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Sala Umberto

21 aprile 2017

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello è il romanzo che, insieme ad altre letture, come per esempio le opere di Kafka, ha segnato profondamente il mio viaggio di ricerca interiore e di senso del mondo nel periodo dell’adolescenza, continuando ad operare sottotraccia per tutti gli anni successivi, lasciando segni indelebili nel mio spirito.

Questo romanzo è l’ultimo di Pirandello ed è quello che ne sintetizza in maniera più completa il pensiero.

Il protagonista, Vitangelo Moscarda, persona ordinaria che vive di rendita avendo ereditato da giovane la banca del padre, un giorno, a seguito di una “innocente” osservazione della moglie relativamente all’essere storto del suo naso, entra in una crisi di identità, realizzando come lui, che si era sempre ritenuto Uno, fosse Centomila agli occhi degli altri e quindi, in fondo, realmente Nessuno.

Uno, nessuno e centomila è il romanzo dell’autoconsapevolezza, della presa di coscienza di sé, ma non come uno, bensì come altro da sé.

Ne deriva per il protagonista, così come per l’uomo che abbracci questo pensiero, un processo di disgregazione dell’Io fino ad allora concepito, ma non realmente vissuto, che porta alla creazione di un nuovo modo di vedersi e sentirsi, o, meglio, percepirsi.

Vitangelo Moscarda, sconvolto da questa presa di coscienza stravolgerà la propria vita e quella di chi gli è accanto, nel tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, arrivando ad esser preso per matto dalla gente che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come loro lo vogliono vedere e, forse, a diventar realmente matto.

Si tratta, però, di due concezioni di follia diverse: mentre per gli altri Vitangelo sarà matto perché non compreso nelle sua azioni e nelle sue parole, così distanti e discordanti col pensiero comune, per se stesso sarà libero da ogni regola in una follia che gli farà intendere il mondo con occhi diversi.

Per Pirandello la follia è lo strumento di contestazione di un ordine fittizio stabilito dalla vita sociale, l’arma che abbatte le convenzioni rivelandone l’inconsistenza e Vitangelo esprimerà al massimo questa contestazione arrivando a rifiutare ogni identità, la sua stessa e quella che gli altri gli attribuiscono ogni volta diversa, e addirittura il proprio nome, che quella identità vorrebbe sigillare in una forma fissa, abbandonandosi invece al flusso della vita, morendo e rinascendo ogni volta nuovo in ogni cosa, solo, ma estraneo anche a se stesso.

Enrico Lo Verso interpreta con strabiliante bravura e coinvolgimento questo testo che già in Pirandello nasce come un soliloquio in cui però si richiama spesso il coinvolgimento del lettore ponendo domande, cosa che, allo stesso tempo, sottolinea il valore universale del messaggio.

Lo Verso dà voce alla frantumazione dell’io di Moscarda e dell’uomo in genere, ma anche alle voci e ai pensieri degli altri (la moglie Dida, Marco Di Dio e la moglie Diamante, Anna Rosa, Quatorzo e Firbo, la gente in generale) e lo fa, con inflessione siciliana, adottando toni e registri diversi, come è giusto che sia, che non sono solo voci, parole, ma richiami a quella realtà ritenuta dai più oggettiva e che invece il personaggio combatte in nome di un riconosciuto relativismo.

Oltre alla difficoltà intrinseca del testo stesso, credo che la più grande sfida sia riuscire ad essere contemporaneamente narratore e protagonista, voce sola e voci degli altri; essere qui, ma anche essere altrove; essere, appunto, “uno, nessuno e centomila”.

Enrico Lo Verso affronta questa sfida con grande intenzione, trasporto e concentrazione e la vince. Riesce a mantenersi su una strada che ogni volta ha deviazioni. La strada, diciamo così, è quella del narratore, che è anche protagonista, Vitangelo Moscarda, che Enrico fa vivere della sua presenza; le deviazioni sono i cambiamenti emotivi dello stesso, i suoi dubbi, le voci degli altri, le contrazioni e le dilatazioni che fanno del racconto un flusso di coscienza.

In una scenografia volutamente scarna, fatta di due cubi e poche cornici e specchi che pendono dall’alto ai lati, emblematici dell’essere per se stessi e dell’apparire agli altri e del gioco del riconoscimento-non riconoscersi, Lo Verso porta lo spettatore in quel flusso di coscienza di cui si è appena detto e da cui, per primo, è animato.

Ancora dopo anni Pirandello parla e ancora dopo anni sento che ha da dirmi qualcosa in parte di nuovo.

Ho sempre letto e interpretato Uno, nessuno e centomila come un ripiegamento su se stesso dell’uomo che, dopo aver scoperto di essere molteplice per gli altri, si ritrova ad essere nessuno per se stesso e ragiona sulla propria alterità rispetto agli altri e conseguente solitudine. Invece, l’interpretazione di Enrico Lo Verso sembra più mirata sulla necessità di affermare la propria esistenza agli altri e nonostante gli altri, proprio partendo dal concetto di alterità.

Questa è ancora la dimostrazione di quanto Pirandello sia attuale e il suo messaggio eterno ed universale. Anche questa differenza tra l’io lettore e l’altro attore è testimonianza di quanto tutti siamo sempre Uno Nessuno Centomila.

Uno Nessuno Centomila

adattamento e regia Alessandra Pizzi

con Enrico Lo Verso

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