Quanti pensieri inseguiamo ogni giorno; quanti atti diversi compiamo ogni giorno.

Se, arrivati alla sera, dovessimo raccontare i molteplici eventi accaduti in una giornata e i mille pensieri che hanno affollato la nostra mente, ne verrebbe fuori un discorso apparentemente sconnesso, come sconnessa è la nostra vita sottoposta a infiniti input e stimoli diversi, fatta di elementi lontani tra loro e divergenti, una sorta di soliloquio folle e disperato.

Se considerassimo poi non gli eventi di un solo giorno, ma quelli di una vita intera, è facile immaginare come i sentimenti e le sensazioni accumulate nel tempo possano uscire fuori in maniera impetuosa e torrenziale senza un apparente filo logico.

Ancora: se le vite da raccontare fossero tre, simultaneamente, potete solo lontanamente immaginare il caos e la confusione che si potrebbe generare.
Ecco: noi viviamo continuamente nel caos e nella confusione.

E’ questo il pensiero finale che ha stimolato in me la visione di questo interessantissimo e sagace spettacolo: Fak Fek Fik.

Tre giovani donne raccontano se stesse, le proprie vite così diverse, simultaneamente sulla scena in un accavallarsi vicendevole: tre lucidi deliri di tre menti che hanno vissuto e si sono fatte vivere; tre anime logorate dall’esistenza quotidiana e dall’inevitabile e implacabile influenza che il mondo circostante ha su tutti noi, che ne siamo consapevoli o meno.

In effetti, il loro è un percorso di consapevolezza, di presa di coscienza del proprio Io nei confronti di una vita che scorre rapida, fugace, frivola e crudele, che si rinnova nel suo consumarsi, una vita che ci fagocita in un caos di gesti, parole e stimoli continui e si alimenta con il logorio delle anime che attraversa.

Allora, l’apparente sconnessione assume un senso ampio, globale e disperatamente tragico.

La prima figura ad essere introdotta è quella della Madre: madre/matrigna viene subito da pensare, ed è così, ma non solo. Madre una e trina; madre grande, potente, generatrice, fecondatrice, datrice di vita; casta e pura pur nel suo continuo generare; ma anche madre vilipesa, offesa, torturata, violentata, che esprime la sua maternità nel concepire il frutto di tanta violenza e che viene umiliata nella frustrazione di quella procreazione; fecondata e costretta ad abortire.

Dall’altra parte la figura del Padre: classico padre/padrone, uomo anaffettivo che esprime la propria autorità nella violenza verso la donna, che sia moglie, compagna o figlia, senza differenza alcuna, senza rimorso, mosso dalla volontà di fare del male e di essere l’unico ad avere il potere. Potere di prendere, potere di lasciare, potere di decidere, potere di creare e di non far generare; deciso ad utilizzare tutti come mezzi e strumenti per assecondare la propria sete di controllo.

Le tre giovani sul palco sono tre donne che vivono lo sforzo di raccontare se stesse, di far sentire la propria voce al di là del muro della consuetudine, del luogo comune, del pregiudizio sociale, delle strutture precostituite, denunciando i meccanismi banali, ma crudeli, che la società ci impone.

Fak Fek Fik è un testo che riprende Le Presidentesse di Werner Schwab trasportando le tre arzille donne in un contesto diverso, riportandole indietro nel tempo e raccontandole come giovani donne. Il testo, scritto dalle tre attrici Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa, Arianna Pozzoli e dal regista Dante Antonelli, quasi di getto, lasciando spazio, nel momento della recitazione, a sprazzi di improvvisazione, comincia là dove Le Presidentesse finisce, portando in scena il non detto di Schwab. Una sorta di rielaborazione, ma anche una storia nuova in un contesto generazionale diverso.

In questo testo surreale, grottesco, appassionato, crudele, che non lascia scampo alla redenzione o al perdono, ricade tutto il nonsense della nostra vita, rientrano tutte quelle vicende che ogni giorno ci capitano e ci cambiano impercettibilmente, poco a poco eppure drammaticamente.

Viene reclamata a gran voce l’indipendenza femminile, la solida fiducia nel fare.

Fortissima è la polemica e la lotta contro il consumismo contemporaneo che non è solo quello economico costituito dalla massificazione dei consumi, dalla imposizione dei prodotti da acquistare e dalle marche da scegliere, dettato da pubblicità martellanti che ti fanno solo illudere di scegliere cosa acquistare e cosa utilizzare, ma, in realtà pilotano ogni scelta; non ci sono opzioni libere, solo scelte indotte.

Soprattutto e di conseguenza, è anche un consumismo dell’anima: consumiamo relazioni e rapporti nella più banale mercificazione, usando frasi fatte e muovendoci in un mare di luoghi comuni, massificando ogni circostanza della nostra vita, adeguandoci anche inconsapevolmente a ciò che ci circonda, perdendo ogni minimo spirito critico, consumando tutto con foga senza assaporarne il sapore, utilizzando il corpo e il sesso come mezzi per raggiungere un scopo e non come strumenti di comunicazione o veicoli per raggiungere un incontro e un piacere.

Allora il nostro corpo diventa solo il nostro involucro, qualcosa che perde di valore e che può essere usato, offeso, qualcosa che si può concedere agli altri perché ne abusino senza che la coscienza ne sia minimamente colpita o ne resti afflitta, meno che mai affranta.

Le vite delle tre protagoniste si intrecciano in racconti deliranti e ansiosi di manie assurde, eppure che ormai così naturali, attraverso parole e fatti che vengono citati, lasciati, ripresi, prestati, mai resi.

Così, attraverso il racconto di tre feste diverse a cui le tre donne partecipano, i discorsi fatti all’inizio tornano ad esigere il conto, imponendo una realtà dura, cruda, fatta di falsità e violenza nel disperato tentativo di reclamare un minimo di dignità umana (io sono questa).

Mentre tutto questo accade, in sottofondo si sentono i rumori della città, le macchine che passano, le voci della televisione, le musiche trasmesse dalla radio, il vociare della gente, la confusione della discoteca.

Fak Fek Fik è un percorso che, attraverso lo svilimento di tre anime, il loro tormento e tormentarsi, il loro essere usate e abusate, reclama una presa di coscienza individuale prima e collettiva dopo, combattendo ogni forma di monopolio e dipendenza: da quello delle sigarette, a quello della pubblicità, da quello della religione a quello della credenza popolare; da quello dei prodotti confezionati a quello dei cibi biologici…
Una lotta con se stesse e con il mondo per essere se stesse nel mondo.

Dal progetto laboratoriale SCH.LAB
Con il sostegno di Teatroavista – Centro di formazione e produzione teatraleCon il patrocinio di Forum Austriaco di Cultura Roma
FÄK FEK FIKLE TRE GIOVANI
WERNER SCHWAB

regia. Dante Antonelli
con Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa, Arianna Pozzoli
drammaturgia. Dante Antonelli, Martina Badiluzzi, Giovanna Cammisa, Arianna Pozzoli

ambiente scenico. Francesco Tasselli
ambiente sonoro. Samovar
costumi. Nina Ferrarese

gestione progetto. Annamaria Pompili
organizzazione. Giorgia Buttarazzi
ufficio stampa. Marta Scandorza
foto. Silvia Garzia, Gabriele Savanelli
video. Francesco Tasselli
progetto grafico. Serena Schinaia

Per maggiori informazioni
https://www.facebook.com/fakfekfik
www.fakfekfik.wordpress.com

 

 

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