredici anime respirano se stesse in sacchetti di carta; tredici corpi abbandonati alla terra che vuole inghiottirli combattono con tutte le proprie forze per sollevarsi, per mettersi in piedi eretti.

Uomini e donne tentano, tra urla di dolore, grida di disperazione, convulsioni, contorsioni e contrazioni, di staccarsi da un terreno che li trattiene, da una società che li nasconde nella massa senza nome, per sollevarsi ad un livello umano e imporre le coscienze individuali contro una incoscienza globalizzata.

Un parto, anzi tredici parti: dalla terra, dal suolo, tredici corpi che respirano artificialmente, tentano la propria rigenerazione.

Una volta in piedi, restano pesantemente ancorati al suolo/presente/fintomondoreale con enormi zavorre ai piedi che verranno eliminate a fatica in un viaggio di liberazione collettivo, durante il quale ognuno indosserà un piccolo travestimento.

In una lenta processione di gruppo, uomini e donne si mischiano continuamente, alzandosi, abbassandosi, strisciando l’uno sotto o sopra l’altro, sempre avanzando verso un nastro da scena del crimine o lavori in corso.

E’ in atto un processo di presa di coscienza; il nastro viene tagliato, comincia la vita: dolcetto o scherzetto? Vivi o morti?

Il risultato non è la scoperta della vita, ma del suo contrario che non è necessariamente la morte, quanto una non-vita, l’inumazione di ogni identità.

La morte non è necessariamente l’assenza di respiro e delle funzioni fisiologiche e neurologiche quanto la mancanza di possibilità, l’impossibilità di essere considerato come individuo, la negazione dell’essere.

Allora la morte non è quella fisica, ma è morte tutto ciò che finisce, che resta incompiuto. Ogni desiderio frustrato, ogni inclinazione non assecondata, ogni ideale abortito e non difeso, ogni fallimento, ogni compromesso è una morte. Si muore ogni giorno e ogni giorno di più e in questo girotondo la coscienza annichilisce e si sopisce.

I rapporti si consumano freddi e impersonali tra prepotenti giochi di potere.

Per assurdo si vive di più nel momento in cui si muore, allora l’esistenza comincia ad essere vissuta come un’imitazione della morte e non è più se stessa, ma una parvenza di esistenza, un riflesso opaco. “Solo l’assenza di vita permette di esprimere la vita (…); il cuore si è fatto insensibile”.

Allora tutto è una corsa verso la ricerca di un’individualità persa, una rincorsa alla conquista dell’Io, alla disperata ricerca di un’autoaffermazione.

Uomini e donne, risvegliatisi dal torpore vegetativo, tentano di uscire dal buio della caverna per afferrare gli oggetti reali di cui vedono solo le ombre proiettate: è una lotta tra zombie, non morti, uno spietato duello verso l’affermazione di sé e dei propri ideali.

Un’analisi di se stessi, delle  proprie paure e dei propri limiti  nel tentativo di costituirsi come individuo e di essere riconosciuto come tale da una società non vedente.

Desideri, aspirazioni e sogni vengono urlati a squarciagola con disperazione, come se a dirli a voce alta avessero più forza di diventare reali, ma le voci del mondo ti soffocano, ti sopraffanno, ti soverchiano, la giostra continua a girare con quella musica forte, ipnotizzante che copre le urla.

Sempre in bilico tra vivere e sopravvivere, con il bisogno di esplodere che muore in una dolorosa rassegnazione.

Le domande esistenziali escono allo scoperto per cercare una risposta che dia una soluzione di senso, ma ogni tentativo viene  frustrato da una società soffocante che venera con devozione una madonna disperata e sofferente e porta in processione come un cristo privo di capacità di opporsi l’ultimo prodotto mediatico salito agli allori.

La fama è un cristo rassegnato che tutti vogliono toccare: un corpo vuoto, vivo, ma non vissuto.

Alla fine la rassegnazione è l’unica alternativa; non una soluzione, ma l’unica dimensione in cui è possibile fingere di continuare a vivere: ognuno si racchiude nelle proprie ossessioni trovando il conforto di una finta vita in oggetti che diventano destinatari di tutta la passione: bambole, medaglie, indumenti, libri, riviste, chincaglierie, medicine, alimenti, ognuno resta solo con le proprie manie perché è l’unico modo che ha per vivere ed essere, isolandosi da ciò che è fuori e lo ha ferito e può ferirlo ancora.

E’ l’ossessione per quegli oggetti che ci hanno fatto compagnia per tutta la vita senza mai deluderci e verso i quali possiamo convogliare il nostro essere come in un nascondiglio sicuro.

Come per gli altri lavori del Trittico Furioso, Still life (2013) e Macadamia nut Brittle, il linguaggio di Imitationofdeath è crudo e reale e più degli altri è fisico. Meno testo, seppur efficace e illuminante, e più agire: corpi che si muovono senza sosta, che corrono in ogni direzione, saltano, si incrociano, si accavallano, si uniscono, si respingono, sudano,  soffrono, gemono, anelano, vivono, muoiono.

Fondamentale per tutto questo linguaggio fisico il ruolo di Marco Angelini, ideatore e coreografo dei movimenti scenici, tra l’altro presente in scena: punto di riferimento per questo gruppo di magnifici artisti che sono anche atleti, nel corpo e dello spirito.

Il linguaggio figurativo e immaginifico di Ricci/Forte raggiunge un’altissima complessità in Imitationofdeath: una vera e propria orgia di corpi, gesti, ansimi, respiri, simboli e oggetti.

Muscoli tesi, nervi al limite; organi sessuali in bella mostra, ma vilipesi, offesi. I corpi esprimono i movimenti dell’anima in questa continua tensione verso un punto indefinito e irraggiungibile.

Parte integrante dello spettacolo una colonna sonora composta da musiche di generi diversi e distanti, dall’elettronica alla musica tradizionale, che non solo accompagna le scene, ma quasi le determina, caratterizzandole nelle  loro diverse valenze di significato.

Stesso scopo e potere hanno le luci, in una continua agonia tra buio e luce, fasci intermittenti di luce al neon volti ad accendere e spegnere ogni volta le coscienze.

Magnifica prova collettiva per questi attori che coi loro movimenti scomposti e concitati, irruenti e convulsi, e i loro sguardi dolorosi e tragici, assetati di vita, ma vitrei per la frustrazione, spesso puntati sul pubblico, riescono a scuotere le coscienze degli astanti.

Attori messi alla prova, come se non bastasse, anche da due momenti di improvvisazione molto interessanti, uno recitativo,  l’altro coreografico, e che dimostrano, ancora una volta, una piena adesione al progetto di Ricci/Forte, mettendosi totalmente a disposizione del loro lavoro.

Eppure resta una sensazione di discorsi interrotti, di scene a se stanti non perfettamente in linea le une con le altre (intenzione o difetto di forma?); c’è discontinuità, una sorta di singhiozzo dell’anima. E’ come un disco in vinile che gira sotto una puntina consumata: la musica è la stessa, ma ogni tanto salta.

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