_MG_1521 IL SORPASSO basso

 

Recensione di Carlo Tomeo

foto carlo

Girare  un film da un testo teatrale è cosa abbastanza normale, trasporre a teatro un film è cosa che accade meno sovente, a meno che non si tratti di un film commedia con pochi esterni. Ma creare una sceneggiatura teatrale da quella di un film che si svolge per la maggior parte in una macchina e che, specie alla fine, corre a gran velocità è cosa che sembrerebbe impossibile. Eppure è successo con il celebre film “Il sorpasso” di Dino Risi, grazie alla bravura di Micaela Miano che ne ha scritto l’adattamento, e al regista Guglielmo Ferro che, aiutato dallo scenografo Alessandro Chiti,  ha inventato lo scenario della macchina che poteva entrare e uscire sul palcoscenico frontalmente alla platea e dietro di essa si chiudevano delle strisce verticali fino al soffitto che, unite, permettevano la proiezione dell’immagine della strada che si vedeva scorrere alle spalle dell’auto. Insomma, una volta tanto, il trucco usato dai set cinematografici è servito al teatro, perché è proprio così che succede nelle scene dei film quando si vede una persona al volante e alla sue spalle scorre la strada già percorsa.

In questo modo, quello che sembrava poco fattibile, è stato realizzato in pieno.

Parlare della trama della commedia è impresa inutile, tanto il film di Risi, che risale al 1962 e che all’inizio fu anche non bene accolto dalla critica, ebbe un tale successo di pubblico negli anni a seguire che anche i critici furono “illuminati” e negli anni ’80 il film era ormai diventato un cult.

Risi volle rappresentare un periodo della nostra storia, quella del boom degli anni sessanta, ponendo l’accento su due tipologie di personaggi (in quel caso erano Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant). Nella versione teatrale i due protagonisti (il bravissimo Giuseppe Zeno nella parte di Bruno, un quarantenne nullafacente, che vive di espedienti e ama la guida spericolata e le belle donne  e il più che promettente Luca Di Giovanni, nella parte di Roberto, un giovane timido ed educato, con scarsa facilità a rapportarsi con gli altri. Per una circostanza i due vengono a conoscersi e il primo capisce subito che può sfruttare l’altro. In realtà, nella messa in scena teatrale, si comprende presto che Bruno, nonostante la parvenza di “sapientone” e le sue battute da sbruffone, è una persona che soffre la solitudine e recita da “grandeur” per attrarre l’attenzione delle persone, mentre Giovanni capisce che ha davanti a se tutta una struttura umana da costruire ancora. Bruno ha  bisogno di chi lo ammiri e quindi trova in Giovanni la vittima ideale che, almeno in un primo momento, ne rimane affascinato.

La drammaturgia non ha voluto aggiornare ai tempi nostri la vicenda, lasciando i costumi di quegli anni che vengono rimarcati da canzoni di moda in quell’epoca, come “Le mille Bolle Blu” o “Vecchio Frack”, così come la macchina, Una Lancia Aurelia, è rimasta uguale: ambientare la storia all’epoca odierna avrebbe fatalmente portato a considerare gli anni di crisi che stiamo vivendo, mentre l’essenziale della vicenda è rappresentare il rapporto che si instaura tra due personaggi  di caratteri diversi tra di loro e nello stesso tempo contraddittori singolarmente: il primo, sbruffone, dominatore che pensa di aver trovato il soggetto su cui prevaricare, il secondo, un cosiddetto bravo ragazzo che vive una vita sottomessa salvo poi, una volta ubriacatosi, trovare l’energia e la spavalderia che manteneva forzatamente sotto controllo. Due esseri entrambi diversi da quello che mostrano nei volti, nei gesti e, nelle parole e negli atteggiamenti. Rapporto nato dalla conoscenza di un giorno, l’effimero per antonomasia, tanto che dopo il fatale avvenimento, colui che faceva lo spaccone non sa neppure dire il cognome della vittima, perché non lo conosceva.

La commedia è stata rappresentata in due tempi con una scenografia che, come ho scritto all’inizio, si è dimostrata inedita e quindi vincente.

Al regista Guglielmo Ferro, grande motore di tutta l’operazione. va dato atto per come ha saputo condurre la commedia, che è scorsa piacevolmente e ha regalato, quando è stato possibile, buoni momenti d’ilarità che hanno “alleggerito” il senso della tragedia, in agguato per i conoscitori del film.

Giuseppe Zeno ha dimostrato ancora una volta la sua arte di attore di grande prestigio, calandosi in un personaggio non facile nelle sue contraddizioni. Luca di Giovanni, che all’inizio sembrava un poco impacciato, ha presto recuperato, impadronendosi delle peculiarità contraddittorie del personaggio, portando a termine un ottimo risultato.

Cristiana Vaccaro, che ha recitato in due ruoli diversi (la zia di Roberto e la ex moglie di Bruno), ha reso con bravura ineccepibile i due personaggi, molto diversi tra di loro.

Tutta la compagnia, del resto, è stata lodevole nelle varie parti di contorno che è stata chiamata a interpretare.

Pubblico molto soddisfatto. Se ne consiglia senz’altro la visione.

 

Il sorpasso

Dal soggetto cinematografico del film di Dino Risi,

Ettore Scola e Ruggero Maccari

adattamento teatrale  Micaela Miano

regia  Guglielmo Ferro

con  Giuseppe Zeno e Luca di Giovanni

con la partecipazione di  Cristiana Vaccaro 

e con  Marco Prosperini, Simone Pieroni, Pietro Casella, Francesco Lattarulo e Marial Bajma Riva

scenografie  Alessandro Chiti

musiche originali  Massimiliano Pace

costumi   Françoise Raybaud

produzione Banana srl

con ABC Produzioni, Teatro Marche e Arte Teatro

distribuzione  Banana srl

 

Si ringrazia la Sig,ra Rita Cicero Santalena dell’Ufficio stampa

in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 21 maggio.

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