Teatro dell’Orologio

6 novembre 2015

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Emigranti è uno dei maggiori successi a livello mondiale di Slavomir Mrozek, drammaturgo e scrittore polacco, intellettuale che ha vissuto in prima persona il disfacimento culturale del proprio paese e aperto contestatore del regime comunista polacco.

Slawomir Mrozek è famoso per il suo stile ironico e tagliente e la capacità di affrontare anche il tema più ingombrante con leggerezza e un umorismo graffiante e surreale.

Emigranti è un testo che può essere affrontato da diverse angolazioni senza mai perdere la propria specificità. E’ stato infatti rappresentato sia seguendo una lettura totalmente realistica, sia, al contrario, completamente surreale.

In questo allestimento diretto da Giancarlo Fares, che è anche uno dei due protagonisti, e prodotto da Mauri-Sturno, è possibile riscontrare una compenetrazione di entrambi i piani di lettura, per una realizzazione completa e articolata, ma sempre sciolta.

Emigranti racconta la storia di due emigrati che vivono in una cantina. È la notte dell’ultimo dell’anno e i due la trascorrono raccontandosi le proprie vite. Uno è operaio, nipote di contadini, l’altro un intellettuale.  Uomini diversi con sogni differenti, diversi per classi sociali, nel modo di parlare e nel ricordare il paese dal quale provengono.

Prima ancora di vedere lo spettacolo mi ero immaginato qualcosa di completamente diverso; avevo pensato di assistere ad una guerra tra poveri, uno scontro tra extracomunitari che lottano per uno spazio in cui lavorare, rubandosi risorse a vicenda.

Emigranti NON è nulla di tutto questo.

Lo spettacolo racconta la vita di due emigrati che si ritrovano a vivere in un paese straniero per ragioni differenti che verranno svelate solo nel corso della storia.

Uno è un operaio figlio di contadini, un uomo semplice, uno che non si fa tante domande e le cui risposte sono sempre molto lucide e realiste.

L’altro è un alto intellettuale, un uomo che analizza, esamina, disseziona tutto, sempre alla ricerca delle motivazioni che sono dietro ad ogni scelta e ad ogni azione, sempre pronto ad applicare un’interpretazione sociologica, psicologica e antropologica ad ogni evento.

Due personaggi completamente distanti, che non si conoscono e non si fidano l’uno dell’altro.

Durante la notte dell’ultimo dell’anno, tra i due nasceranno discorsi vari e i pensieri prenderanno il largo tra bugie, mezze verità, sogni raccontati e piani che verranno svelati.

Il tutto è raccontato con grande simpatia e ironia; il testo è fatto di rapidi scambi di battute, a volte divertenti altre volte sottilmente allusive, altre volte ancora provocatorie.

I personaggi si affronteranno in un incontro dialettico tra il comico e il grottesco facendosi avanti e poi ritirandosi, cercando di conoscersi e studiarsi.

Dopo vari scambi di battute e indagini psicologiche sul comportamento umano, i due arriveranno alla resa dei conti: le carte verranno scoperte e il risultato è sorprendente.

Tra genuini desideri di una vita semplice, teorie evoluzionistiche e analisi complottiste i due personaggi non saranno solo due conoscenti stranieri che dividono l’ angusto spazio di un sottoscala, ma diventeranno due modelli, esempi diversi del frutto della società contemporanea capitalista e individualista, dove la vita spesso più che vissuta viene subita.

Tutto questo fino al disvelamento finale, fino a quando l’uomo capirà che quelle che vede sulla parete sono ombre, ossia solo proiezioni della realtà e che la realtà è altra da come l’aveva immaginata fino adesso.

In fondo entrambi sono schiavi del potere in modo diverso, sia chi si adegua sia chi lo combatte.

I due personaggi sono diversi, ma si compensano diventando due figure parallele: ognuno vittima e carnefice allo stesso tempo.

Non hanno neanche un nome, forse a sottolineare l’universalità della storia, ma anche la solitudine dell’individuo e l’ineluttabile incomunicabilità che esiste tra gli esseri umani.

Giancarlo Fares e Marco Blanchi sono bravissimi; interpretano con grande forza e fisicità i due personaggi, caratterizzandoli ognuno in maniera precisa e particolare.

Fares interpreta l’operaio, l’uomo semplice, che si accontenta del frutto del suo lavoro; un opportunista, bugiardo quanto basta, e ne fa un personaggio buffo, divertente, a tratti grottesco con quei bellissimi momenti di estraneità con cui il personaggio si ritira dal conflitto verbale ripetendo le ultime parole dette con un atteggiamento remissivo di scuse.

Mi è difficile descrivere il modo in cui Giancarlo Fares recita in questo spettacolo; è qualcosa di bellissimo, un’ interpretazione che cambia sempre; a volte è forte, altre volte ha paura, altre volte ancora è aggressivo, altre ancora dolce e ogni volta quegli occhi cambiano espressione, la bocca si piega in un verso o nell’altro a seconda del sentimento.

Una figura curata nell’intonazione, nell’accento, nella cadenza che ricorda, come ha ben detto qualcuno, il modo di recitare di Renato Rascel.

Blanchi fa da perfetto contraltare a Fares non solo per il suo personaggio, un po’ sopra le righe, sempre eccitato e in preda a mille teorie evoluzioniste, sociologiche o complottiste, ma anche perché egli stesso bilancia perfettamente la figura del collega per bravura e fisicità.

Meravigliosamente preso a dimostrare continuamente le più varie teorie, è un elemento dinamico della scena, la cavalca, la possiede, ma soprattutto la contiene con gli occhi; Marco, che tra l’altro ha una bellissima voce, riesce a farti vedere coi suoi occhi e mantenere viva l’attenzione dello spettatore anche nei momenti di pausa durante i quali il suo sguardo corre dal blocco alla penna, o dal libro alle pareti della camera.

Emigranti è un bello spettacolo tenuto su con ritmo e gusto.

La regia si basa sull’equilibrio tra reale e surreale ed è un alternarsi tra l’uno e l’altro con leggerezza, senza risultare mai stucchevole.

La scenografia è essenziale, ma precisa; gli elementi sono pochi, ma tutti calcolati e rappresentano passo passo la storia che viene raccontata: i giornali, i libri, le sigarette, i poster attaccati al muro, il pupazzo che viene stretto tra le braccia dall’operaio, le candele, il liquore, la scatoletta, ogni oggetto è funzionale alla scena e al racconto.

Emigranti non è solo uno spettacolo sul tema dell’emigrazione e sulle soluzioni per la sopravvivenza, ma anche un viaggio drammatico, ironico e surreale nella solitudine dell’uomo e l’incomunicabilità tra gli esseri umani.

EMIGRANTI

di Slawomir Mrozek

con Marco Blanchi e Giancarlo Fares

Regia Giancarlo Fares

Aiuto regia Vittoria Galli e Viviana Simone

Scene Alessandro Calizza

Costumi Gilda

giancarlo fares