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Il mio nome è Caino

Teatro Brancaccino

8 febbraio 2020

Ninni Bruschetta, all’anagrafe Antonino, messinese, regista teatrale, sceneggiatore e attore impegnatissimo e prolifico al cinema e in televisione, riporta a teatro Il mio nome è Caino spettacolo ispirato all’omonimo romanzo di Claudio Fava, in un allestimento completamente nuovo rispetto a quello già prodotto sempre da Nutrimenti Terresti nel 2002.

Questa volta Bruschetta veste i panni del protagonista, accompagnato in scena da Cettina Donato al pianoforte e diretto da Laura Giacobbe.

Il mio nome è Caino è una riflessione intima sull’essere mafioso, non concentrata sul risvolto pubblico e sociale del personaggio, bensì sulla sua dimensione interiore.

La scena si apre su Caino che testimonia ad un processo di mafia raccontando con pazienza e dovizia di particolari i migliori modi per uccidere una vittima. La sua voce è calma e diventa più calda mano a mano che la descrizione si fa più accurata. Il racconto in prima persona poi si stacca da quell’immaginaria aula di tribunale per andare indietro nel tempo a ripercorrere le tappe che hanno fatto di Caino un crudele assassino.

Il suo nome, Caino, è in realtà un soprannome che egli stesso si era dato quando, per imporre alla famiglia e al gruppo la propria figura, condusse in una trappola Rosario, il suo migliore amico, quello che per lui era come un fratello. Caino fece uccidere Abele sacrificandolo per la causa.

Da quel momento il percorso di Caino è un’ascesa continua al potere, costellata di omicidi. Discendente di capi mafia (il padre lo era e prima di lui il nonno), Caino stravolge l’ordine interno non accontentandosi di comandare, come fino ad allora avevano fatto i capi mafia, ma decidendo di sporcarsi le mani e uccidere.

Caino abdica al comando per amministrare la morte; non rinuncia al potere, bensì lo esercita in prima persona decidendo egli stesso tempi e modi. Caino è un “professionista” duro, preciso, calcolatore, spietato, pronto a sacrificare chiunque per affermare la propria autorità.

Eppure, procedendo nella narrazione, avviene uno scarto. Progressivamente Caino manifesta la propria umanità: dietro il killer si affaccia un uomo con un sentire. Caino è testimone della guerra di mafia, ne è protagonista e allo stesso tempo vittima in certo senso. Caino è il male, l’orrore, eppure riconosce in sé una ordinarietà, una metodicità, una regola, anche una morale, di certo contorta agli occhi dei giusti, eppure con una propria lucidità.

Il mio nome è Caino poggia tutto su questo scarto, portato avanti a piccoli passi da sembrare minimo, eppure enorme. Questo scarto lo vive il personaggio e lo avverte il pubblico, forse anche con un certo malessere, per essere costretto a decidere se riconoscere o meno una sensibilità ad un uomo il cui operato è orribile.

Rifiutarlo in blocco salverebbe dallo scrupolo di coscienza lasciando come unica via una condanna netta; riconoscergli un’umanità, invece, mette in crisi, suscitando sensazioni contrapposte. Non è importante condividere o meno la visione romantica e intima di un assassino; è importante, invece, che questa visione susciti una reazione.

E’ questo che riesce a fare Ninni Bruschetta col suo Caino: insinua il dubbio se sia giusto o meno aderire alla visione romantica di un uomo schiacciato dallo stesso male che ha compiuto.

Il tutto è intrecciato, sostenuto e amplificato dalle musiche composte ed eseguite dal vivo dalla pianista, compositrice e direttrice d’orchestra Cettina Donato che spaziano da sonorità classiche al jazz e a richiami di melodie popolari e che accompagnano i cambiamenti emotivi del protagonista.

Bruschetta dal suo ingresso in scena in smoking è catalizzante: pochi movimenti, lenti, misurati; voce e sguardo catturano lo spettatore che lo segue con gli occhi e lo ascolta con attenzione; nei momenti musicali è vicino a lui, ne avverte il respiro lento. In tutto questo le luci accompagnano senza prevaricare come una presenza significativa, ma discreta.

Va reso merito al coraggio di Claudio Fava di scrivere un testo che si pone dal punto di vista dell’assassino, lui che ha visto suo padre assassinato dalla mafia, il quale ironicamente quasi giustificò gli assassini definendoli persone che facevano banalmente il loro mestiere di uccisori.

Il testo è del 1997 e si riferisce alla situazione degli anni ’70 e ’80. Un tempo forse c’erano solo le grandi organizzazioni criminali, mafia, camorra e ‘ndrangheta e tutti gli altri erano buoni. Film e numerose fiction hanno tentato di farci piacere i cattivi e spesso ci sono riusciti. Ma quella era finzione.

Oggi non esistono più solo le grandi organizzazioni criminali, spesso in guerra fra loro, ma anche organizzazioni, gruppi, enti istituzionalizzati, integrati, anzi fattivamente partecipi dell’amministrazione pubblica che si comportano da criminali. Uomini e donne che ogni giorno complottano, colludono, rubano e ogni sera tornano a casa dalla famiglia come se niente fosse. Questa cosa, forse, fa ancora più paura.

NINNI BRUSCHETTA

in

IL MIO NOME È CAINO

DI CLAUDIO FAVA

CON CETTINA DONATO AL PIANOFORTE

ALLESTIMENTO MARIELLA BELLANTONE | COSTUMI CINZIA PREITANO | DISEGNO LUCI RENZO DI CHIO | DISEGNO SUONO PATRICK FISCHELLA | PROGETTO GRAFICO RICCARDO BONAVENTURA | ILLUSTRAZIONE ANTONELLA ARRIGO | COACH LUCA AMOROSINO

REGIA LAURA GIACOBBE

PRODUZIONE MAURIZIO PUGLISI PER NUTRIMENTI TERRESTRI

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