Il racconto d’inverno, l’inverno del cuore dove il gelo annebbia la mente, oscura i pensieri e confonde inesorabilmente le idee portando l’animo e la mente umane a convincersi di ciò che non è vero.

Un gelo così ficcante, intenso e subdolo da salire improvviso e silenzioso come nebbia dal lago che si espande tutto intorno invadendo in un attimo il sottobosco e riempiendo ogni spazio. Allo stesso modo nella mente e nel cuore di Leonte, Re  di Sicilia, si creano un gelo ed una nebbia densa che oscura tutto lasciandolo completamente annebbiato nel giudizio, eliminando ogni lucidità, nella convinzione sempre più forte di essere stato tradito dall’amico di sempre, Polissene, Re di Boemia e dalla moglie fedele Ermione. Un convincimento così forte e pungente che si innerva in tutto il suo corpo infettando cuore e mente.

Questa è la storia de Il racconto d’inverno, in cui si racconta del Re di Sicilia che ha ospite, da nove mesi, l’amico di sempre, Polissene e che volendo che si trattenga ancora qualche giorno, ma non riuscendo a convincerlo, chiede alla moglie di provare a convincerlo. Le poche, semplici parole di Ermione riusciranno laddove le grandi insistenze di Leonte hanno fallito: Polissene “resterà”.

A quel punto il tarlo del dubbio si insinuerà nella testa di Leonte che si convincerà di essere stato tradito dall’amico e dall’amata e addirittura che la creatura che la sposa porta in grembo non sia sua, ma dell’amico. Nasce da qui la tragedia di una moglie rifiutata,  ripudiata e imprigionata e di un amico costretto a scappare grazie all’aiuto del servitore Camillo, fedelissimo non tanto al singolo uomo quanto ad un sentimento universale di umanità.

Il primo atto si dipana come una tragedia a tutti gli effetti: violenza psicologica, crudeltà senza scampo. Nonostante tutti intorno a Leonte tentino di persuaderlo che la convinzione del doppio tradimento, dell’amico e dell’amata, sia falsa, egli ormai è completamente annebbiato dall’odio e dalla voglia di vendetta.

Polissene riuscirà a tornare in Boemia ed Ermione, imprigionata, partorirà una bambina, Perdìta, che il padre deciderà di far abbandonare in un posto remoto (scena meravigliosamente drammatica). A seguito di questa decisione di Leonte, Ermione avrà un mancamento e verrà fatta credere morta dalla fedele, intelligente e forte Paolina. Mamilio, figlio di Leonte ed Ermione, morirà per il dolore. Leonte ha perso tutto in un attimo: inutile è il repentino pentimento che scaccia la nebbia dai suoi occhi e gli fa prendere atto di una realtà lacerante.

A questo punto interviene il Tempo, il Tempo che si racconta, come voce fuori campo, nel suo scorrere. Trascorrono sedici i anni, durante i quali Leonte continua a pentirsi dei gesti compiuti e dettati dalla sua folle e insensata gelosia e di piangere la morte della moglie, del figlio e l’abbandono della figlia.

La scena si sposta in Boemia, e la tragedia vira verso la commedia con tratti musicali molto netti. Polissene contrasta l’amore del figlio per una fanciulla, non perché essa sia una pastorella, ma perché deluso e amareggiato dal fatto che il figlio non voglia  metterlo al corrente dei suoi progetti. I due innamorati allora scappano e, su consiglio di Camillo, servitore fedele ai propri principi di umanità e rispetto per tutti, chiedono rifugio al Re di Sicilia. La ragazza non è altro che Perdìta, figlia di Leonte ed Ermione, abbandonata sedici anni prima in una terra lontana. A questo punto, grazie anche all’intervento di altri personaggi caratteristici e comici, la storia si ricompone dando pace al dolore di molti.

Il racconto di inverno è un bellissimo testo, interpretato magistralmente da un cast straordinario di artisti grandissimi.

L’umanità dei personaggi di Shakespeare è sempre sorprendente e il lavoro della regista Elena Sbardella, che ne ha curato anche l’adattamento, mira a guardare tra le pieghe, addentrandosi nei meandri della mente umana e scavandone nelle emozioni.

La ragione (di Leonte) si perde, cedendo alla fragilità, cadendo nella cecità e nella sordità causate dalla paura. La ragione, però, non è irrimediabilmente persa: Paolina, la Dama, mantiene una forte lucidità, nonostante un grande dolore, e agisce, senza esitazione. Anche Camillo utilizza la propria ragione e la bontà del proprio cuore per tentare di ristabilire un ordine.

Questo allestimento muove nella direzione non tanto di raccontare una storia, quanto di approfondire l’animo umano, i sentimenti più intimi e forti che muovono gli individui alle azioni. In questa direzione è visibilmente diretto il lavoro non solo della regista, ma anche di tutto l’enorme gruppo di lavoro.

Anche la scenografia è orientata in questo senso: separè scorrevoli e porte girevoli a scomparsa sono non solo ingresso e uscita dei personaggi, celamento e svelamento, ma anche veicolano le emozioni che vengono rappresentate, talvolta con ferocia, altre volte con impeto comico.

Grandissimo impegno, intensa partecipazione e, immagino, enorme sforzo di concentrazione sono solo alcune delle caratteristiche che denotano l’enorme professionalità di questi attori, tutti meravigliosi e tra i quali spiccano alcune eccellenze.

Alessandro Averone, Leonte, intenso e drammatico, ha una timbrica vocale che rapisce e che, unita alle spiccate doti interpretative, crea un personaggio tragico e spaventoso a tutto tondo.

Gianluigi Fogacci, Polissene, riveste il ruolo dell’uomo in buona fede, dell’amico fidato e rispettoso con naturalezza: anche i tratti del viso e gli occhi trasmettono sorpresa e sgomento nel primo atto e lanciano strali per l’orgoglio ferito nel secondo.

Carlotta Proietti si difende molto bene nel ruolo di Ermione, donna ferita e umiliata, ma forte e fiera nella difesa del proprio onore e della propria rispettabilità. Avrei, però, calcato un po’ di più sulla forza di carattere di questo personaggio, affinché la dignità con cui va incontro al proprio destino non venga scambiata per rassegnazione.

Strepitosa Ludovica Modugno nei panni di Paolina, la Dama forte e lucida a dispetto degli eventi tragici. Meravigliosa (d’altronde famosissima) voce, pungente, straziante, conciliante, avvolgente, suadente e interpretazione asciutta, ma altamente significativa condensata in uno sguardo, un gesto o anche solo il movimento del labbro.

Marco Simeoli, nel doppio ruolo di Cleomene, Barone di Sicilia e di Dorca, pastorella, è sempre una garanzia di successo, miscelando la bravura e la professionalità con una vis comica trascinante abbinata ad una sorprendente capacità di caratterizzazione.

Allo stesso modo cattura, colpisce e diverte Mimmo Mignemi nel doppio ruolo di Dione, Barone di Sicilia e Mopsa, altra pastorella.

Roberto Mantovani e Pietro Montandon chiudono la schiera dei bravissimi, nei ruoli rispettivamente del pastore, padre adottivo di Perdìta e di Camillo, il fedele servitore.

Meravigliosi i costumi di Cappellini & Licheri che, nei particolari curati e nella diversità di linea disegnano una sorta di scenografia in movimento. Nel segno di una consolidata tradizione della rappresentazione, dominano il rosso e il blu, colori primari utilizzati per dividere i personaggi in squadre o famiglie e che ne rappresentano un po’ l’indole. Gli abiti, poi, sono  arricchiti da disegni e sfumature sgargianti che riportano a terre lontane.

Anche le bellissime musiche di Nicola Piovani (c’è da aggiungere altro?) suggeriscono di mondi lontani, di terre assolate, con evidente richiamo ai suoni siciliani (percussioni Paolo Volpini, tastiera e chitarra Aidan Zammit)facendo da substrato ai vari momenti emozionali.

L’uso del dialetto in alcuni, precisi momenti è consono ed efficace, richiamando la differenza sociale tra i personaggi e costituendo elemento di respiro.

C’è da dire, però, che si avverte un po’ di sofferenza causata dalla lunghezza eccessiva dello spettacolo dove alcuni tagli risulterebbero salutari alla fruizione completa. Nonostante il passaggio tra primo e secondo atto, tra un prima e un dopo, sia piacevolmente ammorbidito dall’attenta regia della Sbardella,  tale armonia non è mantenuta completamente nel secondo atto che, nonostante il tono più leggero, a tratti burlesco, soffre di alcune soluzioni coraggiose, ma, forse, troppo azzardate.

Molto, però, va imputato alla struttura stessa dell’opera shakespeariana, in cui i primi tre atti (Il racconto d’inverno nasce come tragicommedia in cinque atti) sono connotati dallo stile tragico, per poi virare negli ultimi due atti verso uno stile di commedia musicale ante litteram.

Il racconto d’inverno è un ricco e meraviglioso spettacolo che, oltre a tutte le cose già dette, ha il merito di portare in scena una delle opere di Shakespeare meno rappresentate e adatta ad un pubblico eterogeneo.

Il racconto d’inverno

dal 26 agosto all’11 settembre 2016, ore 21.00
regia e adattamento di Elena Sbardella

Prodotto da Politeama Srl

Interpreti
(in ordine alfabetico)
LEONTE
MAMILLIO
POLISSENE
BUFFONE
SERVO
PERDITA
VECCHIO PASTORE
MOPSA
PAOLINA
CAMILLO
EMILIA
ERMIONE
DORCA
AUTOLICO
ANTIGONO
FLORIZEL
ALESSANDRO AVERONE
FRANCESCO DE ROSA
GIANLUIGI FOGACCI
PAOLO GIANGRASSO
FILIPPO LAGANA’
NEVA LEONI
ROBERTO MANTOVANI
MIMMO MIGNEMI
LUDOVICA MODUGNO
PIETRO MONTANDON
LOREDANA PIEDIMONTE
CARLOTTA PROIETTI
CARLO RAGONE
STEFANO SANTOSPAGO
ANDREA TIDONA
FEDERICO TOLARDO

MUSICHE
Nicola Piovani

SCENE E COSTUMI
Cappellini & Licheri

DISEGNO LUCI
Umile Vainieri

PROGETTO FONICO
Franco Patimo

ASSISTENTE ALLA REGIA
Cristina Mugnaini

MOVIMENTI DI SCENA
Alberto Bellandi

Percussioni PAOLO VOLPINI
Tastiera e chitarra AIDAN ZAMMIT

 

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