Recensione di Carlo Tomeo

 foto carlo

Ogni tanto torna in voga la bella commedia scritta nel 1983 da Franca Rame e Dario Fo, e metto per primo il nome della Rame perché, su confessione dello stesso Dario Fo, fu lei quella che partecipò maggiormente alla stesura. Lo si comprende, assistendo alle varie rappresentazioni che si sono succedute negli ultimi tempi, considerando che in un anno, diverse compagnie mettono in  scena questa famosa commedia. Il perché è facile intuirlo: intanto il tema è sempre attuale e non necessità di aggiornamenti (a meno che non si voglia rappresentare in una forma sperimentale, peraltro inimmaginabile). Altra caratteristica, che la rende di facile messa in scena è la mancanza di scenari particolari e di un numero cospicuo di attori: è, infatti, recitato da due soli personaggi, tranne un terzo che appare alla fine ed è poco più che una comparsa. Inoltre, elemento questo non del tutto trascurabile, la pièce è in chiave comica e attira ancora più facilmente il pubblico.

Il tema, anche se la commedia è stata scritta nell’83, in realtà è riconducibile al ‘68, e al movimento dei “figli dei fiori”, quando si propagandava l’amore libero quasi come una forma di protesta contro la vita borghese e bacchettona. In realtà l’uomo in particolare, ha approfittato di quelle nuove ideologie per “portare allo scoperto” le sue eventuali infedeltà nei confronti della propria compagna. La storia è costruita anche tenendo conto del rapporto spesso turbolento sul piano sentimentale che Dario Fo e Franca Rame vissero in quegli anni.

Nella commedia della produzione Mò-Mì, i protagonisti sono una coppia trentenne dei nostri anni, interpretati da Lidia Miceli e Alessandro Moser, che vive la solita storia conflittuale dove l’uomo è infedele alla sua compagna che non riesce ad accettare i vari tradimenti del marito. In realtà, più che rappresentata, la storia viene raccontata dalla donna, Antonia, con il supporto del marito che cerca di giustificare il suo modo di vivere il rapporto che ha con la moglie, con frasi che, secondo il suo punto di vista, dovrebbero gratificarla: e cioè che le donne che incontra occasionalmente non sono altro che semplici avventure sessuali, mentre quello che conta realmente è il vero amore che prova per la moglie che, dopo i primi anni entusiasmanti dal punto di vista sessuale, ora si è tradotto in una stima senza limiti nei confronti della”dolce metà”. La donna soffre di questo stato, passa da un tentato suicidio all’altro, tramite vari medicinali assunti in forma copiosa, dove la cosa peggiore che possa provare sono le diverse lavande gastriche che deve subire ai pronto soccorsi e le successive sedute psicoanalitiche a cui poi si sottopone.

L’uomo arriva una volta a portare a casa anche una sua amante, di giovane età, e che, secondo il suo modo di pensare, la moglie dovrebbe accettare senza farsi problemi.

Ad Antonia non rimane che la separazione oppure, amando ancora il marito, accettare la proposta che lui le fa, e cioè di aprire il loro rapporto ad avventure esterne con altri amanti, nel senso di “concedere” alla donna quello che lui stesso si concede da tempo pur sapendo che la moglie mal l’accettava. Una coppia aperta, insomma, che , se appariva rivoluzionaria alla fine degli anni sessanta, è oggi accettata tacitamente dalle coppie moderne. Alla donna, pur di non separarsi del tutto dal marito e, dopo aver seguito tutta una serie di sedute in palestra e di diete alimentari dimagranti per poter apparire più appetibile agli occhi maschili, accetta a malincuore, prima, ma poi con una rinnovata (almeno sembra) rinascita ai piaceri della  vita. È risaputo che, nella stragrande maggioranza dei casi, la donna ama in modo diverso dell’uomo: mentre quest’ultimo, in effetti, “bada più al fattore sessuale”, la donna mette in primo piano la forma sentimentale, con tutto quello che ne possa conseguire: se l’uomo fa in fretta a rimuovere l’atto infedele, la donna lo deve metabolizzare giustificandolo con il sentimento. E questa può essere una forma di impedimento alla vera natura in cui nasce il concetto di coppia aperta, nel senso che la coppia “legale” rimane comunque sempre tale nel tempo, nonostante le “scappatelle” dei suoi componenti, ma rischia di disfarsi se la donna non ha la stessa indole dello “scappa e fuggi sessuale” del marito.

Come finirà questa storia è risaputo, tanto nota ne è la trama che non mi ha impedito neanche di raccontarla a grandi linee e per un breve riassunto, salvo il fatto che il finale scelto dai due attori-registi è da interpretare, a seconda del modo di vedere da parte dello spettatore. I due, infatti, tendono a sottolineare che “amare è volere il bene dell’altro” e questo concetto è applicabile in diversi modi nella piéce.

A parte l’ottima prestazione di Alessandro Moser non si può evitare di ammettere che la vera protagonista, più che la coppia in sé, è la donna interpretata da Lidia Miceli, bravissima sia nelle parti in cui espone drammaticamente la sua situazione di donna tradita, sia in quella più divertente, quando, accettata la proposta del marito, si dà da fare per “rimettersi a nuovo”.

C’è un  suo monologo centrale della commedia in cui racconta delle estenuanti sedute in palestra e delle tristi diete alimentari povere di calorie cui si sottopone per assumere l’aspetto di una donna desiderabile agli sguardi dei maschi. Per fare questo si trasferisce nella città natale e nella fase “ricostruttiva” del corpo è seguita dal fratello moderno, oltreché sospettato camorrista, che le insegna anche gli atteggiamenti da usare per interessare agli uomini. Tutto il racconto di questa specie di odissea è divertentissimo, tale da travolgere il pubblico dalle risate.

La bravura di Lidia Miceli si estende anche nel suo modo di interloquire che ne caratterizzano lo stato d’animo del momento: quando si arrabbia assume un accento meridionale, mentre, quando vuole apparire felice mentre parla al telefono con il suo presunto o vero amante, si atteggia a una milanese di rango, in questo presa bellamente in giro da Alessandro Moser, che resta basito, ma anche allarmato, ad ascoltare quello che sente.

Del resto tutto lo spettacolo, malgrado il fondo di una forma malinconica che può sottendere l’argomento, esistente anche se non sembra essere percepito, ma che è denuncia del vuoto esistenziale nella gran parte dei rapporti sentimentali di ieri e di oggi, ha una scrittura pirotecnica dove ogni battuta suscita il riso, al di là dell’amarezza che in certi casi possa essere portatore.

Il pubblico ha molto gradito e lo ha fatto apertamente con le numerose risate durante la rappresentazione e i lunghi applausi alla fine agli interpreti nella prima milanese cui ho assistito e che non hanno fatto rimpiangere gli attori di altre prestazioni recenti della commedia.

 

Coppia aperta quasi spalancata

di Dario Fo e Franca Rame

diretto e interpretato da Lidia Miceli e Alessandro Moser

aiuto regia  Alessandro Natale

disegno luci  Rocco Giordano

scene: Paolo Pioppini

Produzione Mò-Mì

 

Si ringrazia Simona Griggio dell’ufficio stampa

In scena al Teatro Libero di Milano fino al 31 dicembre.

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